Uno strumento davvero efficace?
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Le operazioni di fusione e acquisizione hanno diversi scopi: accelerare la crescita, entrare in un Paese, accedere a una nuova tecnologia, o ostacolare l'accesso al mercato a operatori concorrenti. Il punto è capire quanto davvero siano strategiche

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Le fusioni e le acquisizioni, in campo energetico, non sono diverse da operazioni equivalenti in altri settori globali a forte intensità di capitale. Sono determinate principalmente dal desiderio di accelerare la crescita, di entrare velocemente in un Paese o in un settore di potenziale importanza strategica, o di accedere a una nuova tecnologia o a risorse umane limitate. A volte, i grandi accordi possono essere utilizzati come misure difensive per ostacolare l’accesso al mercato a nuovi operatori o limitare il potere dei concorrenti esistenti.

Le grandi dimensioni dei principali attori del settore energetico hanno fatto sì che la maggior parte dei mega-accordi degli ultimi dieci anni si verificasse in questo contesto. Tuttavia, la portata e la natura di queste transazioni pongono un interessante quesito: perché molte delle grandi operazioni in campo energetico sembrano essere in contraddizione con le tendenze che, secondo la maggioranza degli esperti, dovrebbero definire il settore? Sebbene sia in corso un dibattito sulla velocità con cui diminuirà la dipendenza dai combustibili fossili nella produzione energetica, quasi tutti concordano sul fatto che, a livello globale, tale dipendenza sia destinata a diminuire. Ciononostante, il modello delle fusioni e delle acquisizioni negli ultimi 15 anni sembra discostarsi da questa tendenza. L’obiettivo principale dei grandi accordi relativi a gas, petrolio e carbone è di accrescere le riserve comprovate della società acquirente o dell’entità aziendale risultante dalla fusione. La promozione delle sinergie, le economie di scala e i volumi di produzione di petrolio e gas sono gli elementi chiave alla base delle fusioni e delle acquisizioni.

Per quale motivo i colossi del settore energetico dovrebbero raddoppiare gli investimenti nei combustibili fossili, un settore destinato a perdere importanza? Una risposta potrebbe essere che se la presenza nel campo delle energie rinnovabili è certamente fondamentale, le dimensioni delle transazioni sono ancora troppo piccole per attirare l’attenzione del pubblico e dei media in generale. Le fusioni e le acquisizioni di ampia portata relative ai combustibili fossili, al contrario, catturano l’attenzione di media e analisti. Ma non finisce qui. Molti dei mega-accordi nel settore energetico riflettono la corsa contro il tempo delle società più grandi, che devono massimizzare la capacità di sfruttamento degli idrocarburi che in futuro potrebbero essere limitati da restrizioni particolarmente severe diventando delle risorse "bloccate".

I "big deal" nel campo dei combustibili fossili consentono ai leader di mercato di incrementare velocemente le loro scorte gas-petrolifere piuttosto che perdere tempo ad esplorare e sviluppare nuove possibilità. Basti pensare che, negli Stati Uniti, scoprire e sviluppare nuove riserve di gas e petrolio costa all’incirca il doppio rispetto ad ottenere tali riserve attraverso fusioni e acquisizioni aziendali. L’obiettivo di espandere velocemente le scorte spiega in gran parte i 3 trilioni di dollari spesi in fusioni e acquisizioni di società operanti nel campo energetico negli ultimi 15 anni. Per questo motivo, nella graduatoria delle transazioni mondiali il settore energetico si posiziona al primo posto.

Dimensioni e strategie dietro ai "big deals"

Una strategia di questo genere ha preso piede in India, dove i piani del governo prevedono la formazione di un unico grande colosso energetico da 140 miliardi di dollari attraverso la fusione di alcune delle 18 aziende gas-petrolifere di proprietà statale, diventando una delle dieci maggiori società gas-petrolifere su scala mondiale. Una situazione simile si ritrova anche in Russia, dove sette delle dieci maggiori fusioni e acquisizioni del 2016 si sono verificate nel settore gas-petrolifero. Alcuni accordi russi puntavano, allo stesso tempo, ad attirare gli investimenti stranieri in compagnie petrolifere di proprietà statale, basti pensare all’acquisizione, da 11 miliardi di dollari, del 20 percento di Rosneft da parte del Qatar Investment Authority e della società commerciale Glencore.

