Turchia, alla ricerca di stabilità

Turchia, alla ricerca di stabilità

Fabio Squillante
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Gli esiti del referendum costituzionale del 16 aprile rafforzano il presidenzialismo di Erdogan ma rivelano sempre di più un Paese diviso al suo interno, alle prese con un rallentamento dell'economia e pronta a consolidare i buoni rapporti con gli Stati Uniti

Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha vinto la sua sfida, riuscendo ad ottenere la maggioranza dei voti popolari in favore della riforma costituzionale, nel referendum celebrato domenica 16 aprile. La Turchia si avvia dunque verso un regime presidenziale, in cui il capo dello Stato avrà notevolissimi poteri, in particolare quello di nominare 12 dei 15 membri della Corte costituzionale. Un sistema che dovrebbe garantire stabilità ad un paese afflitto spesso, in passato, da frammentazione politica, fibrillazioni e perfino pronunciamenti militari. Il contesto in cui il referendum si è svolto, ed il suo stesso risultato, sono tuttavia lontani dal poter garantire, di per sé, un consolidamento del sistema politico del paese. E non si può anzi escludere che la Turchia scivoli verso una stagione di rinnovate tensioni interne.

Una vittoria di misura non priva di ombre

Con il 51,4% di voti favorevoli, la riforma costituzionale - che dovrebbe entrare in vigore nel 2019, al termine dell’attuale mandato di Erdogan – è stata infatti approvata con uno scarto minimo: appena lo 0,7 %. Nonostante una campagna referendaria enormemente sbilanciata in favore del presidente, preceduta da un intervento che ha estromesso dall’amministrazione e dalla vita pubblica decine di migliaia di funzionari, magistrati, agenti di polizia, militari, giornalisti, insegnanti. Secondo gli osservatori del Consiglio d’Europa, l’esito del voto potrebbe essere stato inficiato dalla violazione di alcune norme della legge elettorale rispetto al conteggio dei voti, denunce che sono state prontamente riprese dalle opposizioni.

Un Paese ancora diviso

Nonostante la martellante propaganda filo-governativa, il 48,6% dei votanti si è espresso contro la riforma: un segnale di quanto profonda sia la spaccatura del paese, e di quanto controversa sia ormai la leadership di Erdogan. Il "no" ha vinto nell’Anatolia sud-orientale, la regione a maggioranza curda, ma anche nelle grandi città - Istanbul, Ankara e soprattutto Smirne – che rappresentano il cuore del dinamismo economico del paese. Erdogan, tuttavia, non sembra voler adottare una linea inclusiva, anzi. Nel comizio tenuto all’aeroporto di Ankara davanti ad una folla di sostenitori, il presidente ha affermato che la vittoria del "sì" ha mostrato l’unità del popolo turco. Ha sottolineato la compattezza del Paese al di là di tutte le divisioni politiche, etniche e religiose (nel sud-ovest vive una fortissima minoranza alauita). Ha rivendicato, infine, di aver sostenuto una battaglia contro "le nazioni potenti del mondo", che hanno attaccato la Turchia "con una mentalità da crociati". Un linguaggio che non solo ricorda quello dei militanti dello Stato islamico, ma che equipara, in un certo senso, gli oppositori politici agli "infedeli".

Nonostante la martellante propaganda filo-governativa, il 48,6% dei votanti si è espresso contro la riforma: un segnale di quanto profonda sia la spaccatura del paese, e di quanto controversa sia ormai la leadership di Erdogan.

L'influenza della tensioni internazionali

È una linea divisiva, che non mancherà di acuire ulteriormente le tensioni, in un paese già profondamente diviso. Significativo è il fatto che gli elettori del Movimento nazionalista (Mhp) – partito di estrema destra legato ai "Lupi grigi" che ha sostenuto la riforma di Erdogan – hanno risposto solo in minima parte alle indicazioni dei loro leader. Sull’ampio rifiuto della riforma hanno certamente inciso la crescente islamizzazione della vita pubblica, l’intervento in Siria che ha portato alla morte di numerosi militari, gli attentati terroristici, le tensioni con i paesi vicini ed alleati, e soprattutto la brusca frenata dell’economia, provocata in buona parte dal crollo dei flussi turistici e dalla riduzione degli investimenti esteri. Problemi che difficilmente saranno risolti nel breve periodo, e che potrebbero invece aggravarsi, acuendo l’insoddisfazione della popolazione. La stabilità non sarà certamente favorita dall’abbandono della prospettiva d’integrazione europea: una scelta che Erdogan sembra aver già compiuto, come dimostra l’annunciata volontà di convocare un referendum sulla pena di morte – incompatibile con l’adesione all’Ue – ed uno sul proseguimento dei negoziati di adesione all’Unione.

La ritrovata intesa con Washington

L’atteggiamento muscolare di Erdogan lascia inoltre prevedere che la repressione degli oppositori politici proseguirà, così come la politica del pugno di ferro nei confronti della minoranza curda che, secondo le stime, conta fra i 12 e i 18 milioni di abitanti, su un totale di circa 75 milioni. Il leader di Ankara sembra però poter contare sul sostegno del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha salutato con favore la sua vittoria referendaria. Un segnale, questo, di quanto sia sbagliato pensare che Trump voglia sciogliere la Nato, o comunque ridurne il peso. Nonostante la dichiarata volontà di riallacciare il dialogo con la Russia, Trump sembra infatti ben consapevole del ruolo che storicamente la Turchia ha esercitato nell’Alleanza atlantica, garantendo il contenimento della Russia nel Caucaso e in Medio Oriente. Non è quindi casuale il fatto che Erdogan sia stato fra i primi ad applaudire l’attacco missilistico lanciato dagli Usa contro la base aerea siriana di Shayrat, ed a tornare a chiedere l’allontanamento di Bashar al Assad dal potere. Un passaggio che ristabilisce la distanza tra Ankara e Mosca, e che riavvicina invece la Turchia al suo grande alleato tradizionale: gli Stati Uniti d’America. E’ un elemento, questo, da non sottovalutare nell’analisi degli sviluppi futuri della situazione nel paese, e che potrebe influire anche sulle relazioni tra Turchia e Unione Europea.