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Fabio Squillante 26 Maggio 2015

The Big Player

L’Arabia Saudita gioca un ruolo di primissimo piano ed è l’ago della bilancia. Da una parte chi subisce i danni di un crollo del prezzo del petrolio: Iran, Russia, Algeria, Nigeria, Norvegia, Regno Unito. Dall’altra chi beneficia del greggio low-cost: Unione Europea, Stati Uniti, e i maggiori importatori al mondo, Cina e India

The Big Player
  • È opinione comune che il brusco calo dei prezzi petroliferi sia provocato dall’Arabia Saudita e dai Paesi che sono suoi alleati all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Riyadh gioca in effetti, storicamente, un ruolo di primissimo piano all’interno dell’OPEC, e già più volte, in passato, ha dimostrato di poter condizionare in modo determinante le scelte dell’organizzazione dei Paesi produttori di greggio. Molti hanno cercato i motivi della scelta saudita di mantenere la centralità nel mercato degli idrocarburi, minacciata dallo sviluppo dell’industria statunitense del gas e del petrolio da scisti. La verità è, però, che quell’industria è in grado di fare profitti anche con un prezzo del barile inchiodato a 40 dollari, e in un futuro non lontano potrebbe forse migliorare ulteriormente le proprie performance. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano conquistato l’indipendenza energetica, del resto, non riduce significativamente l’importanza strategica del petrolio del Golfo: una regione dalle cui forniture continuano a dipendere moltissimi Paesi, alcuni di primaria importanza, come la Cina. I motivi che hanno spinto l’Arabia Saudita a provocare, in poche settimane, il crollo dei prezzi del greggio, vanno dunque cercati altrove. Il controllo delle riserve petrolifere più grandi del mondo ha garantito a Riyadh una notevole potenza finanziaria, che la famiglia regnante usa da tempo per mantenere ed accrescere l’influenza del Paese in tutto il "Grande Medio Oriente".

     

    Come ogni potenza regionale, l’Arabia Saudita ha un interesse strategico a impedire l’emergere di competitori nella propria area d’influenza. Escludendo Israele, per motivi evidenti, i Paesi che possono contendere a Riyadh l’egemonia sul mondo musulmano mediorientale sono la Turchia e l’Iran. Quest’ultimo, peraltro, è il centro dell’Islam sciita, da sempre in lotta con la monarchia che governa i luoghi sacri in cui Maometto visse e predicò. In Arabia Saudita, così come negli altri regni arabi del Golfo, sono presenti significative minoranze sciite concentrate nelle zone costiere: le più ricche di petrolio. È evidente che i sauditi, potendolo fare, ostacolerebbero in ogni modo il prestigio e l’influenza dell’Iran. Il crollo dei prezzi del petrolio risponde a questa logica. Il presidente degli Stati Uniti, Obama, è determinato a raggiungere un accordo che ponga fine al programma nucleare militare iraniano, consentendo però a Teheran di sfruttare l’energia atomica a scopi civili. Un accordo che restituirebbe l’Iran al concerto delle nazioni, accrescendone il peso in Medio Oriente, e riequilibrando quindi l’influenza di Arabia Saudita e Turchia. Non è un caso, allora, se l’abbattimento del prezzo del barile colpisce più d’ogni altro proprio l’Iran; la Russia, che sostiene Teheran nelle trattative sul nucleare; l’Algeria, storico partner della Russia; e il Venezuela, che da anni è tra i Paesi più vicini all’Iran. C’è solo un Paese che non fa parte di questo campo, e che pure subisce pesantemente le conseguenze della politica saudita: la Nigeria, che pure basa gran parte del suo bilancio pubblico sullo sfruttamento del petrolio. Quanto ai regni del Golfo, essi vedono drasticamente ridotte le proprie entrate, ma i bassi costi d’estrazione garantiscono comunque utili significativi, e l’esiguità delle loro popolazioni non comporta costi sociali importanti per le amministrazioni pubbliche. Il calo dei prezzi favorisce invece i grandi importatori di petrolio come Cina, India, Europa, ma anche gli Stati Uniti, che pure sono tra i principali produttori mondiali di idrocarburi.

     

     

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