Un'economia in attesa di rilancio

Un'economia in attesa di rilancio

Andreas Raspotnik e Ryan Uljua
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Se nel passato l'Alaska ha goduto ampiamenti dei proventi delle attività di estrazione di petrolio e gas, oggi lo stato americano si trova ad affrontare un momento di crisi che solo le prospettive di riapertura della corsa all'oro nero, prospettate da Trump, potrebbero risolvere

Alaska. L’ultima frontiera degli Stati Uniti, acquistata dall’impero russo nel 1867, habitat naturale del nontiscordardimé alpino e punto di partenza della Yukon Quest, la corsa di cani da slitta più dura al mondo. Il meno densamente popolato dei 50 stati degli Stati Uniti d’America vanta inoltre una storia centenaria di ricerca ed estrazione del petrolio. Un’attività che, nel corso degli ultimi decenni, ha permesso di fornire agli Stati Uniti la tanto indispensabile energia, dando nuovo impulso all’economia della regione, ma provocando al contempo una delle più gravi catastrofi ambientali della storia americana. Benché l’Artide venga spesso considerata l’ultima frontiera energetica del mondo, in Alaska non mancano accesi dibattiti circa il proprio futuro energetico. Con l’esaurirsi delle risorse petrolifere accertate della regione, politici, produttori, ambientalisti e comunità locali discutono infatti del destino degli idrocarburi in Alaska.

Il grande nord americano e il suo petrolio

Nonostante la presenza, già nel 1902, di un pozzo petrolifero per la produzione commerciale nei pressi di Cordova, la vera e propria success story del petrolio dell’Alaska ebbe inizio solo poco dopo che il territorio venne riconosciuto come stato federale nel 1959. Nel 1968, la scoperta del giacimento di Prudhoe Bay, nel North Slope, ha segnato la svolta definitiva e da ultima frontiera l’Alaska si è trasformata in stato petrolifero. Nove anni più tardi, uno dei più grandi sistemi di oleodotti al mondo trasportava per la prima volta petrolio dal nord dell’Alaska a Valdez, un terminal marittimo nel porto libero dal ghiaccio più settentrionale dell’America del Nord. Era nato il Trans Alaska Pipeline System (TAPS), un sistema che ha trasportato oltre 17 miliardi di barili di petrolio nei suoi 40 anni di storia. Un sistema che ha cambiato profondamente lo stato dell’Alaska per l’enorme impatto economico, sociale e materiale. Un sistema che ha travasato milioni di dollari in royalty e tasse nelle casse dello stato. Un sistema che ha però anche fornito il petrolio alla Exxon Valdez, la petroliera che nel 1989 urtò contro una scogliera nello stretto di Prince William, provocando la più grande fuoriuscita di petrolio in mare nella storia degli USA, con circa 41 milioni di litri di greggio del North Slope sversati nel Golfo d’Alaska.

Un passato energeticamente florido, un futuro ancora da definire

Ad oggi, l’industria del petrolio e del gas naturale rimane un elemento fondamentale dell’economia dell’Alaska, con il Norh Slope che ospita alcuni dei 100 giacimenti petroliferi più grandi degli Stati Uniti. Malgrado la produzione petrolifera in costante diminuzione, l’Alaska continua a soddisfare all’incirca il 6-7% della domanda interna di petrolio negli USA (nel 2015 era il quarto produttore di greggio tra i 50 stati federali) e - fino al 2014 - ha addirittura vissuto un nuovo boom economico grazie ai prezzi del petrolio che hanno raggiunto i 100 USD/barile. Tuttavia, il futuro di petrolio e gas nella regione è tutt’altro che certo. Secondo le stime, nella porzione esterna della piattaforma continentale dell’Alaska vi sono 50 miliardi di barili di risorse ancora inesplorate e tecnicamente recuperabili (26 miliardi di barili di petrolio e 3738 miliardi di metri cubi di gas, con 23 miliardi di barili di petrolio e 2831 miliardi di metri cubi di gas solamente nel Mar Glaciale Artico, Mare di Beaufort e Mare dei Ciukci). Tuttavia, nonostante tali previsioni, e soprattutto a causa dei bassi corsi del petrolio (attuali), le prospettive di produzione per il North Slope non sono troppo rosee. Nel 2015, solamente lo 0,1% della produzione di greggio statunitense offshore proveniva dall’Artide. Si prevede che la produzione di petrolio e di liquidi di gas naturale subirà un calo del 4,2% nel corso dei prossimi 10 anni, passando da circa 509 000 barili/giorno nel 2017 a 339 000 barili/giorno nel 2026. Una riduzione che getterebbe inoltre dubbi sulla sostenibilità del TAPS.

