La battaglia per le quote di mercato

La battaglia per le quote di mercato

Eric Watkins
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Il principale obiettivo del piano ‘Saudi Vision 2030' non è rendere indipendente l'economia saudita dal petrolio, ma proteggere il settore petrolifero e tentare di compensare le minori entrate per le casse dello Stato derivanti dalla "guerra dei prezzi"

L’ex ministro del petrolio saudita, Sheikh Zaki Yamani, pensava di aver capito com’era la situazione anni fa. In alcune osservazioni che sono oggi diventate quasi leggendarie, Yamani aveva dichiarato nel 2000: "Tra trent’anni ci sarà un’enorme quantità di petrolio e nessun compratore. Il petrolio rimarrà sottoterra. L’Età della pietra è terminata non certo per una mancanza di pietre, così l’era del petrolio finirà, ma non per una mancanza di petrolio". In sintesi, Yamani credeva che il progresso della tecnologia avrebbe alla fine soddisfatto la domanda globale di energia rendendo così il petrolio superfluo.

Lo spauracchio di Yamani

Politica dei prezzi dell'#Arabia Saudita può rallentare la transizione verso #energia rinnovabile rendendola meno accessibile economicamente

Per chiunque operasse nel settore petrolifero non poteva esserci peggior spauracchio della visione di Yamani, ma soprattutto per l’Arabia Saudita, il cui reddito nazionale dipende per il 90% dai proventi del petrolio. Per quanto possa essere duro immaginare che molte persone nel settore petrolifero possano aver creduto nella visione di Yamani, il governo attuale dell’Arabia Saudita sembra invece averla presa molto seriamente. In effetti, difficilmente può essere un caso che l’ambizioso piano dell’Arabia Saudita per il futuro coincida proprio con la data che secondo Yamani segnerà la fine dell’era del petrolio: Vision 2030. Tuttavia, per quanto i leader sauditi possano riconoscere la visione di Yamani, non significa certo che la condividano. Al contrario, come verrà spiegato di seguito, i leader sauditi hanno sviluppato la loro personale visione del 2030 come il prolungamento dell’era del petrolio e non come l’anno che ne segna la scomparsa.
Il piano Vision 2030 dell’Arabia Saudita è stato reso noto nell’aprile 2016 in un contesto di recessione economica che aveva visto i prezzi del petrolio a livello internazionale scendere di oltre il 50 percento dal giugno 2014. Considerato tale crollo e il conseguente calo delle riserve finanziarie saudite, molti esperti hanno visto Vision 2030 come uno sforzo reattivo da parte dei leader sauditi per iniziare a sostenere le finanze del Paese e diversificare l’economia allontanandola dalla sua dipendenza dal petrolio. Bloomberg News ha fornito un chiaro esempio di tale atteggiamento in un articolo dal titolo “Il progetto da 2.000 miliardi di dollari per liberare l’economia dell’Arabia Saudita dal petrolio".
Nell’articolo, i giornalisti di Bloomberg sostenevano che tra i consulenti sauditi serpeggiava un sentimento quasi di panico nel momento in cui avevano scoperto che il Paese stava "sperperando" le proprie riserve estere a un ritmo più veloce di quanto chiunque potesse immaginare, "con la prospettiva di insolvenza nell’arco di soli due anni". L’articolo proseguiva affermando che "il crollo dei proventi del petrolio aveva provocato un deficit di bilancio di quasi 200 miliardi di dollari: in pratica, un’anticipazione di un futuro in cui l’unica materia esportabile per i sauditi non è più in grado di pagare i conti, che sia a causa del petrolio da scisto che invade il mercato o per le politiche contro i cambiamenti climatici".
Pubblicato quattro o cinque giorni prima della presentazione di Vision 2030, l’articolo di Bloomberg e il suo sensazionalismo sono stati pressoché sufficienti a causare un corto circuito nel pensiero critico, portando alla convinzione che l’Arabia Saudita stia cercando di abbandonare del tutto il petrolio per un modello economico basato più sui redditi da investimenti che sulla sua industria petrolifera altamente sviluppata.
Alcuni giorni dopo l’annuncio di Vision 2030, la rivista The Economist ha aggiunto la sua dose di sensazionalismo all’opinione prevalente, affermando che Muhammad bin Salman, il trentenne vice principe ereditario dell’Arabia Saudita, ha annunciato "una serie di impegni per mettere fine alla dipendenza del Regno dal petrolio entro il 2030". È difficile comprendere come una testata autorevole come The Economist possa non aver colto un punto fondamentale nel documento di Vision 2030, che afferma chiaramente: "Continueremo a gestire in modo efficace la produzione petrolifera per garantire un flusso remunerativo di proventi del petrolio e nuovi investimenti".

