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Fabio Squillante (Agenzia Nova) 08 Settembre 2013

Tap: la sicurezza strategica passa per il riassetto del Caucaso

Il nuovo gasdotto ha l’obiettivo strategico di differenziare le fonti d’energia a disposizione dell’Europa. Il punto debole del progetto sta tuttavia nella strozzatura della regione caucasica, ad alta instabilità. Serviranno notevoli sforzi per la realizzazione di accordi stabili tra i tre paesi del Caucaso meridionale

Tap: la sicurezza strategica passa per il riassetto del Caucaso

Il riassetto del consorzio Tap (Trans-Adriatic Pipeline) ha fatto entrare in una nuova fase la partita del cosiddetto Corridoio sud, immaginato per fornire gas all’Europa sud-orientale, diversificando le fonti energetiche a disposizione del vecchio continente.

 

Escluso il Nabucco, nelle sue diverse versioni, il consorzio che gestisce Shah Deniz ha scelto appunto il Tap, che dovrebbe portare il gas dal Mar Caspio alla Puglia, attraverso Azerbaigian, Georgia, Turchia, Grecia ed Albania. Shah Deniz, un giacimento situato nell’offshore azero, vede i britannici di Bp come capofila, con il 25,5 per cento, insieme ai norvegesi di Statoil (25,5), gli azeri di Socar, i francesi di Total, i russi di Lukoil, gli iraniani di Nioc (tutti al 10 per cento), e i turchi di Tpao (9 per cento). Ebbene, a fine luglio il gruppo di testa di questo cartello ha acquisito il controllo di Tap, preparandosi a giocare le carte migliori la partita del Corridoio sud.

 

Inizialmente costituito da Statoil, dalla svizzera Axpo (ciascuna con il 42,5) e dalla tedesca Eon-Rhurgas (15 per cento), il Tap ha visto la drastica riduzione della partecipazione svizzera, ed un netto ridimensionamento di quella tedesca. Il consorzio è ora così costituito: Bp, Socar e Statoil al 20 per cento ciascuno, Fluxys (Belgio) 16 per cento, Total 10 per cento, Eon-Rhurgas 9, Axpo 5. “I nostri nuovi azionisti rafforzeranno significativamente la posizione strategica del Tap e la sua realizzazione entro i tempi stabiliti‘, ha dichiarato l’amministratore delegato di Trans Adriatic Pipeline, Kjetil Tungland, precisando che la conclusione dei lavori è prevista per il 2019.

 

Shah Deniz è uno dei più grandi giacimenti del mondo, con mille miliardi di metri cubi di gas in sito. Il Tap potrebbe però ambire a convogliare il gas anche da altre aree di produzione. In Iran, infatti, la situazione politica potrebbe evolversi, portando all’apertura di Teheran al mondo e dunque alla levata delle sanzioni. In Kazakhstan, nel Caspio settentrionale, si trova inoltre il mega-giacimento di Kashagan, operato da Eni, Shell, Total, ExxonMobil, KazMunayGas (ciascuno con il 16,81 per cento), ConocoPhillips (8,4) e dalla giapponese Inpex (7,56).

 

Il nuovo gasdotto ha l’obiettivo strategico di differenziare le fonti d’energia a disposizione dell’Europa. Il vecchio continente è già approvvigionato dall’Africa settentrionale (Algeria e Libia), dai giacimenti del nord Europa, ormai ridotti, e dalla Russia. L’Europa orientale è tuttavia ancora ampiamente dipendente dalle forniture russe. Il Tap dovrebbe dunque logicamente prevedere una diramazione che, dalla Bulgaria, punti verso nord, attraverso Romania ed Ungheria.

Il punto debole del progetto sta tuttavia nella strozzatura del Caucaso, una regione ad alta instabilità. Il conflitto del Karabakh non si è mai spento, visto che l’Armenia occupa ancora circa un quinto del territorio azero, e nell’estate del 2008, giusto cinque anni fa, la Georgia ha combattuto una catastrofica guerra contro la Russia, per il controllo dell’Ossezia meridionale.

 

Affinché gli approvvigionamenti siano dunque strategicamente sicuri, sarà necessario esercitare notevoli sforzi per la realizzazione di accordi stabili tra i tre paesi del Caucaso meridionale. Una soluzione che potrebbe vedere la partecipazione di Turchia ed Iran, ma che non potrà realizzarsi senza il ruolo attivo della Russia.



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