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Demostenes Floros 28 Dicembre 2015

Movimenti a sudest

Mentre le quotazioni petrolifere continuano la loro quotidiana altalena, rivolta prevalentemente verso il basso, i rapporti difficili tra Turchia e Russia scuotono i mercati del gas e rimettono in discussione grandi progetti infrastrutturali

Movimenti a sudest

Nel mese di novembre il Brent ha aperto a 49,61 dollari al barile e chiuso a 44,57 dollari al barile, mentre il Wti ha aperto a 46,99 dollari al barile e chiuso a 41,71 dollari al barile.

Entrambe le qualità hanno raggiunto il loro picco mensile il 3 novembre, rispettivamente con circa 51,02 dollari al barile e 48,56 dollari al barile, a causa del calo della produzione USA di tight oil e shale gas. Inoltre, la produzione di tight oil leggero statunitense (LTO) è considerata in declino di 0,6 milioni di barili al giorno nel 2016. Successivamente, a metà novembre, il prezzo del petrolio è costantemente diminuito e si è poi assestato, a eccezione di un aumento temporaneo di circa il 3% all'indomani dell'abbattimento dell'aereo militare russo da parte dei jet turchi, il 24 novembre scorso.

L’oro nero ancora in ribasso
Il crollo dei prezzi del petrolio ha a che fare con 2 problemi specifici.
Il primo riguarda i cosiddetti fondamentali. Secondo i dati forniti dalla Energy Information Administration il 13 novembre scorso, si prevede nel 2016 un rallentamento della crescita della domanda globale a 1,2 mbg, dopo aver rapidamente toccato, nel 2015, i livelli massimi da cinque anni pari a 1,8 mbg.
Gli approvvigionamenti di petrolio, a livello globale, hanno oltrepassato i 97 mbg in ottobre, a seguito della ripresa della produzione non-OPEC dai livelli più bassi del mese precedente. Al contempo, gli stock hanno raggiunto il loro livello record degli ultimi dieci anni.
Ad oggi sul mercato c’è ancora una sovrapproduzione di circa 2 mbg. Nonostante la capacità di recupero dei produttori, come la Federazione Russa, nel 2016 si prevede una contrazione dell'approvvigionamento non-OPEC di oltre 0,6 mbg. Se ciò dovesse realmente accadere, si tratterebbe del primo calo dal 2009.
Il secondo problema riguarda l'andamento del tasso di cambio euro/dollaro. In modo particolare, nel mese di novembre il dollaro ha registrato una costante rivalutazione sull'euro. Dopo aver aperto il mese a circa 1,10 €/$, la valuta statunitense ha raggiunto il suo livello massimo di apprezzamento sull'euro dal mese di aprile 2015 per circa 1,05 €/$. La forza del dollaro sta causando qualche problema alle economie di alcuni paesi, come gli Stati del Golfo e, in particolare, l'Arabia Saudita, che ha un cambio fisso con la valuta statunitense dato l'apprezzamento contemporaneo eccessivo delle loro valute nazionali. Il crollo dei prezzi del petrolio dello scorso autunno può essere attribuito a tre fattori concomitanti:

  1. l'eccesso di offerta sul mercato globale stimata a circa 1,5/2 mbg;
  2. la Federal Reserve ha interrotto il suo terzo programma di Quantitative easing nel luglio 2014;
  3. motivi geopolitici, in particolare, la politica energetica aggressiva dei sauditi.


In merito alla spiegazione dell'ultimo fattore, abbiamo proposto tre opzioni che non sembrano in conflitto tra loro:

  1. Il primo obiettivo dell'Arabia Saudita era quello di compromettere l'economia iraniana, già in difficoltà a causa delle sanzioni.
  2. Il secondo era, e lo è ancora, quello di arrecare danni alla produzione di petrolio non convenzionale dell'America del Nord. Al contempo abbiamo evidenziato come i dati relativi alla produzione non convenzionale statunitense fossero sopravvalutati, così da contribuire solo in parte contribuito al crollo dei prezzi.
  3. Infine, non possiamo escludere che ci fosse anche un interesse comune tra l'Arabia Saudita e gli Stati Uniti.
    L'establishment americano, infatti, a conoscenza dei limiti della propria produzione non convenzionale, e in particolare del rapido sfruttamento dei pozzi e della necessità di incrementare sia i finanziamenti che i prezzi di vendita, sapeva dell'incombente incremento del tight & shale statunitense. Consapevoli di questi limiti, gli Stati Uniti, scontratisi con la Federazione Russa in Ucraina, Venezuela ed Ecuador in America Latina durante quel periodo, potrebbero aver dato una sorta di via libera ai Sauditi, ai quali avevano altresì venduto strumentazione militare per un valore di 100 miliardi di dollari negli ultimi 5 anni (12 miliardi negli ultimi mesi).