I leader sauditi possono riconoscere che il petrolio è una risorsa limitata e che una nuova era dell'energia potrebbe alla fine arrivare, ma stanno rinviando quell'era il più a lungo possibile

Il petrolio, elemento essenziale della "visione saudita"

Il petrolio è e resterà al centro dell’economia saudita sia ora che nel 2030. Questo punto è stato messo in chiaro da Khalid Al-Falih, il ministro saudita del petrolio e delle risorse minerali nominato di recente. Secondo Al-Falih, “nessuno in Arabia Saudita ha intenzione di abbandonare l’economia petrolifera”. Al contrario, ha detto, i funzionari sauditi ritengono che la crescita economica globale sosterrà una crescita della domanda di petrolio di circa 1,5 milioni di barili al giorno per il prossimo futuro. Per contribuire a soddisfare tale domanda e a far fronte alle interruzioni delle forniture qualora altri produttori vacillino, i sauditi stanno investendo notevolmente nella loro capacità produttiva di riserva.
Al-Falih si è inoltre dimostrato ottimista riguardo al ruolo del petrolio in confronto a quello di altre fonti energetiche come le rinnovabili. “Non temiamo questa sfida, ma siamo anche realisti e sappiamo che il petrolio rappresenterà una parte significativa del mix energetico per i prossimi decenni", ha dichiarato Al-Falih. "Anche se la quota di petrolio diminuisce, per esempio dal 30 al 25 percento, il 25 percento di una domanda globale molto più ampia si traduce in un numero assoluto molto più elevato di barili che saranno richiesti entro il 2030 o il 2040".
Anche se i sauditi stanno cercando di rafforzare il settore petrolifero del Paese, tuttavia Al-Falih spera che “l’economia non legata al petrolio cresca ancora più rapidamente”. Questa idea si adatta al pensiero alla base di Vision 2030, per cui la cessione di una quota di Saudi Aramco è destinata a svolgere un ruolo chiave nell’aiutare la crescita del settore non-oil. Con la società saudita valutata a 2-3.000 miliardi di dollari, la vendita proposta del 5 percento produrrebbe un utile di 100-150 miliardi e fornirebbe finanziamenti per gli investimenti all’estero oltre che nel settore privato saudita, entrambi obiettivi fondamentali di Vision 2030. Dal punto di vista degli investitori, gli osservatori ottimisti sostengono che la cessione potrebbe fornire “accesso a uno dei settori più apprezzati del Regno e spianare la strada per una maggiore internazionalizzazione dell’economia saudita".
Tutto ciò sembra essere una pia illusione anche perché non è ancora chiaro che cosa gli investitori potranno aspettarsi da una quota in Saudi Aramco. È improbabile che avranno un qualche tipo di controllo (o addirittura accesso) sulle attività interne alla società, figuriamoci sull’intera economia saudita. Secondo Al-Falih, persino dopo un’offerta pubblica iniziale, il governo saudita continuerà a prendere decisioni sovrane sulla produzione petrolifera e la capacità di riserva dell’azienda. Al-Falih ha dichiarato che si tratta di un aspetto che gli “investitori dovranno accettare come parte del pacchetto per avere quote del produttore a più basso costo".
Infatti, come suggerito in Vision 2030, le quote acquistate in Saudi Aramco potrebbero benissimo non avere niente a che fare con l’industria petrolifera. “Riteniamo che Saudi Aramco abbia la capacità di svolgere un ruolo di guida a livello mondiale in altri settori oltre al petrolio e che abbia lavorato su un ampio programma di trasformazione che la renderà leader in più di un settore", si legge nel documento. In sintesi, gli investitori potrebbero trovarsi a detenere quote in una consociata di Aramco che lavora su progetti completamente al di fuori del settore petrolifero.
Né c’è alcun programma per un’IPO. Secondo Al-Falih, un’offerta pubblica iniziale di Saudi Aramco richiederebbe “un’ampia ristrutturazione delle nostre finanze e del rapporto con il governo”. E ciò, ha aggiunto Al-Falih, “richiederebbe una notevole quantità di tempo".

Per mantenere la propria quota nel mercato energetico e in quello petrolifero, Vision 2030 ammette che l'Arabia Saudita potrebbe essere costretta in futuro a ripiegare su prezzi del petrolio più bassi per un periodo indeterminato

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Vision 2030 punta a prolungare l'era dell'oro nero

