E se l'egemonia del petrolio Usa non durasse a lungo?

E se l'egemonia del petrolio Usa non durasse a lungo?

Demostenes Floros | Analista geopolitico ed economico
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Se la produzione statunitense di petrolio continuasse a calare come nell'ultimo trimestre, Washington potrebbe dire addio all'indipendenza energetica e la Casa Bianca si troverebbe a ridisegnare la politica estera in Medioriente. Tutto questo mentre sullo sfondo proseguono i negoziati commerciali con Pechino, che stanno influenzando tanto l'economia globale quanto la domanda di petrolio. Ma le cose potrebbero anche andare diversamente. Gli scenari di ottobre

La produzione di petrolio USA si è ridotta per il terzo mese consecutivo. È quanto emerge dai dati pubblicati dall’Energy Information Administration il 30 settembre scorso. Più nello specifico, essa è diminuita da 12.123.000 b/g ad aprile 2019 a 11.806.000 b/g a luglio 2019 (-317.000 b/g). Questa contrazione è in gran parte ascrivibile ai fenomeni metereologici (uragano Berry) che hanno colpito il Golfo del Messico a luglio, ma non solo. Infatti, nonostante la produzione di petrolio USA ritornerà a crescere nel resto del 2019 secondo quanto anticipato dalla stessa Energy Information Administration il 9 ottobre, il timore è che tale riduzione sia anche la conseguenza dei limiti produttivi e finanziari che stanno sempre più chiaramente emergendo nel fracking (sistema estrattivo a fratturazione idraulica). Più precisamente, al calo della produttività dovuto a fattori geologici – dal + 15% nel 2018 si è passati al +2% nel primo semestre 2019 – si associano gravi problemi finanziari; basti pensare che solamente 11 delle principali 29 società del settore hanno prodotto flussi di cassa positivi nel secondo trimestre 2019 a fronte di 146 miliardi di dollari di obbligazioni che andranno a scadenza entro il 2022.

 

Geopolitica del petrolio e del gas naturale

A oggi, non è ancora chiaro quale scenario prevarrà: verranno confermate le stime che indicano un’ulteriore crescita dell’estrazione di petrolio e gas USA, oppure l’output si stabilizzerà? Nel caso in cui invece prevalesse uno scenario negativo (trend decrescente), quali sarebbero gli effetti sul mercato internazionale del petrolio (lato offerta)? Quali le principali conseguenze geopolitiche?

Al momento, possiamo solamente abbozzare qualche riflessione.

Dal 1971 sino al 2008, le estrazioni di petrolio negli Stati Uniti sono costantemente diminuite, mentre quelle di gas naturale sono rimaste sostanzialmente stabili. Durante la presidenza di Barack Obama, grazie al massiccio utilizzo della tecnica non convenzionale del fracking, la produzione di entrambi i combustibili fossili è invece letteralmente esplosa. Di conseguenza, le importazioni di greggio degli USA sono diminuire di circa 4.000.000 b/g (-6.000.000 b/g quelle di petrolio), mentre la dipendenza energetica degli Stati Uniti, intesa come il contributo delle materie prime energetiche importate sul totale del consumo di energia primaria, si è ridotta dal 20% nel 2011 all’8,3% nel 2018. Se prevalesse lo scenario pessimistico, con ogni probabilità, il trend della dipendenza energetica USA si invertirà.

Da un punto di vista geopolitico, è importante mettere in luce che l’incremento estrattivo di tight oil USA verificatosi nel corso dell’ultimo decennio ha determinato la riduzione delle esportazioni saudite e nigeriane negli Stati Uniti (la Nigeria ha visto un crollo anche delle entrate visto che non ha trovato nuovi acquirenti), dal momento che i due Membri dell’OPEC estraggono la medesima qualità di greggio leggero dei fracker USA, caratterizzata da un basso contenuto di zolfo. Con ogni probabilità, l’emergere di uno scenario negativo costringerebbe gli Stati Uniti a una rivisitazione della propria politica estera in Medioriente.

In merito al settore oil & gas USA, è necessario evidenziare i seguenti punti:

1. Nel medio periodo, il calo dell’offerta petrolifera avrebbe un effetto rialzista sui prezzi (ceteris paribus);

2. Durante il triennio 2019-2022, il processo di concentrazione e centralizzazione del capitale attualmente in corso nel settore dell’energia USA si rafforzerà;

3. Nel corso degli ultimi tre anni, si è raggiunto il livello più basso di nuove scoperte di giacimenti convenzionali da settanta anni a questa parte.

