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Paul Betts 22 Gennaio 2014

Picco del petrolio e picco della domanda: due facce della stessa medaglia

Un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio potrebbe soffocare la crescita. Un calo eccessivo, prima dell’eventuale transizione a fonti alternative, potrebbe accelerare il declino della produzione, comportando un’inevitabile riduzione dei consumi

Picco del petrolio e picco della domanda: due facce della stessa medaglia

Vi è una vecchia massima, attribuita anni fa all’allora ministro per il petrolio saudita Zaki Yamani, che circola da decenni nel settore petrolifero: "L’età della pietra non si è conclusa a causa dell’esaurimento delle pietre". In altre parole, l’età del petrolio non si concluderà a causa dell’esaurimento del petrolio, ma piuttosto perché ci si sposterà verso tecnologie più efficienti dal punto di vista economico e risorse alternative.
Da allora numerosi esperti e professionisti del settore hanno fatto ricorso a questa massima (da Al Gore a Bjorn Lomborg, da Steven Chu a Ron Bailey) al fine di replicare a una delle più datate e ricorrenti teorie intellettuali associate al settore petrolifero e del gas: il concetto del cosiddetto "picco del petrolio" (peak oil). La questione, soprattutto negli Stati Uniti, ha talvolta assunto i toni drammatici del fanatismo religioso, in quanto i "profeti" maggiormente convinti del picco del petrolio hanno adottato una sorta di approccio apocalittico, dichiarando che la fine era vicina e che l'umanità sarebbe stata sopraffatta dal caos - se non addirittura da guerre, carestie e recessione economica- nel momento in cui le forniture di petrolio che avevano contribuito alla creazione del mondo moderno avessero interrotto la propria crescita e si fossero irreversibilmente ridotte.

 

Le teorie di Hubbert
Daniel Yergin, vincitore di un premio Pulitzer e presidente del Cambridge Energy Research Associates (Cera), ha delineato le origini di questo pessimistico scenario risalendo agli anni ”80 dell’XIX secolo.  Questa visione distopica si è ripresentata a più volte nel corso delle tensioni economiche e geopolitiche che si sono succedute da quel momento in poi. Questa teoria trae le proprie origini e la propria ispirazione dal famoso geologo Marion King Hubbert, facendo propri taluni aspetti arcani della geologia correlati alle riserve di petrolio statunitensi e applicandoli a livello globale. Hubbert ha reso nota la sua teoria (poi ricordata come il "Picco di Hubbert") nel 1956, dichiarando che la produzione statunitense di petrolio avrebbe raggiunto il livello massimo tra il 1965 e il 1970, per poi iniziare la propria costante discesa.
La produzione statunitense di petrolio ha raggiunto il proprio livello massimo nel 1970 per poi iniziare a subire una flessione (seppur temporanea), e il mondo è stato scosso dall'embargo petrolifero del 1973. Sembrò che Hubbert avesse ragione. Tuttavia, come suggerito da Yergin, Hubbert non riteneva significativo il prezzo, sostenendo inoltre che le leggi economiche di base in materia di domanda e offerta non potessero essere applicate alla limitata quantità di petrolio presente sulla terra. Tuttavia, ad altri sembrò ovvio che in caso di diminuzione dell’offerta secondo tempistiche più rapide rispetto alla domanda, i prezzi sarebbero saliti (come è successo in realtà), stimolando una maggiore fornitura o il ricorso ad alternative (ipotesi che a loro volta si sono realizzate). Oggigiorno sembra che i discepoli di Hubbert avessero torto anche in merito alla questione geologica. Essi non hanno previsto l’impatto rivoluzionario della combinazione della trivellazione direzionale e la fratturazione idraulica, mirata al rilascio di elevate quantità di idrocarburi (gas naturale, greggio e gas naturali liquefatti) dai giacimenti di scisto devoniani.
Pertanto, sebbene i sostenitori della teoria del picco del petrolio continuino a insistere sul fatto che il massimo livello di offerta si trasformerà inevitabilmente in realtà (le ultime previsioni fanno riferimento a un significativo rischio di picco per il 2020), la loro argomentazione è stata eloquentemente contestata dalla più recente teoria che associa il settore a un messaggio convincente e utopistico secondo il quale il mondo sta rapidamente raggiungendo un punto di picco della domanda di petrolio piuttosto che dell'offerta, con la domanda e il consumo che raggiungeranno il massimo livello prima del declino dell’offerta e della produzione.  "Crescita della domanda mondiale di petrolio – La fine è vicina" è l’ironico titolo di una relazione degli analisti in ambito energetico di Citi Bank,  che ha dato vita al più recente dibattito comportando una lunga serie di relazioni, articoli e concitati scambi di opinioni in rete.