Anziché essere un documento che punta a rendere indipendente l’economia saudita dal petrolio in tempi brevi, Vision 2030 rappresenta uno sforzo per proteggere ed estendere il settore petrolifero del paese di fronte a una grande e costosa battaglia per le quote di mercato. Se da un lato Vision 2030 chiaramente non condivide la visione apocalittica di Yamani di un’industria petrolifera in declino, dall’altro il documento saudita va visto nel contesto dei vari progressi tecnologici che Yamani credeva avrebbero reso il settore superfluo entro il 2030. Non ultimo, Vision 2030 deve essere inteso nel contesto dell’attuale lotta ai cambiamenti climatici e dell’energia rinnovabile. Il segno più visibile di questa lotta è emerso un anno fa a Parigi durante il Business and Climate Summit dell’UNESCO. In quell’occasione, l’ex ministro saudita del petrolio, Ali Al-Naimi, ha fatto notizia annunciando il desiderio del suo Paese di spostare la produzione dalle sue smisurate risorse petrolifere all’energia solare. “In Arabia Saudita siamo consapevoli che alla fine, uno di questi giorni, non avremo più bisogno dei combustibili fossili”, ha dichiarato Al-Naimi. "Quindi abbiamo intrapreso un programma per sviluppare l’energia solare... Speriamo che uno di questi giorni anziché esportare combustibili fossili esporteremo gigawatt di energia elettrica".
Come con Vision 2030, anche in questo caso la reazione a livello mondiale è stata immediata e sensazionalistica. "Il ministro saudita del petrolio: ‘I combustibili fossili sono destinati a scomparire, stiamo passando all’energia solare", titolava un giornale. "Il programma dell’Arabia Saudita che prevede il solare al posto del petrolio è un barlume di speranza", annunciava un altro titolo. Titoli simili sono apparsi alcune settimane dopo, quando Al-Naimi ha dichiarato ai cronisti, prima di una riunione dell’OPEC, che l’energia solare rappresenta un’opportunità per tutti. "Nell’OPEC il ministro del petrolio saudita vuole essenzialmente discutere dell’energia solare”, recitava un titolo, e anche il sottotitolo a seguire: “Cosa dice sul petrolio quando l’Arabia Saudita includerà il solare?"

Rinviato il programma per il solare

Con tutto il rispetto per i titolisti, l’Arabia Saudita, che detiene almeno 260 miliardi di barili di riserve di petrolio convenzionale, le più grandi al mondo, non ha intenzione di rinunciare al petrolio per l’energia solare o per qualsiasi altra forma di energia rinnovabile. I leader sauditi possono riconoscere che il petrolio è una risorsa limitata e che una nuova era dell’energia potrebbe alla fine arrivare, ma stanno rinviando quell’era il più a lungo possibile. "Considero le fonti di energia rinnovabile come fonti esistenti e integrative, che ci aiutano a prolungare le nostre esportazioni di greggio. Ed è questo il motivo per cui stiamo investendo nell’energia solare", ha dichiarato in passato Al-Naimi.
All’incontro dell’UNESCO a Parigi, Al-Naimi ha confermato i programmi dell’Arabia Saudita per l’energia solare, ma ha respinto l’idea che questa possa sostituire il petrolio come carburante economico in tempi brevi. Al-Naimi ha suggerito che l’energia solare è un lusso che possono permettersi i paesi sviluppati ma non quelli in via di sviluppo. "Noi possiamo permetterci di star dietro all’energia solare, al contrario di molte persone in Asia e in Africa, che bruciano ancora oggi letame e legno per avere energia", ha dichiarato Al-Naimi. Riassumendo quindi la posizione dell’Arabia Saudita: "Concentriamo la nostra attenzione su come possiamo gestire le emissioni in modo tale da poter continuare a utilizzare i combustibili fossili finché non saremo in grado di sviluppare le alternative per le quali stiamo lavorando: solare, eolico, rinnovabili, ecc.".
L’Arabia Saudita ha abbondanti scorte dell’alternativa più economica con i suoi 260 miliardi di barili di riserve di greggio, un aspetto che il ministro ha sottolineato a Parigi chiedendo ai suoi colleghi relatori se il mondo fosse pronto all’interruzione della produzione petrolifera da parte del suo paese. “Potete permettervelo oggi? Cosa succederebbe al prezzo [del petrolio] se oggi togliessi 10 milioni di barili al giorno dal mercato?” Si è trattato ovviamente di una domanda retorica ma che è servita per esporre la sua posizione. Per ora, l’utilizzo diffuso del solare e di altre forme di energia rinnovabile è stato rinviato mentre il petrolio continua a essere la scelta a costi più accessibili.
L’Arabia Saudita ha svolto un ruolo chiave nel rendere tale scelta economicamente conveniente. Il Summit dell’UNESCO si è svolto in un contesto di guerra globale dei prezzi che ha visto appunto i prezzi del petrolio crollare del 40 – 50 percento rispetto all’anno precedente: un regime di prezzi che continua ancora oggi. Durante tutto questo periodo di tempo, cioè oltre due anni, l’Arabia Saudita si è rifiutata di tagliare la produzione e ha sollecitato con successo l’OPEC a fare lo stesso, preferendo vedere i prezzi crollare piuttosto che perdere la propria quota di mercato. All’epoca, Al-Naimi lo aveva spiegato molto chiaramente: “Se io riduco la produzione, cosa accade alla mia quota di mercato? Il prezzo salirà e i russi, i brasiliani e i produttori statunitensi di petrolio di scisto prenderanno la mia quota". Al-Naimi avrebbe potuto aggiungere che anche i produttori di energie rinnovabili avrebbero voluto appropriarsi della sua quota.

