Aggiornamenti
ABO NEWSLETTER. Tutti gli aggiornamenti dal mondo dell'energia.
Ho letto e accetto le condizioni
di Privacy Policy
Google+
Evgeny Utkin 10 Aprile 2015

Corsa contro il tempo

Il rublo debole, le sanzioni e i problemi strutturali di una economia fortemente dipendente dal petrolio, richiedono a Mosca un piano di riforme importante per scongiurare il rischio di una recessione

Corsa contro il tempo

Il prezzo medio del petrolio russo Ural, a gennaio/febbraio del 2014, si attestava al livello di 106,9 dollari a barile; nello stesso periodo del 2015 il costo è sceso a 51,81 dollari al barile, registrando così un calo pari ad oltre due volte il suo valore. Anche se l’andamento ora risulta  positivo (da  gennaio a febbraio il prezzo medio dell’Ural è cresciuto da 46,58 a 57,30 dollari al barile), è difficile prevedere quale sarà il prezzo medio del petrolio nei prossimi mesi. C’è chi ritiene che possa scendere a 20 dollari, chi invece ipotizza una risalita fino a 100 dollari al barile già a partire da quest’anno. Le previsioni cambiano ogni mese e sembra impossibile fare pronostici attendibili. Tuttavia, è necessario porre particolare attenzione alla Russia, dove il parametro del prezzo del petrolio è fondamentale per tutta l’economia e per il bilancio dello Stato. Nonostante l’industria dell’energia contribuisca soltanto per il 20% del Pil nazionale di Mosca, nel 2014 più di metà delle entrate del bilancio federale sono derivate proprio dai settori del petrolio e del gas.

 

Rublo e greggio, un rapporto inscindibile

Una dipendenza forte, questa, che negli anni ha provocato numerose crisi, soprattutto tra il 1986 e il 1988, e poi nel 1998, quando a causa del ribasso delle quotazioni del greggio il Pil della Russia scese dell’8%, e il rublo ne uscì tre volte indebolito. All’epoca sulla Russia pesava un grosso debito e le riserve erano ridotte; adesso la situazione economica è decisamente migliore, il debito pubblico è irrisorio e il fondo di stabilità è ingente. La situazione geopolitica si presenta, però, molto diversa. Il conflitto in Ucraina ha prodotto le sanzioni imposte dagli Usa e dall’Europa, interventi verso i quali Mosca ha risposto introducendo delle contro-sanzioni, in un processo di botta e risposta, le cui conseguenze economiche sono ora ricadute pesantemente sia sulla Russia che sull’Europa. Il 16 dicembre 2014 la Russia ha vissuto lo psicodramma del "martedì nero": il prezzo del petrolio sceso al di sotto dei 60 dollari al barile, ha provocato il crollo del rublo sia nei confronti del dollaro (80 rubli per un dollaro) che dell’euro (100 rubli per un euro), dimezzando così, in poche ore, il suo valore. Tutto ciò è stato il frutto della concomitanza di molti fattori negativi, interni ed esterni. Nella notte tra lunedì 15 e martedì 16 dicembre, dopo il crollo del rublo, Elvira Nabiullina, governatrice della Banca Centrale russa, ha innalzato il tasso d’interesse principale di 6,5 punti percentuali, vale a dire dal 10,5% al 17%, con l’intento di evitare la corsa dei risparmiatori verso il prelievo e la conversione dei depositi in valuta straniera. La decisione ha, in realtà, generato solo il panico nei mercati. Se si aggiungono, infine, l’ottima operazione degli speculatori finanziari, unito al puntuale annuncio di inasprimento delle sanzioni da parte del presidente americano Obama, il gioco è fatto. In seguito, con fatica, il rublo si è rafforzato assestandosi intorno a 60 rubli per un dollaro, senza perdere eccessivo valore nemmeno quando il prezzo del petrolio ha raggiunto i 45 dollari al barile. Le operazioni di stabilizzazione sono ovviamente costate alla Russia parecchi miliardi del Fondo di Riserva. Ricordiamo che nel 2003, in Russia, è stato istituito il Fondo di Stabilizzazione, uno dei principali fondi pubblici. Il primo febbraio del 2008 lo stesso fondo è stato suddiviso in Fondo di Riserva e Fondo Nazionale del Benessere. Il Fondo di Riserva viene utilizzato per la compensazione delle spese sociali e l’assolvimento del debito estero. Il Fondo Nazionale del Benessere viene invece utilizzato per finanziare il pagamento delle pensioni.