 

La fine della crescita della domanda è vicina?
Secondo la nuova teoria, la spinta a sostituire il gas al petrolio (sostenuta dalla rivoluzione statunitense dello scisto) e il miglioramento dell’efficienza dei carburanti, così come la crescita della capacità petrolchimica statunitense basata sull’etano, le fonti alternative di energia quali il nucleare, l’eolico e il solare, un declino o piuttosto una flessione del consumo di petrolio nei più antichi paesi industrializzati contribuiranno nell’insieme a ridurre la domanda mondiale di petrolio, comportando, nel giro di qualche anno, un picco della domanda pari a circa 92 milioni di barili al giorno, a partire dall’attuale livello, pari a circa 89 milioni di barili al giorno. Tale previsione, secondo la quale il picco della domanda verrà raggiunto a 92 milioni di barili al giorno, è in controtendenza rispetto all’opinione comune, che fino a oggi ha sostenuto che la domanda di petrolio continuerà ad aumentare. BP prevede che essa aumenterà fino a circa 104 milioni di barili al giorno entro il 2030. E sebbene i consumi continuino ad aumentare, vi sarà una grande quantità di petrolio disponibile per soddisfare tale domanda, grazie alle nuove tecnologie utilizzate ai fini dell'estrazione del greggio da fonti difficoltose quali le sabbie bituminose dell'Alberta o i giacimenti di scisto del North Dakota. All’interno della sua ultima relazione, l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha previsto che "lo scisto statunitense contribuirà a soddisfare gran parte della domanda di petrolio a livello mondiale nei prossimi cinque anni, sebbene la domanda aumenterà a seguito di una ripresa dell’economia mondiale". Pertanto, pur senza aggiungere all’equazione la possibile flessione della domanda, i timori relativi a un'imminente carenza di idrocarburi a livello mondiale lasciano sempre più spazio a idee relative alle implicazioni di una potenziale abbondanza di idrocarburi a livello mondiale.
Tutto ciò implica pertanto che possiamo rilassarci e dormire sonni tranquilli sapendo che non vi è alcuna reale carenza di petrolio e combustibili fossili? Se e quando, in un futuro più o meno prossimo, tale carenza si tramuterà in realtà, dato che le risorse petrolifere sono per definizione limitate, il petrolio sarà sostituito da alternative migliori in grado di provvedere alla totalità della domanda mondiale di energia, segnando una transizione pressoché automatica dal petrolio a fonti alternative. Solo allora la massimasull’età della pietra si dimostrerà realistica.
La questione non è così semplice, e non va pertanto trascurata. Sebbene al momento la tendenza sia quella di parlare di picco della domanda, questo non è altro che un modo di definire il picco del petrolio. La logica economica è semplice. Il calo della produzione di quello che viene di norma definito come petrolio a buon mercato sta facendo aumentare i prezzi per via dei costi legati all’estrazione del petrolio da nuove fonti che comportano costi maggiori quali le sabbie bituminose, il tight oil e i pozzi sottomarini, per non citare la trivellazione dell’Artico (in questo caso, affinché le operazioni siano realizzabili, i prezzi dovranno salire a 110 dollari al barile). In compenso, i prezzi elevati stanno facendo calare la domanda. Se i prezzi subiscono una flessione eccessiva, la produzione derivante da queste nuove fonti si esaurirà, ma se essi aumenteranno a dismisura causeranno danni irreparabili all’economia mondiale.
In ogni caso, la teoria del picco del petrolio non ha mai riguardato l'esaurimento del petrolio a livello mondiale. Essa fa riferimento al livello di produzione del petrolio. Nel caso della produzione convenzionale di petrolio, la maggior parte degli analisti del settore concorda sul fatto che il picco sia già stato raggiunto nel 2004/2005 e che da allora la produzione di petrolio sia stata irregolare. Dal 2005, la produzione mondiale di petrolio ha oscillato tra un minimo di 82 milioni di barili al giorno nel 2005 e nel 2009 e un massimo di 87 milioni di barili al giorno nel 2012. Analogamente, anche la domanda mondiale ha seguito un andamento al rialzo, piatto o al ribasso, e secondo Robert Hirsch, uno dei principali esperti del settore, essa influirà probabilmente in modo alquanto limitato sulla data di inizio del declino della produzione mondiale di petrolio.