L'Alaska negli anni di Obama

Anche le questioni ambientali influenzano profondamente i dibattiti sul futuro del petrolio in Alaska. Desideroso di lasciare un’eredità "verde", al termine del suo secondo mandato, nel dicembre del 2016, il presidente statunitense Barack Obama ha vietato l’estrazione di petrolio e gas nelle acque federali del Mar Glaciale Artico. Il divieto interessa essenzialmente otre 465 mila metri quadrati di acque federali al largo dell’Alaska nel Mare dei Ciukci e gran parte del Mare di Beaufort. L’amministrazione Trump ha comunque previsto di rivedere tale decisione nell’ambito del piano energetico America First Energy Plan. Nel 2013, Obama aveva inoltre rifiutato il tentativo di avviare trivellazioni esplorative su 1,5 milioni di acri di pianura costiera nell’area naturale protetta dell’Arctic National Wildlife Refuge (ANWR), in Alaska, con un valore stimato medio di 7,7 miliardi di barili di petrolio tecnicamente recuperabile. Tuttavia, il governo attuale è più incline a revocare tali restrizioni e ad autorizzare test sismici nella cosiddetta "sezione 1002" dell’ANWR. Questa proposta è stata duramente criticata da associazioni ambientaliste e turistiche, nonché da personaggi del mondo dello sport per via del potenziale impatto negativo sull’habitat della regione e sulla sua fauna selvatica. Il presidente Obama non era tuttavia completamente ostile a un nuovo sviluppo del settore petrolifero in Alaska, lo dimostrano le attività di Royal Dutch Shell, le cui iniziative sono state una costante della sua presidenza. Dopo diversi anni di tentativi incompiuti, Shell ha deciso nel 2015 di abbandonare le trivellazioni, ufficialmente a causa dei risultati deludenti delle scoperte. La società olandese, che in questo progetto ha investito circa 7 miliardi di dollari, non era in realtà preparata alla tenace opposizione dell’opinione pubblica e ciò ha contribuito in maniera decisiva alla decisione di interrompere ogni attività

Una nuova era con Trump

A fronte del crollo dei prezzi del petrolio che si protrae da anni e del calo della  produzione nel North Slope, a cui si aggiungono le false partenze di Shell, l’economia dell’Alaska fatica a risollevarsi. Non solo si trova al secondo anno di recessione, ma, per la prima volta dagli anni '90, nel 2016 si è registrata una diminuzione degli stipendi e il dividendo dell’Alaska Permanent Fund è stato dimezzato come conseguenza diretta dei bassi corsi del petrolio. Dopo le elezioni presidenziali del 2016, molti in Alaska vedevano l’amministrazione Trump come un potenziale toccasana per l’industria petrolifera dello stato e, dunque, per il resto dell’economia. Dalla sua entrata in carica, la nuova amministrazione ha in effetti adottato misure volte a rilanciare il settore petrolifero dello stato, preparando il terreno, ad esempio, per i testi sismici nell’ANWR, offrendo licenze di prospezione per il Mare di Beaufort e facendo intravedere la possibilità di attività di prospezione anche in altre zone del territorio federale. Le politiche pro-petrolio e pro-crescita a livello federale potrebbero in effetti giovare all’economia dell’Alaska, ma le relazioni tra l’amministrazione Trump e lo stato dell’Alaska sono tutt’altro che stabili. A luglio, uno dei due senatori repubblicani dell’Alaska ha rotto la linea del partito votando contro la revoca della legge sanitaria voluta da Obama, revoca sostenuta dall’amministrazione Trump. Per tutta risposta, il presidente Trump ha proferito pubblicamente minacce, criticando la senatrice Lisa Murkowski e facendo sapere tramite i funzionari del Dipartimento dell’Interno che il voto avrebbe danneggiato la reputazione dell’Alaska all’interno dell’amministrazione. Malgrado la confusione, è bene notare che solamente il Congresso può fornire legalmente l’approvazione finale per lo sfruttamento del petrolio nell’ANWR, non il presidente.

Nuove chance di sviluppo dalle esportazioni?

Nonostante i bassi corsi del petrolio, le sfide logistiche e un clima sfavorevole, la prospezione petrolifera nelle regioni artiche statunitensi non è priva di interesse. Ad esempio, dopo avere ricevuto l’approvazione nel luglio 2017, Eni, principale compagnia petrolifera italiana, ha in programma attività di trivellazione esplorativa nelle acque federali dell’Alaska nel Mare di Beaufort. Dal punto di vista logistico, il TAPS sta operando al 25% delle sue capacità per via del calo della produzione nel North Slope e i gestori dell’oleodotto sarebbero ben contenti di trasportare greggio da nuovi giacimenti offshore e dall’ANWR, dunque è presumibile che siano disposti a offrire condizioni vantaggiose. Infine, l’Alaska  potrebbe trarre vantaggio dalla continua crescita degli USA come Paese esportatore di petrolio, in particolare verso l’Est asiatico. In termini di infrastrutture, il terminal di Valdez è sempre stato un impianto marittimo destinato all’esportazione, sebbene tali "esportazioni" fossero storicamente dirette negli altri stati federali anziché in Asia. Nel Golfo del Messico tuttavia, le infrastrutture sono predisposte per le importazioni via mare, piuttosto che per le esportazioni, e la realizzazione di apposite strutture per l’esportazione non è in programma, almeno per diversi anni a venire. Dal punto di vista geografico, il viaggio di una petroliera che trasporta greggio tra l’Alaska e la Corea del Sud è molto più breve di quello tra Houston e la Corea del Sud. I numeri per esportare petrolio in massa nell’Est asiatico non ci sono ancora, ma dati i margini limitati, le cose potrebbero cambiare nei prossimi anni, con le raffinerie asiatiche in grado di fornire ai produttori un mercato dinamico per il petrolio di quest’area. Nonostante i recenti sviluppi della politica energetica riguardanti le regioni artiche degli Stati Uniti, non sono i politici a fissare il prezzo mondiale del petrolio. Finché il prezzo del petrolio continuerà a calare, l’Alaska sarà in difficoltà, indipendentemente da quanto riuscirà a estrarre. Alcuni esperti ritengono che anche nell’ipotesi di un aumento delle attività di prospezione e di produzione nel prossimo decennio, la crisi economica dell’Alaska verrebbe solamente rallentata o frenata, ma la tendenza attuale non verrebbe invertita. Il petrolio e il gas naturale determineranno dunque il futuro dell’Alaska, in un modo o nell’altro.