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Nicoló Sartori 20 Novembre 2015

Lo stato (di salute) dell'Unione energetica

Iniziano a prendere corpo i primi obiettivi della Commissione Europea raggiunti attraverso la creazione dell’Unione energetica, mantenendo alta l’attenzione sulle rinnovabili e senza dimenticare l’importanza della sicurezza energetica

Lo stato (di salute) dell'Unione energetica

A 9 mesi dall’adozione del Pacchetto sull’Unione energetica, è arrivato il momento di tirare le prime somme sullo stato di avanzamento dell’ambiziosa iniziativa lanciata dalla Commissione europea. La Comunicazione presentata dal Vice Presidente Maros Sefcovic il 18 novembre - accompagnata da una serie di documenti di supporto: descrive i risultati raggiunti nelle 5 dimensioni programmatiche previste dall’Unione energetica; definisce le azioni da intraprendere nei prossimi mesi; e fornisce le principali conclusioni di policy a livello nazionale, regionale ed europeo.  Sebbene il documento non contenga elementi inaspettati e novità eclatanti, lo Stato dell’Unione energetica offre interessanti spunti di riflessione sulla strada intrapresa, e sulle sfide future, verso la creazione di una politica energetica europea integrata, coesa ed efficiente.

 

Il clima, prima di tutto
Sarà in virtù dell’imminente appuntamento con la COP21 di Parigi, ma il tema della decarbonizzazione gioca un ruolo centrale all’interno del documento presentato da Sefcovic. A conferma di ciò, il fatto che la dimensione ”decarbonizzazione dell’economia’ venga affrontata come primo punto nello Stato dell’Unione energetica, laddove era stata inserita come quarta nella Comunicazione dello scorso febbraio. Nel testo, la Commissione non manca di sottolineare il fatto che l’Unione europea rimane la più sostenibile (carbon-efficient) economia globale, in grado di disgiungere virtuosamente il processo di crescita economica da quello di generazione di emissioni a effetto serra. Il consolidamento di questi successi, e la leadership internazionale dell’UE in materia di cambiamenti climatici, rimangono obiettivi chiave per la Commissione in vista di Parigi e oltre.
Per mantenere queste aspettative, l’Unione europea si concentrerà in particolare su una serie di elementi chiave all’interno dell’ampia agenda della decarbonizzazione. Il primo è certamente garantire segnali di prezzo della CO2 corretti e privi di distorsioni, motivo per il quale – nell’ambito dell’Unione energetica– Consiglio e Parlamento hanno già approvato la Decisione sulla creazione della Market Stability Reserve (MSR) per il sistema europeo di scambio delle emissioni (EU ETS), la cui proposta di riforma è stata presentata dalla Commissione in luglio. Il secondo è il rafforzamento dei meccanismi europei di finanziamento di progetti low-carbon nei segmenti della generazione, della trasmissione e dell’efficienza, attraverso un approccio integrato che miri alla promozione della sostenibilità in tutti i settori socio-economici dell’UE. Il successo dei progetti di natura energetica nell’attrarre i finanziamenti dello European Fund for Strategic Investments (EFSI) è certamente un segnale incoraggiante in questo senso.
Nonostante la generale soddisfazione per le iniziative fin qui avviate, le policy conclusions fornite dal documento mostrano la necessità di mantenere alto il livello di guardia soprattutto l’energia rinnovabile, mentre – al contrario - la crisi economica in Europa sta facilitando il raggiungimento del target sulle emissioni previsto per il 2020. Importanti attori energetici quali Francia, Olanda, Polonia e Regno Unito – ci dice il documento della Commissione - potrebbero infatti non rispettare gli impegni previsti in materia di rinnovabili.

