Il trend petrolifero ascendente
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La stima della domanda di petrolio in crescita, le scorte statunitensi che diminuiscono insieme alle esportazioni dell'OPEC stanno permettendo ai prezzi di salire in maniera costante e continuativa

A settembre, i prezzi del petrolio sono significativamente cresciuti. In particolare, la qualità Brent North Sea ha aperto le contrattazioni a 52,75$/b e le ha chiuse a 56,68$/b mentre il West Texas Intermediate ha aperto prezzando a 47,34$/b per poi chiudere a 51,54$/b. Nel momento in cui scriviamo, il Brent viene scambiato a 56,06$/b e il WTI a 50$/b.
Il benchmark asiatico/europeo e il riferimento americano hanno toccato il massimo mensile rispettivamente, il 25 settembre – quotando 59,24$/b, record da 26 mesi ad oggi – e il 26 settembre – prezzando 52,40$/b, il massimo nel corso degli ultimi due anni – sulla scia del referendum sull’indipendenza tenutosi della regione curda dell’Iraq, il cui risultato ha chiaramente messo in luce la volontà di separarsi da Baghdad. In conseguenza dell’emergere di tale tensione geopolitica, il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha minacciato di bloccare l’oleodotto – che fornisce approssimativamente 600.000 b/g – proveniente dalla regione autonoma del Kurdistan iracheno fino al porto turco di Ceyhan, mentre Baghdad ha fatto appello per un boicottaggio internazionale delle vendite di greggio curdo.
In aggiunta a questa specifica, ma temporanea causa, tre fattori spiegano il trend ascendente dei prezzi del barile. In particolare:
1. Domanda – Conformemente ai dati forniti dall’International Energy Agency il 13 settembre, la domanda di petrolio è stimata in crescita di 1.600.000 b/g nel 2017 (dato rivisto al rialzo per il terzo mese di fila), raggiungendo i 97.700.000 b/g (+1,7% anno su anno).
L’OPEC Monthly Oil Market Report pubblicato il 12 settembre, conferma tale andamento ascendente anche se per un ammontare minore. Infatti, la domanda di petrolio globale è stimata in crescita di 1.420.000 b/g (stima rivista al rialzo di 50.000.000 b/g);
2. Scorte – In base ai dati forniti dal Weekly Petroleum Status Report pubblicato Energy Information Administration il 22 settembre, le scorte commerciali di greggio statunitensi (ad esclusione di quelle strategiche) sono diminuite di 1.800.000 barili rispetto alla settimana precedente;
3. Esportazioni – Conformemente alle cifre del Monthly Energy Information Administration Report, le esportazioni petrolifere dell’OPEC sono diminuite di 1.300.000 b/g tra luglio e agosto.
Esaminando il trend del prezzo del barile, il decremento del WTI manifestatosi tra l’8 e il 12 settembre è direttamente riconducibile alle conseguenze degli straordinari eventi atmosferici verificatisi nel Golfo del Messico, ad agosto. Di fatto, gli analisti di Goldman Sachs hanno previsto che la diminuzione della domanda di greggio da parte dei raffinatori in conseguenza degli uragani potrebbe ammontare a 900.000 b/g in settembre e a 300.000 b/g in ottobre, "shock al ribasso per il bilancio petrolifero mondiale".
Nei giorni seguenti, la ripresa del prezzo del WTI è stata più lenta rispetto a quella del Brent probabilmente perché i frackers statunitensi, avendo venduto la propria produzione futura (hedging), hanno in questo modo rallentato il trend rialzista. In realtà, la qualità americana ha chiaramente superato la soglia dei 50$/b dopo che l’EIA ha pubblicato che le esportazioni USA avevano raggiunto 1.500.000 b/g. Nelle sue conclusioni, l’Oil Market Report mette in luce che "Sulla base delle recenti scommesse degli investitori, si prevede che i mercati subiranno delle contrazioni e che i prezzi aumenteranno, sebbene in maniera modesta". Il 26 settembre, nel corso dell’ultimo Federal Open Market Committee, la Governatrice della FED, Janet Yellen, ha espresso serie preoccupazioni in merito alle sopravvalutate stime dell’inflazione e del tasso di disoccupazione statunitensi. Per questo motivo, sussiste un’alta probabilità che l’incremento dei saggi di interesse – attualmente compresi tra l’1/1,25% – rallenti nel corso dei prossimi mesi.
I frackers Nord Americani coglieranno l’occasione al volo oppure anche l’Energy Information Administration ha sovrastimato l’output di greggio USA come evidenziato da Harold Hamm, CEO di Continental Resources? Nel contempo, l’Amministrazione Trump dovrà necessariamente tenere conto del fatto che il Debito Pubblico USA ha sfondato i 20.000.000.000.000 $. Nello specifico, il 12 settembre esso ha raggiunto i 20.160.000.000.000 $, equivalenti a 62.000 $ di debito per cittadino statunitense e ben 167.000 $ per contribuente. Secondo il Congressional Budget Office, il Debito Federale detenuto dal pubblico è attualmente ai livelli più alti da poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Per di più, grazie ai dati forniti il 19 settembre dal Commerce Department, nel corso del II trimestre 2017 il Conto Correnti USA ha toccato i 123.100.000.000 $, in aumento dell’8,5% rispetto al I trimestre 2017 (113.500.000.000 $). Trattasi del più alto deficit dal IV trimestre 2008 (150.000.000.000 $).
"Al momento, nulla lascia pensare che l’Amministrazione Trump o il Congresso siano intenzionati a rivedere seriamente i programmi assistenziali che sono alla base di questo deficit di bilancio sistemico", ha affermato il 19 settembre scorso Paolo von Schirach, Presidente del Global Policy Institute e Professore di Affari Internazionali ed Economia presso la BAU International University in Washington, DC.