 

Che aria tira tra Washington e Pechino

Il 10 e 11 ottobre scorsi, sono riprese le trattative USA-Cina sul commercio. Le due super potenze hanno raggiunto un compromesso che l’economista Pasquale Cicalese ha definito “un accordo al fine di guadagnare tempo”. La Casa Bianca si era seduta al tavolo delle trattative conscia che l’indice manifatturiero ISM pubblicato dall’Institute for Supply Management era crollato al 47,8% a settembre, la peggiore contrazione dal biennio 2007-2009, dopo il già pessimo 49,1% registrato ad agosto, a sua volta il minimo dal 2016.

Il fallimento dei precedenti colloqui sino-americani aveva determinato l’imposizione di dazi cinesi del 25% sulle importazioni di gas naturale liquefatto USA. Di conseguenza, nel 2019, il numero di metaniere statunitensi in arrivo nella costa sud-orientale cinese è letteralmente crollato rispetto al 2018. Inoltre, se nel 2018, la percentuale dell’import cinese di greggio USA sul totale delle proprie importazioni di greggio (7.960.000 b/g, + 10% rispetto al 2017) è stata pari al 2,9%, nel corso dei primi 7 mesi dell’anno corrente, tale percentuale è diminuita all’1,3% (248.000 b/g, -64%).

L’Italia, stretta tra l’alleanza Atlantica e l’importante, ma controverso, Memorandum sulla Nuova Via della Seta firmato con la Cina lo scorso 23 marzo, presta  grande attenzione all’evolversi del mercato internazionale dell’energia così come dei colloqui sino-americani sulla scia del suggerimento avanzato dall’ambasciatore Giampiero Massolo, già Segretario Generale della Farnesina e attualmente Presidente Ispi e Fincantieri: [Per contare sullo scacchiere globale] l’Italia deve rendersi conto che i tradizionali ‘ombrelli protettivi’ – l’Unione Europea, la NATO, le Nazioni Unite – non possono più sostituirsi alla capacità di decidere rapidamente e di assumersi responsabilità in proprio nel contesto internazionale”. Un concetto simile è stato espresso da Gianandrea Gaiani in merito alla proprietà delle infrastrutture strategiche dell’Italia. Né con i cinesi, né con altri stranieri”, ha affermato il direttore di Analisi e Difesa il 7 ottobre scorso, criticando le pressioni esercitate dal Segretario di Stato USA, Mike Pompeo, nei confronti del governo italiano. Non sarà superfluo ricordare che, a 11 anni dalla crisi del 2008 e dopo tante manovre economiche dettate dall’UE, il PIL dell’Italia si è ridotto in termini reali del 4%. Guido Salerno Aletta, editorialista dell’agenzia Teleborsa, ci ricorda che solo la Grecia ha fatto peggio con quasi un -25%.

 

Ultimi dati e stime sull’oil & gas

Conformemente alle cifre fornite dall’Oil Market Report pubblicato dall’International Energy Agency (IEA) il 12 settembre scorso, la domanda globale di petrolio è diminuita di 200.000 b/g a giugno, il terzo calo verificatosi nel corso del 2019, mentre l’offerta globale ha raggiunto i 100.700.000 b/g ad agosto grazie all’incremento di 530.000 b/g dell’output USA (successivamente al passaggio dell’uragano Berry). La IEA ha confermato le previsioni di crescita al ribasso della domanda 2019 e 2020 di 100.000 b/g e 50.000 b/g, rispettivamente a 1.100.000 e 1.300.000 b/g. Le scorte commerciali dell’OCSE sono invece cresciute di 1.500.000 barili a luglio 2019 (mese su mese), per un totale di 2.931.000.000 barili, 19.700.000 barili al di sopra della media degli ultimi 5 anni.

Secondo le statistiche stilate dal Drilling Productivity Report divulgato dall’Energy Information Administration il 16 settembre, la produzione di greggio non convenzionale USA è prevista aumentare di 74.000 b/g, per complessivi 8.843.000 b/g, a ottobre 2019. L’output di greggio statunitense, dopo il precedente picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è decresciuto fino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, esso ha ripreso ad aumentare fino a record stimato di 12.600.000 b/g toccato il 4 ottobre 2019 (stime settimanali). Secondo le statistiche divulgate da Baker Hughes l’11 ottobre, le 856 trivelle attualmente attive negli Stati Uniti, di cui 712 (83,2%) sono petrolifere e 143 (16,7%), più 1 mista (0,1%), risultano essere 42 in meno rispetto a quelle rilevate il 6 settembre 2019, il minimo dal 20 gennaio 2017.