Tre scenari economici

zoom

Previsioni complesse tra Pil e inflazione

Secondo i dati del ministero delle Finanze, all’inizio del 2015 nel Fondo di Riserva, che contiene in prevalenza valuta estera, si contavano circa 5.350 miliardi di rubli (85 miliardi di dollari). All’inizio di febbraio la somma è aumentata a 5.860 miliardi di rubli, tenendo conto dell’indebolimento della valuta russa, rispetto al dollaro, del 13%. Il 26 dicembre, il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha reso note le sue previsioni per il 2015, stabilendo un prezzo base per il petrolio pari a 60 dollari al barile e un cambio del dollaro attorno ai 51 rubli. Tale cambio corrisponde alla bilancia dei pagamenti con calcolo delle previsioni di deflusso e afflusso dei capitali. "Nelle condizioni di prezzo del petrolio pari a 60 dollari al barile, il rublo ritroverebbe il suo equilibrio. Non ritorneremo ai 30 rubli al dollaro, ma la cosa più importante è che il rublo sia stabile", ha dichiarato Siluanov, secondo cui, in simili condizioni, l’inflazione del 2015 equivarrebbe al 10%, mentre il calo del Pil sarebbe invece del 4%. All’inizio di dicembre il ministero dello Sviluppo Economico russo aveva stabilito come prezzo base del petrolio 80 dollari al barile, ipotizzando un calo del Pil allo 0,8%. Alla fine di gennaio lo stesso Ministero ha rivisto, per la seconda volta dall’adozione della legge sul bilancio 2015, la propria analisi: i problemi economici strutturali, l’inasprimento del conflitto in Ucraina, le sanzioni contro la Russia e il crollo dei prezzi del petrolio hanno spinto il ministero a peggiorare drammaticamente tutti i principali indicatori di sviluppo del Paese. Il ministro dello Sviluppo Economico Aleksej Uljukaev ritiene che l’inflazione su base annua possa raggiungere il suo picco nel mese di aprile al livello del 17% per poi attestarsi verso fine anno a quota 11-12%. Tenendo conto di questo calo, secondo l’opinione del ministro, non vi sarebbe pertanto nulla di male se l’inflazione, in aprile, superasse il tasso d’interesse principale di oltre il 2%. "La cosa importante è che sia noi che la Banca Centrale prevediamo un abbassamento dell’inflazione fino al 12% su base annua", ha ribadito Uljukaev.

 

La garanzia del Fondo di Riserva

Cercando di evitare l’inflazione, la Banca Centrale russa il 30 gennaio ha abbassato il tasso d’interesse principale di 2 punti percentuali, scendendo al 15%. Ma è più che probabile che, con il tempo, il tasso debba scendere ancora, perché mantenere l’inflazione con questi tassi è quasi impossibile. Inoltre, tante imprese lavorano con redditività dell’8%, quindi per loro non conviene o, addirittura, è impossibile chiedere prestiti alle banche. Le ultime stime pubblicate a marzo danno ancora altri numeri. In accordo con queste ultime, il ministero delle Finanze parte da un prezzo medio annuo del petrolio di 50 dollari al barile per il 2015, di 65 dollari per il 2016 e di 70 dollari per il 2017-2018. Il deficit del budget, stando alle ipotesi del ministero delle Finanze, costituirà nel 2015 il 3,8% del Pil, vale a dire 2.760 miliardi di rubli. Nel 2016, il deficit si abbasserà fino all’1,2% del Pil, ovvero di 994 miliardi di rubli, mentre verso il 2017 si prevede di raggiungere un budget senza deficit. Per il ministero delle Finanze, nel 2015, dal Fondo di Riserva verranno impiegati 3.670 miliardi di rubli, diminuendo il Fondo di tre volte: da 5.347 miliardi di rubli (con la stima di 402 miliardi di rubli provenienti da entrate aggiuntive nel settore gas e petrolio da accreditare al fondo entro il primo ottobre) fino a 1.677 miliardi di rubli. Nel 2016 dal Fondo di Riserva sarà indispensabile spendere 1.158 miliardi di rubli. Così il Fondo scenderà fino a 519,3 miliardi di rubli. Nel 2017 il Fondo di Riserva crescerà di 111 miliardi di rubli per andare a costituire, all’inizio del 2018, 630,3 miliardi di rubli. Vale a dire che nel 2015-2016 si ridurrà di 10 volte, ma dal 2017 riprenderà di nuovo a crescere. Nel 2013 la fuga di capitali dalla Russia equivaleva a circa 61 miliardi di dollari; nel 2014 questa stima è cresciuta a 151,5 miliardi di dollari, 2,5 volte di più rispetto a quanto registrato nel 2013. Il ministro delle Finanze Siluanov aveva inizialmente stimato, per il 2015, un deflusso di capitali pari a 120-130 miliardi, migliorando solo di recente la sua previsione a 90-100 miliardi di dollari. D’altra parte, la Banca della Russia prevede un volume di deflusso del capitale, nel 2015, al livello di 118 miliardi di dollari, con una conseguente riduzione a 75 miliardi di dollari nel 2016 e fino a 53 miliardi di dollari nel 2017. Anche gli esperti indipendenti convengono sulle cifre. Secondo la loro previsione, la perdita del Pil nel 2015 potrebbe raggiungere il 3-4%. Ogni volta che la media annua del prezzo del petrolio si abbassa di un dollaro, il bilancio russo perde circa 2,2 miliardi di dollari, il Pil cala dello 0,10% e la popolazione perde lo 0,14% del reddito. Quando il prezzo del petrolio scende, il rublo crolla; quando sale, il rublo si rafforza. Tuttavia, è da notare un certo ritardo; se infatti il prezzo del petrolio sale, il rublo segue le sue orme, ma più lentamente: ad esempio, il petrolio ha oscillato dai 60 ai 45 dollari al barile e viceversa, ma il rublo non è tornato ai valori precedenti. E anche ora il dollaro costa circa 10 rubli di più rispetto a quanto previsto dal ministro delle Finanze russo.

