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Fabio Squillante 11 Settembre 2015

Geopolitica: le conseguenze della scoperta di gas in Egitto

Il supergiant di Zohr tra i benefici per il Cairo e le reazioni dell’industria energetica israeliana e dei paesi coinvolti nell’approvvigionamento dell’Europa come la Russia, l’Algeria e la Turchia

Geopolitica: le conseguenze della scoperta di gas in Egitto

Domenica 30 Agosto Eni annuncia di aver scoperto a largo delle coste egiziane, nel prospetto di Zohr, a 4.130 metri di profondità, 1.450 dei quali d’acqua, un colossale giacimento di gas naturale, con un’estensione di circa cento chilometri quadrati, uno spessore di 630 metri e un potenziale di 850 miliardi di metri cubi di gas, equivalenti a 5,5 miliardi di barili di petrolio. Il giacimento, il più grande mai scoperto nel Mediterraneo, è interamente detenuto da Eni, ed è in grado di soddisfare il fabbisogno di gas dell’Egitto per decenni. La scoperta rappresenta un grande successo per la compagnia petrolifera italiana, che si conferma leader mondiale nell’esplorazione. È uno sviluppo importante sia per il vertice di Eni, sia per l’Italia, che potrebbe avere importanti ripercussioni anche a livello geopolitico.

Il primo beneficiario della scoperta di Eni è ovviamente l’Egitto, che vede moltiplicata le proprie riserve d’idrocarburi, in un momento in cui il paese ha drammaticamente bisogno di risorse finanziarie per sostenere il proprio imponente debito pubblico. Per decenni primo beneficiario al mondo degli aiuti statunitensi, l’Egitto ha potuto contare, dopo il colpo di stato del generale Abdel Fattah al Sisi, sul robusto sostegno finanziario di Arabia Saudita ed Emirati Arabi. Un aiuto senza il quale il paese sarebbe da tempo, fallito, ma che ha condizionato le politiche del Cairo anche sul piano internazionale, in particolare in Libia e nello Yemen. Una volta entrato in produzione il giacimento di Zohr, il Governo egiziano potrà finanziare i piani di sviluppo auspicati da al Sisi, sganciandosi dalla tutela delle monarchie del Golfo, e tornando quindi a giocare la sua partita di primo Paese arabo per popolazione ed importanza culturale e militare. È  possibile che in un prossimo futuro, il Cairo possa essere considerato un partner più affidabile, in vista di una soluzione della guerra civile libica. A questo proposito vale la pena di ricordare che al Sisi ha stabilito eccellenti rapporti con Matteo Renzi, ma coltiva anche ottime relazioni con la Francia, alle cui imprese della difesa, grazie ai finanziamenti sauditi, ha assegnato importanti commesse.

 

Le opportunità di Israele
La grande stampa internazionale, così come quella italiana, ha messo in evidenza come la scoperta del giacimento di Zohr rappresenti un colpo per Israele, il cui governo contava già sui proventi delle esportazioni in Egitto del gas del giacimento Leviathan. Indubbiamente quella diffusa da Eni non è una buona notizia per l’industria energetica israeliana che in effetti subisce immediati rovesci in Borsa, ma considerare solo questo aspetto sarebbe riduttivo. La sicurezza strategica è da sempre la prima preoccupazione per lo Stato ebraico, ed il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha visitato Roma proprio alla vigilia dell’annuncio di Eni, valuterà certamente con favore il rafforzamento del regime di al Sisi, così come l’attenuazione dell’influenza saudita sul governo del Cairo. Da tempo gli israeliani accarezzano l’idea di un gasdotto che possa collegare il giacimento Leviathan e i campi gassiferi ciprioti a Creta, e di lì all’Europa continentale, attraverso Grecia ed Italia. Il progetto, costosissimo, appare irrealistico alla luce degli attuali prezzi dell’energia, ma potrebbe risultare meno utopico in una fase di crescita dei corsi petroliferi. La scoperta del giacimento di Zohr potrebbe, in quel caso, garantire la massa critica necessaria a realizzare una fonte energetica alternativa al gas russo e a quello algerino, così come a quello che, proveniente dall’Azerbaigian, dovrebbe giungere in Italia grazie al gasdotto Tap, attraverso Georgia, Turchia, Grecia ed Albania. Il progetto costituirebbe inoltre, per Israele, l’opportunità di stabilire un’alleanza strategica con alcuni dei paesi più importanti per la propria sicurezza: Egitto, Italia e Grecia.

 

Cambiano i ruoli degli altri fornitori
I Paesi che certamente considerano con sospetto il ritrovamento dell’Eni nell’offshore egiziano, sono invece la Russia, l’Algeria e la Turchia. Già pesantemente colpita dalle sanzioni economiche occidentali e dal crollo del prezzo del petrolio, la Russia vede sempre più a rischio il suo ruolo di fornitore determinante per l’Europa, in particolare quella centro-orientale. Mosca può certamente guardare ad est, dove ha nella Cina un partner interessato ed assetato d’energia, ma l’abraccio con Pechino è considerato con angoscia dai dirigenti russi, i quali ricordano che l’unico nemico ad aver dominato il loro paese, e per 400 anni, veniva proprio da est. L’Algeria ha problemi simili, avendo già visto notevolmente ridotte le proprie esportazioni di gas verso l’Italia. Il paese, pesantemente colpito dal calo dei prezzi petroliferi, vive inoltre un periodo di sospensione, in attesa dell’uscita di scena del suo presidente Abdelaziz Bouteflika, anziano e dalla salute precaria.
La Turchia, infine, è forse il paese più immediatamente colpito dal rafforzamento del regime di al Sisi in Egitto. Grazie alle “primavere arabe‘, e in particolare alla conquista del potere dei Fratelli musulmani egiziani, il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, aveva sperato di poter riguadagnare al suo paese il ruolo di grande potenza del Medio Oriente. Il colpo di stato di al Sisi lo aveva privato del principale alleato, ma Erdoğan non ha mai smesso di tentare di rovesciare le sorti del conflitto interno in Egitto, aiutando gli oppositori armati di al Sisi nel Sinai, a Gaza, in Libia. Dopo l’accordo sul nucleare iraniano, che pone un freno all’espansione turca ad est, il rafforzamento del regime di al Sisi potrebbe rappresentare la fine del sogno neo-ottomano di Erdoğan, già alle prese con enormi difficoltà interne. Il suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), ha infatti perduto la maggioranza assoluta alle ultime elezioni, e lo stesso Erdoğan ha provocato il fallimento dei colloqui con il Partito repubblicano (kemalista e filo-occidentale), puntando a nuove elezioni che si terranno nel novembre prossimo. La scommessa del presidente è di schiacciare nell’illegalità il Partito democratico dei popoli (Hdp, curdo), privandolo dei consensi necessari a superare lo sbarramento del 10 per cento, e riconquistare così la maggioranza assoluta dei seggi. È una scommessa rischiosa che, se persa, potrebbe rappresentare la fine della carriera politica di Erdoğan. Sia come sia, la Turchia sarà probabilmente costretta ad accettare il crescente sostegno degli Stati Uniti, in modo da disinnescare almeno il pericolo rappresentato dai curdi siriani. Anche a costo di un raffreddamento dei rapporti con la Russia, che pure, con il gasdotto Turkish Stream, potrebbe garantire ad Ankara quanto meno un ruolo di importante piattaforma energetica per l’Europa sud-orientale.



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