Il vecchio continente a un bivio
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Le ultime elezioni che hanno rinnovato le cancellerie europee hanno visto il disfacimento delle vecchie coalizioni e l'avanzata di nuove formazioni estremiste o populiste che contano sul malcontento civile per conquistare consensi. E si allontana ancora la sospirata riforma dell'Ue

L’Europa si sta muovendo in una direzione nuova, ricca di incertezze e difficoltà. Al termine di un intenso ciclo di elezioni nazionali iniziato nel giugno dello scorso anno con il divisivo referendum inglese sulla Brexit e protrattosi per diciotto mesi, l’Unione Europea si trova ora a un bivio. Ed è ancora troppo presto per capire se alla fine prenderà la strada di una crescente integrazione, sostenuta con forza dal presidente francese Emanuel Macron, o quella di una maggiore frammentazione, sulla spinta del nazionalismo euroscettico, di un sempre più diffuso populismo e della tradizionale contrapposizione tra i paesi “calvinisti” del nord e quelli “cattolici” del sud. Alcune certezze, tuttavia, esistono. In primo luogo, le coalizioni che hanno governato i paesi europei in passato non funzionano più. È questo il caso dell’Austria, dove per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale il presidente della Repubblica è stato eletto senza il sostegno del Partito del Popolo, di centrodestra, né del Partito Socialdemocratico, di centrosinistra, che hanno collaborato per decenni. Così il candidato dei Verdi è stato eletto battendo per pochi voti il rappresentante populista del Partito della Libertà. Lunedì, dopo aver fatto registrare il peggior risultato elettorale del dopoguerra, in Germania il partito di centrosinistra della SPD ha annunciato che non prenderà parte a una coalizione di governo con la CDU/CSU, il partito di centrodestra di Angela Merkel. Quest’ultima ha conseguito quella che molti definiscono una vittoria di Pirro: avendo ottenuto solo il 33% dei voti, sarà costretta a un negoziato lungo e difficile per formare una coalizione alternativa con il piccolo partito liberale e con i Verdi in un parlamento in cui entra per la prima volta il partito nazionalista populista Alternative für Deutschland, che preannuncia un’opposizione rumorosa.

La disfatta dei partiti tradizionali e delle vecchie alleanze

In secondo luogo, in molti paesi membri dalla disgregazione delle vecchie alleanze emerge un panorama politico più frammentato. Quest’anno in Olanda il Primo Ministro conservatore Mark Rutte ha respinto con successo la grande sfida lanciatagli dal leader populista del Partito per la Libertà; tuttavia il suo partito, il VUD, ha perso diversi seggi, il che ha reso più difficile la creazione di una nuova coalizione. Il risultato è che il panorama politico olandese risulta più frammentato rispetto al passato. Lo stesso si può dire delle recenti elezioni in Norvegia, dove il centrodestra è stato riconfermato al governo ma con una maggioranza parlamentare ridotta. Ciò significa che se nel precedente mandato il Primo Ministro Erna Solberg ha avuto bisogno del sostegno di tre partiti, oggi ha necessità di quello di tutte e quattro le compagini di centrodestra. I gruppi più piccoli avranno quindi l’opportunità di bloccare le iniziative che non approvano, come quella che prevede la possibilità di condurre prospezioni petrolifere nelle magnifiche isole Lofoten. In terzo luogo, come hanno dimostrato il referendum sulla Brexit e le elezioni anticipate nel giugno di quest’anno in Gran Bretagna, lo stato d’animo degli elettori in Europa e nel resto del mondo è imprevedibile. L’ostilità nei confronti della classe dirigente è in crescita ma al tempo stesso le vittorie populiste non sembrano così inevitabili.

Cavalcare il disappunto delle fasce deboli

In Norvegia, il più grande produttore di petrolio europeo, la conferma del governo di centrodestra è dovuta soprattutto al fatto che gli elettori hanno voluto premiare coloro che hanno operato con successo per favorire la ripresa dell’economia, pesantemente danneggiata dal crollo dei prezzi dell’oro nero. In Francia gli elettori hanno espresso la loro irritazione verso i partiti politici tradizionali e la loro preoccupazione nei confronti del Front National facendo di Emanuel Macron il presidente più giovane del paese e sostenendo il suo neonato movimento politico. Sotto molti aspetti si è trattato di un voto populista a favore di un presidente non populista, visto che Macron è saldamente ancorato all’élite tecnocratica francese. Detto questo, i francesi hanno già lanciato un segnale al presidente, il cui movimento ha riportato una significativa battuta d’arresto nelle elezioni per il Senato tenute nello scorso fine settimana e la cui popolarità interna è in calo. Per quanto riguarda Theresa May, il Primo Ministro inglese pensava di avere in pugno un sicuro successo elettorale ma non ha tenuto conto del sentimento anti-austerità serpeggiante nel paese né del mutato atteggiamento di molti elettori in relazione a una Brexit “dura” e alle sue conseguenze a un anno dal referendum.

La questione immigrati e il nuovo radicalismo

In quarto luogo, l’ostilità nei confronti delle élite politiche ed economiche tradizionali è stata esacerbata dalle preoccupazioni degli elettori per l’immigrazione e il suo impatto economico e sociale, nonché per la crescita del divario tra ricchi e poveri. Angela Merkel ha certamente pagato dazio per la sua politica di apertura delle frontiere, che ha portato oltre un milione di rifugiati in Germania nel 2015-16. La controversia sull’immigrazione è diventata un potente elemento per attrarre i voti di protesta populisti in molte parti dell’Europa, dalla Gran Bretagna (dove forse questa è stata la vera ragione della vittoria dell’uscita dall’Unione) alla Francia e ora alla Germania, dove gli estremisti di destra sono tornati a sedere nei banchi del Reichstag. Ironia della sorte, tutto questo sconvolgimento politico avviene in un momento in cui l’economia dell’Unione Europea è tornata a crescere e mostra segni incoraggianti di essersi lasciata alle spalle le conseguenze della crisi finanziaria del 2008. In altre circostanze questa sarebbe stata un’ottima opportunità per avviare un’ambiziosa riforma dell’Unione che eliminasse le debolezze attuali e fornisse all’organizzazione basi più solide per affrontare in futuro nuove flessioni economiche se non vere e proprie crisi finanziarie. Era questa una delle grandi idee che aveva in mente il presidente Macron: il più importante negoziato per la riforma dell’eurozona dalla firma del Trattato di Maastricht nel 1992, che portò alla nascita di un bilancio europeo, del Fondo Monetario Europeo e di un ministro delle Finanze europeo. In altre parole, una maggiore integrazione sotto l’egida della Francia e della Germania.

Un'Europa ancora troppo frammentata

Ma oggi come oggi, in una società europea sempre più diversificata e frammentata, il successo economico non garantisce più automaticamente quello politico. Al contrario, le elezioni tedesche, il lungo negoziato per la Brexit, l’emergere di piccoli partiti nella politica europea stanno creando ostacoli a una maggiore integrazione, mentre i paesi membri e i loro elettori mostrano crescenti segni di introspezione. Serviranno mesi ad Angela Merkel per formare una nuova coalizione di governo, e nel frattempo la Cancelliera dovrà probabilmente piegarsi alle richieste dei partner più piccoli con i loro programmi contrapposti, che spingono per una minore, e non una maggiore, integrazione europea. E se la Gran Bretagna sta vivendo lo psicodramma della Brexit, la Spagna è alle prese con l’incubo della spinta separatista della Catalogna. In conclusione, l’Europa si trova a un bivio e le scelte prospettate sono ricche di rischi e di incertezza nel lungo periodo.