 

Il dilemma delle sanzioni internazionali

Al seminario sulle relazioni economiche e la cooperazione industriale tra l’Italia e la Russia dal titolo "Opportunità malgrado la crisi", tenutosi il 26 febbraio a Milano, Valery Vaysberg, capo del dipartimento di analisi del Gruppo "Region", ha parlato della dipendenza della Russia dai prezzi del petrolio. Secondo la sua opinione, se il prezzo fosse di 40 dollari al barile, la Russia perderebbe il 4,2% del Pil e il dollaro costerebbe 75 rubli con inflazione al 12%. Nel caso in cui il prezzo del greggio fosse di 50 dollari, il Pil perderebbe il 3,7%, il dollaro costerebbe 70 rubli e l’inflazione ammonterebbe all’11,3%. Se, ancora, il prezzo del petrolio equivalesse a 60 dollari, allora le cifre corrispettive sarebbero pari al 3,1%, 60 rubli e 10,3%. Per Vaysberg, lo scenario più probabile per il 2015 è quello dei 50 dollari al barile, o comunque compreso fra i 50 e i 60 dollari. Morgan Stanley, invece, ha innalzato la previsione del livello di inflazione in Russia al 17,5% rispetto alla precedente stima del 13,7%, spiegando ciò con l’aspettativa di un profondo divario economico in Russia. Secondo l’analisi di Morgan Stanley, il Pil russo scenderà fino al 5,6% percento. Quindi, si prevedono tempi duri, almeno per i prossimi due anni e, soprattutto, se non cambia il regime delle sanzioni. Le restrizioni sulle banche e sulla possibilità di trovare finanziamenti all’estero per le compagnie statali russe ha causato la mancanza di denaro e la necessità di attingere ai soldi del fondo di riserva, che non dovrebbe esaurirsi in due anni. Il governo ha sviluppato un programma "anticrisi", con aiuti alle banche e al settore agroalimentare (infatti, la mancanza di prodotti agroalimentari europei non si nota grazie all’aumento dei prodotti locali e dei Paesi che non hanno aderito alle sanzioni contro la Russia), e la riduzione della spesa, di 771 miliardi di rubli soltanto nel 2015. Uno degli ultimi esempi è la decisione di Vladimir Putin di ridurre gli stipendi dell’amministrazione del Cremlino del 10%. In Russia si ritiene che i prezzi bassi del petrolio non dureranno a lungo. Il petrolio russo non sarà il più economico da estrarre, ma costa meno di tanti altri posti nel mondo. Igor Sechin, capo di Rosneft, ha dichiarato, in occasione del forum eurasiatico di Verona del 23-24 ottobre 2014, che il costo di estrazione del greggio della compagnia è molto economico. Quindi, almeno Rosneft resisterà alla crisi del basso prezzo dell’oro nero.

 

Sfoglia Oil 28



Scrivi il tuo commento

Scrivi la stringa nella casella

captcha
Invia messaggio