Il confronto russo-turco e le conseguenze sul mercato del gas

Il 15 ottobre 2015, il CEO di Rosneft, Igor Sechin, ha dichiarato in relazione al mercato petrolifero europeo che l'Arabia Saudita sta riducendo i prezzi per aprirsi a nuovi mercati: "In termini di concorrenza, osserviamo oggi che l'Arabia Saudita è arrivata persino sul mercato polacco, cosa mai successa in precedenza; sta infatti rifornendo materia prima attraverso Danzica, facendo dumping in maniera attiva". L'Arabia Saudita, che sta perdendo le proprie quote di mercato in Cina a scapito della Federazione Russa, sta forse cercando di colpire il governo di Putin per il proprio supporto al presidente Bashar al-Assad, nemico del petrodollaro ma alleato dell'Iran, e per gli attacchi aerei russi contro i gruppi ribelli?
Il 24 novembre 2015, la Turchia ha abbattuto un aereo militare russo. Non era mai accaduto un episodio simile tra i due blocchi militari del Patto Nord Atlantico e dell'ex Patto di Varsavia dalla fine delle guerra di Corea nel 1953. La crisi è scoppiata tra i due paesi che maggiormente hanno a che fare con la questione energetica.
Nel 2014, il consumo di energia primaria della Turchia era pari a 125,3 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. Di seguito è indicato il mix energetico turco:

  1. gas naturale 35%;
  2. carbone 29%;
  3. petrolio 27%;
  4. energia idroelettrica 7%;
  5. energie rinnovabili 2%.


Pertanto, l'"oro blu" è la fonte principalmente utilizzata.
Secondo i dati recenti, la Turchia ha consumato 52,4 milioni di metri cubi di gas naturale (Gmc3) nel 2014.
I fornitori di gas della Turchia sono:

  1. la Federazione Russa per il 55% (28,8 Gmc3);
  2. l'Iran per il 18% (9,6 Gmc3);
  3. l'Azerbaijan per l'11% (5,7 Gmc3);
  4. la Turchia importa GNL da Algeria, Nigeria, Qatar, Norvegia ed Egitto. Gas naturale liquefatto per il 15% (7,8 Gmc3 approssimativamente il 50% della capacità di rigassificazione totale);
  5. produzione domestica per l'1% (0,5 Gmc3).


Inoltre, l'Oxford Institute for Energy Studies ha sottolineato che la Turchia dovrà incrementare la domanda di gas naturale di circa 22 Gmc3 dal 2014 al 2023. L'Iran, inoltre, non potrà sostituire gli approvvigionamenti di gas russo verso l'Unione europea e la Turchia a causa di almeno tre questioni:

  1. Ha una domanda interna in crescita da soddisfare e, al contempo, il 13% delle famiglie iraniane vivono in zone rurali ancora scollegate dal sistema di approvvigionamento nazionale di gas;
  2. Deve modernizzare le sue apparecchiature energetiche. Per fare ciò, l'Iran deve importare nuove tecnologie per migliorare l'estrazione e la distribuzione di gas naturale;
  3. Si calcola che l'Iran necessiti di circa 100 miliardi di dollari di investimenti nel settore del gas per raggiungere i suoi obiettivi.


Inoltre, i recenti problemi dell'Azerbaijan in relazione alla produzione di gas naturale e la necessità contestuale di rispettare i contratti export in essere, ha portato il paese ad essere rifornito dalla Federazione Russa. Questa situazione fa sorgere una serie di domande in relazione alla capacità di produzione reale del giacimento di gas Saha Deniz II. Difatti, il giacimento azero dovrebbe approvvigionare il gasdotto Trans-Adriatico (TAP), per il quale l'approdo sarà la Puglia, nel Sud dell'Italia. La Turchia è davvero sicura di riuscire a farcela senza la Russia?



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