 

Che fine ha fatto la sicurezza?
I temi della ”Sicurezza energetica, solidarietà e fiducia’, invece, sembrano essere passati in secondo piano nel documento presentato da Sefcovic. I timori relativi alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici europei, all’apice della crisi in Ucraina sono stati il principale impulso per l’idea di Unione energetica lanciata dall’allora Primo Ministro polacco Donald Tusk, e prontamente ripresa da Jean-Claude Juncker durante la campagna elettorale per le elezioni europee.  Nonostante il perdurare delle tensioni politiche sul fronte orientale, e l’incerto destino del fronte meridionale, il tema della sicurezza energetica non sembra avere oggi una centralità nel quadro offerto dallo Stato dell’Unione energetica.
Certo, va dato atto sia al Vice Presidente Sefcovic che al Commissario per l’Energia e il Clima Miguel Arias Canete di aver lavorato – e viaggiato – intensamente in questi 9 mesi per promuovere la dimensione esterna della politica energetica europea, e di aver raggiunto risultati importanti come la creazione di due (delle tre) Piattaforme Euro-Mediterranee dell’Energia - una sul gas e l’altra sul mercato elettrico – e di aver siglato una partnership strategica con l’Algeria. Inoltre, la Commissione sta completando la redazione di un’ambiziosa strategia europea per il gas naturale liquefatto (LNG) e lo stoccaggio di gas, che verrà presentata a febbraio, e che contribuirà a rendere efficace e coerente l’azione dell’UE e degli Stati Membri in un settore chiave per la diversificazione degli approvvigionamenti.
L’unità e la coerenza dell’azione esterna dell’UE, tuttavia, appaiono oggi incrinate dal caso Nord Stream-2. La decisione di espandere il gasdotto baltico - presa da Gazprom e da un gruppo di compagnie energetiche europee, e di fatto avallata dal governo tedesco – ha alimentato recriminazioni tra gli Stati Membri dell’Europa centro-orientale, e non ha lasciato indifferente la Commissione europea. La realizzazione del gasdotto, infatti, da un lato permetterebbe a Gazprom di aggirare l’Ucraina e di isolare quasi completamente i paesi centro-europei, dall’altro, garantirebbe alla Germania un ruolo di quasi-monopolio sul transito del gas russo verso l’Europa. Alle veementi proteste di Varsavia e soci, la Commissione ha risposto con chiare rassicurazioni sul processo di valutazione della legalità della proposta russo-tedesca di fronte alle regole dell’UE.

 

Il nodo della governance?
Ad ogni modo, le criticità sui target per le rinnovabili e l’affaire Nord Stream-2 impongono alla Commissione di riflettere seriamente sui meccanismi di governance, e sulla capacità dell’Unione energetica/Energy Union di assicurare una guida unitaria e coerente – seppur nel rispetto delle prerogative nazionali – alla politica energetica europea. Non a caso, il secondo Allegato alla Comunicazione del 18 novembre analizza in profondità la questione della governance e del contributo dei Piani nazionali per clima ed energia al corretto funzionamento dell’Unione energetica/Energy Union, fornendo una serie di linee guida per l’azione dei paesi europei.
I meccanismi definiti dalla Commissione mirano a facilitare la definizione di strategie energetiche di lungo periodo per tutti gli Stati Membri, ad assicurare che queste strategie siano il frutto di un processo cooperativo avviato a livello regionale – per massimizzarne l’efficienza ed evitare reciproci effetti indesiderati, a ottimizzare le procedure di reporting in modo da evitare inutili ridondanze e costi amministrativi, e infine a garantire maggiore trasparenza grazie all’introduzione di processi di rendicontazione biennali.
Tutto questo, sulla carta, rappresenta un passo importante – ma non risolutivo – verso un approccio più armonioso e condiviso alla politica energetica europea. Gli Stati Membri, dalla loro, hanno ancora forti poteri (e interessi) nazionali sui quali basare la loro azione in ambito energetico. Nella presentazione dello Stato dell’Unione energetica/Energy Union il Vice Presidente Sefcovic ha annunciato che queste linee guida verranno trasformate, col supporto del Parlamento europeo, in una proposta legislativa durante il 2016. Soltanto in quel momento, probabilmente, sapremo di che pasta è veramente fatta l’Unione energetica/Energy Union.



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