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Fabio Squillante (Agenzia Nova) 05 Agosto 2014

Elezioni in Turchia: Erdogan verso la presidenza

Il Paese, diviso tra le spinte occidentalistiche e il recupero dell’anima islamica, si prepara ad eleggere, per la prima volta a suffragio universale, il prossimo presidente della Repubblica, carica per la quale sembra favorito l’attuale primo ministro Erdogan

Tayyip Erdogan, candidato alle prossime presidenziali, è primo ministro turco dal 2004.

Tayyip Erdogan, candidato alle prossime presidenziali, è primo ministro turco dal 2004.

 

 

I circa 2,8 milioni di cittadini turchi residenti all’estero hanno già iniziato a votare per eleggere il prossimo presidente della Repubblica, ma l’appuntamento per chi risiede in patria è il 10 agosto, quando si terrà il primo turno elettorale. Se nessuno dei candidati otterrà il 50% più un voto, il 24 agosto si terrà il turno di ballottaggio.
In Occidente fa grande effetto la campagna del sorriso lanciata sui social network da decine di migliaia di donne turche, in segno di protesta contro le affermazioni del vice primo ministro, Bulent Arinc, il quale le vorrebbe caste, sobrie e senza inutili sorrisi in pubblico. La verità è però che il primo ministro Recep Tayyip Erdogan mantiene quasi intatta la sua popolarità, e che il governo, un monocolore del suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp), gode ancora di tassi di consenso superiori al 60% .

 

Strategia del consenso
Erdogan ha fatto il possibile per garantirsi la vittoria che gli consentirebbe finalmente di conquistare la presidenza. Ha attaccato violentemente Israele, accusando lo Stato ebraico di realizzare a Gaza un genocidio, nel tentativo di agganciare gli umori popolari. Ha corteggiato i circa 12 milioni di elettori curdi, sviluppando stretti legami con la Regione autonoma del Kurdistan iracheno, garantendole il transito per l’export di petrolio, e mostrando accondiscendenza – non si sa quanto sincera – circa il rafforzamento dell’autonomia statale dei curdi iracheni.
Non a caso il Partito democratico dei popoli (Hdp), che raccoglie i consensi della minoranza curda, presenta un proprio candidato alle presidenziali: Selahattin Demirtas. Fermo secondo tutti i sondaggi al di sotto del 10% dei consensi, Demirtas con la sua candidatura favorisce di fatto Erdogan, sottraendo voti al suo unico vero rivale, il laico Ekmeleddin Ihsanoglu, candidato dal Partito repubblicano del popolo (Chp) e dal Movimento nazionalista (Mhp). Negli ultimi sondaggi i consensi del primo ministro vengono stimati tra il 55 ed il 59% , mentre quelli del suo rivale laico dovrebbe situarsi tra il 34 e il 35%.

 

Suffragio diretto
Erdogan si avvia dunque ad assumere la guida del Paese come primo presidente eletto a suffragio diretto: una legittimazione popolare che nessun capo di Stato turco ha mai avuto prima di lui. La sua Turchia sarà comunque assai diversa da quella auspicata in Occidente: sempre più rancorosa nei confronti degli Stati Uniti e dell’Unione europea, sempre più orientata al recupero delle tradizioni islamiche e ottomane, con un sistema di controllo poliziesco da Stato autoritario. Il paese continuerà comunque a cercare il consenso di una parte dell’establishment statunitense, vitale per l’affermazione del proprio ruolo nel Mediterraneo, e ancor più nel Caucaso e in Asia Centrale.
La Turchia di Erdogan sarà una potenza regionale che cercherà d’imporre la propria identità in contrapposizione con la Russia e, in termini culturali, con l’Ue, ma anche con l’Arabia Saudita e l’Egitto: Paesi che hanno dichiarato una lotta senza quartiere ai Fratelli Musulmani, la setta cui è affiliato lo stesso Erdogan.
L’economia turca resta dinamica e il Paese è riuscito a progredire nonostante le forti fibrillazioni seguite alla crisi di Gezi Park ed allo scandalo dei fondi neri creati grazie al commercio con l’Iran: un’inchiesta che ha rischiato di travolgere il governo e la stessa famiglia del premier. E’ tuttavia assai probabile che le turbolenze proseguiranno, e non è detto che il trend di espansione politica ed economica della Turchia non possa interrompersi, qualora tra due anni a Washington dovesse imporsi una nuova leadership, caratterizzata da una diversa visione della geopolitica.



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