Un altro interessante esempio è rappresentato dalla fusione, da 5 miliardi di dollari, di Anadarko e Union Pacific negli Stati Uniti, verificatasi nel 2000. Un’ulteriore motivazione che ha favorito le operazioni di fusione e acquisizione è il facile accesso a tecnologie leader di settore, come testimoniato dall’acquisto di Cameron, per 16 miliardi di dollari, da parte di Schlumberger nel 2016. Paal Kibsgaard, Presidente e CEO di Schlumberger, ha definito l’accordo come una mossa volta a unire la tecnologia dei pozzi e il reservoir di Schlumberger con la tecnologia di superficie e di testa pozzo di Cameron. Secondo Kibsgaard, la combinazione di tali risorse con i punti di forza di Schlumberger in termini di strumentazione, software e automazione dava alla nuova società un considerevole vantaggio tecnologico. Anche la pianificata acquisizione di Baker-Hughes da parte di Halliburton era motivata dal desiderio di promuovere il vantaggio tecnologico, sebbene l’accordo sia infine fallito a causa di considerazioni antitrust.

Una vera e propria strategia di rimonta

A volte, le società si affidano alle acquisizioni per correggere importanti omissioni strategiche. Per esempio, questo sembra essere stato il ragionamento di ExxonMobil nel caso della fratturazione idraulica, l’insieme di tecnologie necessarie allo sfruttamento degli scisti. Il gigante statunitense non è più l’ultimo arrivato nel campo della fratturazione, anzi. Dopo aver acquistato quest’anno 250.000 acri di depositi di scisto nel Bacino Permiano (situato in Texas e New Mexico), è diventato uno dei leader mondiali del settore. Questo accordo, del valore di 6,6 miliardi di dollari, rappresenta la maggiore acquisizione da parte della compagnia dal 2009 e anche un importante cambiamento di direzione strategica rispetto alle riserve convenzionali di gas e petrolio in Paesi come la Russia, il Qatar, l’Angola e la Guyana. Inoltre, le società del settore gas-petrolifero stanno utilizzando le fusioni e le acquisizioni per allineare la propria strategia ai trend di mercato espandendosi in segmenti più rispettosi dell’ambiente. Il "big deal" più eloquente sotto questo punto di vista si è probabilmente verificato nel 2016, con l’acquisizione, da 64 miliardi di dollari, di BG Group, la compagnia nata 20 anni fa dalla privatizzazione di British Gas, da parte di Shell. Questa transazione, la più importante nella storia di Shell, ha comportato una radicale ridefinizione della tradizionale strategia di crescita dell’azienda. Il leader del team di coordinamento, Gerald Paulides, ha definito questa decisione come la risposta necessaria a una discontinuità strategica del settore energetico e non come il desiderio di ottenere nuove riserve tradizionali di gas e petrolio. Secondo Paulides, si è infatti trattato di una "mossa deliberata per mettere in primo piano gli obiettivi strategici dell’azienda in determinati segmenti, come il gas naturale liquefatto". A suo avviso, acquistando BG, Shell ha raggiunto in un anno l’obiettivo di una strategia decennale. Sebbene l’acquisizione abbia reso Shell la seconda società al mondo nel settore gas-petrolifero, all’origine la principale motivazione non era quella di aumentare le dimensioni dell’azienda ma assumere rapidamente un ruolo dominante nel segmento del gas naturale, la fonte energetica di transizione preferita in un contesto mondiale di riduzione delle emissioni di anidride carbonica.

L'adeguamento a un'economia a basse emissioni

Apparentemente, le maggiori fusioni e acquisizioni ad opera di società gas-petrolifere si stanno concentrando sulle solite attività di business, rimanendo indietro sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica. Questo scarto temporale esiste veramente? Non proprio. Le dimensioni medie delle fusioni o delle acquisizioni che coinvolgono le società di energia rinnovabile sono comparativamente ridotte, e perciò meno visibili, rispetto alle grandi operazioni in campo gas-petrolifero. Il prezzo medio di un’azienda che si occupa di energia rinnovabile è generalmente inferiore a 1 miliardo di dollari. Nel 2016, le fusioni e le acquisizioni aziendali nei settori eolico e solare sono aumentate del 58 percento, arrivando complessivamente a 27,6 miliardi di dollari. Le società gas-petrolifere europee stanno preparando il settore a una transizione verso una riduzione delle emissioni di anidride carbonica, soprattutto attraverso l’acquisizione di piccole e medie imprese nel campo dell’energia rinnovabile. Rientrano in questo contesto, ad esempio, la decisione strategica di Total di concentrare un quinto della sua base di risorse su tecnologie a emissioni ridotte di anidride carbonica e la creazione della New Energy Division di Royal Dutch Shell. Secondo un recente rapporto di Wood Mackenzie, società di consulenza con sede a Edimburgo, nei prossimi decenni le principali società energetiche, tra cui Royal Dutch Shell, Total e Statoil, investiranno miliardi di dollari nei settori eolico e solare e in progetti relativi allo stoccaggio di energia. Valentina Kretzschmar, direttore di ricerca presso Wood Mackenzie, afferma che tale impegno da parte dei grandi attori del settore gas-petrolifero indica che le energie rinnovabili sono considerate come un megatrend e non come una moda passeggera.