 

La relazione Hirsch
Nel 2005 Hirsch ha realizzato un influente studio per il Ministero dell’Energia statunitense, intitolato "Il picco della produzione mondiale di petrolio: impatto, mitigazione e gestione dei rischi", che da allora è stato definito la "Relazione Hirsch". Hirsch ha esaminato tre scenari: uno in cui non vengono adottate misure per compensare un picco fino al verificarsi dello stesso, uno in cui vengono adottate misure per mitigare una crisi 10 anni prima del picco e uno in cui la mitigazione viene attuata 20 anni prima del picco. Le conclusioni della relazione indicano che la mitigazione (o l’adozione di misure volte ad aumentare l’offerta attraverso l’introduzione di combustibili liquidi alternativi e la riduzione della domanda attraverso l’aumento dell’efficienza dei combustibili) attuata 20 anni prima del picco contribuirebbe a una graduale transizione ad altri combustibili, minimizzando le conseguenze economiche e sociopolitiche nel momento in cui si verificherà il picco del petrolio.
Oggi Hirsch ammette che lui, come una serie di altri sostenitori del picco del petrolio, potrebbe aver sbagliato le proprie stime relative al fatto che l’inizio del declino della produzione mondiale di petrolio possa verificarsi entro pochi anni. Mentre le tempistiche restano incerte, Hirsch insiste tuttavia sul fatto che il declino della produzione mondiale di petrolio sia inevitabile. All’interno di una presentazione rilasciata all’inizio di quest’anno nel corso di una conferenza sul picco del petrolio in Qatar, alla quale hanno partecipato gli stati produttori del Golfo sempre più interessati da tale questione, Hirsch ha sostenuto che una modesta variazione della produzione mondiale di petrolio comporterebbe conseguenze minime sul comportamento generale. La differenza che un aumento o una diminuzione nella produzione di petrolio pari a un milione di barili al giorno avrebbe nel corso di un periodo di tre anni sulla data di inizio del declino della produzione mondiale di petrolio sarebbe una questione di settimane. Di conseguenza, pochi milioni di barili di tight oilstatunitense influirebbero in modo minimo sull'inizio del declino mondiale della produzione di petrolio. Il declino della produzione di petrolio potrebbe altresì verificarsi in qualunque momento per svariate ragioni non correlate al picco della produzione. Tali ragioni includono decisioni relative alla produzione prese dall’OPEC, blocchi non previsti dei giacimenti, eventi geopolitici, variazioni nelle strategie di investimento del settore petrolifero e soprattutto i prezzi. Di recente ad esempio, il direttore esecutivo uscente di Shell, Peter Voser, ha dichiarato che il suo principale rimpianto è stata la scommessa da 24 miliardi di dollari di Shell sul petrolio e il gas non convenzionali in Nord America. Nel Caspio, l’importante giacimento di Kashagan è stato soprannominato "Kash-all-gone", in quanto i costi sono triplicati a 46 miliardi di dollari, facendo sì che molte società petrolifere occidentali attive a livello mondiale spostassero la propria attenzione lontano dal Caspio.

 

I tempi
Si dovrebbe inoltre valutare se il consumo globale di petrolio potrebbe calare in tempi brevi. La domanda continuerà a essere guidata dalla crescita economica globale, in particolare nelle regioni emergenti che stanno compensando una domanda piatta o inferiore alla media
nell’area OCSE. Il mondo sta attuando una transizione verso una maggiore efficienza dei combustibili, ma anche in questo caso i tempi necessari saranno più lunghi rispetto a quelli suggeriti dagli esperti più ottimisti, per via della portata, dei costi e del tempo necessari per la conversione delle flotte esistenti di vecchie auto e furgoni. L’Aie  nota una combinazione di prezzi elevati sostenuti e politiche energetiche mirate a una maggiore efficienza finale e ad una diversificazione delle fonti energetiche che potrebbero realmente significare che il picco della domanda di petrolio si verificherà sostanzialmente prima che le risorse siano esaurite. Non si dovrebbe tuttavia dimenticare che vi è una differenza di base tra riserve e produzione. Un’abbondanza di riserve è un aspetto alquanto positivo. Tuttavia il mondo non sopravvive grazie alle riserve. Esso vive di produzione, che è il tasso di prelievo delle riserve, e che in un certo senso si basa sui prezzi del petrolio, i quali dovranno restare alti per consentire alla produzione proveniente dal deep offshore e dalle rocce scistose di compensare il declino del petrolio convenzionale, che si è già tramutato in realtà. Se i prezzi del petrolio continueranno ad aumentare, essi potrebbero soffocare la crescita economica. Se essi scenderanno eccessivamente prima dell’eventuale transizione a un futuro fatto di energie rinnovabili, il picco e il successivo declino della produzione si verificheranno prima del previsto, comportando un inevitabile declino dei consumi. Il picco della produzione e della domanda di petrolio rappresentano di fatto il medesimo problema.



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