Stando all’agenzia Bloomberg, i produttori del Permian stanno continuando a trivellare in modo del tutto insostenibile: “I produttori di petrolio che perforano i cosiddetti pozzi genitore-figlio nel bacino del Permian stanno rischiando la perdita del 15-20% dell’output che in realtà potrebbe essere recuperato, distanziando i pozzi troppo vicini tra loro”. [...]. “In gran parte del bacino del Permian”, ha precisato Bloomberg, “la quantità di olio che può essere recuperata dai pozzi-figlio è mediamente inferiore del 20-30% circa rispetto a quella dei pozzi-genitore. Ciò significa che la produzione complessiva di una determinata area potrebbe essere inferiore di circa il 15-20% rispetto alle proiezioni fatte dai produttori”.

A luglio 2019, le importazioni di greggio da parte degli USA sono calate di 206.000 b/g a complessivi 6.935.000 b/g. Quest’ultime erano state 7.141.000 b/g a giugno, 7.158.000 b/g a maggio, 7.025.000 b/g ad aprile, 6.759.000 b/g a marzo 2019, 6.652.000 b/g 2019 a febbraio 2019 e 7.520.000 b/g gennaio 2019. Nel corso del 2019, la media dell’import di greggio statunitense è stata di 7.027.000 b/g, in diminuzione rispetto ai 7.757.000 b/g nel 2018 e ai 7.969.000 b/g nel 2017. Secondo i dati forniti dall’Energy Information Administration il 2 ottobre, l’export di greggio USA è incrementato di 1.000.000 b/g nella prima metà del 2019 rispetto allo stesso periodo del 2018, raggiungendo una media di 2.900.000 b/g.

 

Il trend petrolifero e valutario

A settembre 2019, il greggio Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 58,65 $/b e le ha chiuse a 60,78 $/b, mentre la qualità West Texas Intermediate ha aperto gli scambi a 54,65 $/b, chiudendo a 54,30 $/b.

Come diretta conseguenza degli attacchi militari subiti dall’Arabia Saudita il 14 settembre, sia il benchmark europeo e asiatico, sia il riferimento americano. hanno toccato i massimi mensili, rispettivamente quotando 69,18 $/b il 17 settembre e 63,07 $/b il 16 settembre. Nello specifico, grazie all’utilizzo di droni, sono stati colpiti il bacino petrolifero di Khurais e l’impianto di Abquaid, provocando un calo della produzione saudita di 5.700.000 b/g. Inoltre, dal 30 agosto al 6 settembre, le scorte commerciali USA sono diminuite di 6.912.000 barili.

Nel corso della seconda metà del mese, i prezzi del barile sono calati in virtù dei seguenti fattori:

1. Secondo la Reuters, il 25 settembre, la compagnia statale petrolifera Saudi Aramco aveva già ripristinato la capacità produttiva precedente gli attacchi (11.300.000 b/g). Tuttavia, la notizia non è stata confermata dal Wall Street Journal, secondo il quale il giacimento di Khurais, così come lo stabilimento di Abquaid, necessiteranno di mesi e non di settimane affinché tornino a lavorare a pieno regime;

2. Le scorte USA sono incrementate da 416.068.000 barili il 6 settembre a 419.538.000 barili il 20 settembre (+3.470.000 barili), a dispetto di una decrescita prevista di 6.500.000 barili;

3. Nonostante gli Stati Uniti d’America abbiano immediatamente accusato l’Iran di essere il responsabile degli attacchi contro l’Arabia Saudita, Washington non ha reagito con un atto di guerra nei confronti di Teheran. Inoltre, il 23 settembre, l’Iran ha annunciato che la petroliera battente bandiera britannica Stena Impero – che era stata precedentemente confiscata – era libera di salpare;

4. Il 27 settembre, l’Arabia Saudita ha annunciato una parziale tregua nei confronti dei combattenti Houthi in Yemen.

 

Nel breve periodo, il trend del prezzo del barile dipenderà dall’implementazione dell’accordo USA-Cina. Nei fatti, lo scontro commerciale in corso tra le due superpotenze è il fattore chiave che sta influenzando l’economia globale, così come la domanda di petrolio. Nel momento in cui scriviamo (14 ottobre), il Brent viene scambiato a 59,99 $/b, mentre il WTI a 54,23 $/b.