Il vantaggio competitivo del Regno

L’influenza dell’Arabia Saudita sui mercati energetici mondiali poggia sulla sua capacità di produrre circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno a 4 - 5 dollari al barile. Si tratta di un vantaggio competitivo che nessun altro produttore di energia può uguagliare, soprattutto perché le riserve saudite consentono al Paese di sostenere la produzione di dieci milioni di barili di petrolio al giorno per i prossimi settant’anni e oltre. È una riserva più efficiente e duratura di qualsiasi altro produttore al mondo e ciò spiega perché l’Arabia Saudita può destabilizzare - o stabilizzare - i mercati energetici globali.
La strategia dell’Arabia Saudita per la quota di mercato influisce su tutti i produttori più costosi di energia, incluso il solare. Questo fatto si è dimostrato evidente a gennaio quando i piani per implementare un programma di energia solare da 190 miliardi di dollari in Arabia Saudita sono stati rinviati dal 2032 al 2040 o successivamente. Il piano, che puntava a creare elettricità dall’energia solare per compensare la domanda interna di petrolio, è stato rinviato a causa dei bassi prezzi dell’oro nero, che hanno indebolito gli incentivi nel breve termine a risparmiare petrolio per le esportazioni. Come dimostrato da tale ritardo nel proprio programma di energia solare, gli sforzi dell’Arabia Saudita sul mercato possono rallentare la transizione verso l’energia rinnovabile rendendola meno accessibile economicamente rispetto al petrolio.
I leader sauditi potrebbero riconoscere che il mondo si trova in una fase di transizione dall’era del petrolio a un’altra che deve ancora venire. Essi potrebbero persino ammettere che l’era del petrolio finirà perché i progressi tecnologici introdurranno una nuova forma di energia, ma non perché il petrolio verrà esaurito. Nuovi progressi tecnologici sono a portata di mano e potrebbero riconoscere quel potenziale. Ma i sauditi non sono pronti, per ora, a cedere la posizione predominante del loro paese sull’energia. È tutta una questione di guerra dei prezzi e la loro politica di produrre scorte abbondanti a basso costo sta attualmente vincendo la guerra per le quote di mercato del petrolio e per la quota dell’Arabia Saudita del mercato petrolifero.

Il piano compensa gli alti costi per mantenere la quota di mercato

Eppure, questa battaglia per la quota di mercato ha un costo elevato per l’economia saudita ed è esattamente a questo punto che si inserisce Vision 2030. Dal momento che le casse saudite si esauriscono a causa della prolungata battaglia per le quote di mercato - battaglia che potrebbe protrarsi per anni in futuro - ci sono potenzialmente meno fondi disponibili per coprire le sovvenzioni di cui i cittadini sauditi hanno a lungo goduto. Di conseguenza, deve essere sviluppata una nuova politica che faccia di quella necessità finanziaria una virtù. È necessario che venga sviluppata una nuova politica che permetta al governo saudita di sopperire, per un periodo potenzialmente di lungo termine, ad una riduzione del reddito che potrebbe creare malcontento tra la popolazione. Questa politica è Vision 2030: una politica che vede i flussi di capitale estero privato come mezzi per colmare eventuali deficit di bilancio cui il Paese potrebbe andare incontro a causa della continua lotta per la propria quota del mercato energetico in generale e del mercato petrolifero in particolare.Vision 2030 non è la visione apocalittica di Yamani di 16 anni fa. A differenza di Yamani, Vision 2030 non vede la fine dell’era del petrolio come inevitabile. Al contrario, considera l’era del petrolio come elastica: un periodo di tempo che può estendersi nel futuro fintanto che l’Arabia Saudita disponga di petrolio a basso costo da produrre e vendere. Vision 2030 riconosce implicitamente che i prezzi elevati del petrolio in realtà ostacolano la quota saudita di mercato rendendo i produttori di energia con prezzi elevati più competitivi. Per ridurre tale competizione e mantenere la propria quota nel mercato energetico e in quello petrolifero, il piano ammette che l’Arabia Saudita potrebbe essere costretta in futuro a ripiegare su prezzi più bassi per un periodo indeterminato. Poiché ciò si traduce potenzialmente in meno fondi per i sussidi pubblici, Vision 2030 esalta le virtù del capitale estero privato in quanto colma i potenziali divari tra i profitti del paese derivanti dal petrolio e le sue spese sociali.