Ultimi dati e stime sull'oil & gas

Conformemente ai dati dell’Oil Market Report, pubblicati dall’Energy Information Administration il 13 settembre, l’offerta globale di petrolio è diminuita di 720.000 b/g ad agosto per un totale di 97.700.000 b/g. Questo primo calo dal mese di aprile ha riguardato soprattutto, i produttori non-OPEC, ed è stato causato, sia da interruzioni accidentali, sia da manutenzioni programmate. Nello specifico, la produzione di greggio da parte dei membri dell’OPEC è diminuita di 210.000 b/g – per un totale di 32.670.000 – in virtù dei problemi estrattivi della Libia ancora alle prese con la forte instabilità politica. Di conseguenza, la conformità dei produttori OPEC all’accordo di novembre 2016 è aumentata dal 75% di luglio all’82% di agosto mentre quella dei non-OPEC ha raggiunto il 100%. A luglio, le scorte dei paesi OCSE sono rimaste stabili attorno ai 3.016.000.000 barili, 5.000.000 in meno rispetto al precedente report. Ciò nonostante, si tratta di ben 190.000.000 di barili sopra la media degli ultimi 5 anni. Nel 2017, la domanda di petrolio è stimata in crescita di 1.600.000 b/g per un totale di 97.700.000 b/d. Se ne desume che il ribilanciamento del mercato sta certamente proseguendo ma, nel contempo, bisogna considerare che le scorte "si stanno riducendo a partire da valori molto elevati in termini di volume". In base alle stime fornite dal Drilling Productivity Report pubblicato dall’Energy Information Administration il 18 settembre, l’output non convenzionale USA è previsto in crescita a ottobre di 79.000 b/g, a 6.083.000 b/g. La produzione statunitense di greggio, dopo avere raggiunto il picco di 9.627.000 b/g ad aprile 2015, è decresciuta al minimo di 8.428.000 b/g il 1° luglio 2016. Dopodiché, ha ripreso ad aumentare sino a toccare i 9.561.000 b/g il 29 settembre 2017. Grazie ai dati forniti da Baker Huges, il numero totale di trivelle USA attive al 29 settembre è di 940 delle quali, 750 (79,8%) sono petrolifere, 189 (20,1%) gasiere più 1 mista (0.1%). Si tratta sostanzialmente di numeri che non si sono modificati rispetto al 25 agosto. A luglio 2017, le importazioni USA di greggio sono calate a 7.825.000 b/g. Quest’ultime erano 8.010.000 b/g a giugno, 8.397.000 b/g a maggio, 8.131.000 b/g ad aprile, 8.048.000 b/g a marzo, 7.890.000 b/g a febbraio e 8.435.000 b/g a gennaio (record da agosto 2012). Attualmente, la media degli importazioni è quindi di 8.050.000 b/g, chiaramente superiore rispetto ai 7.877.000 b/g raggiunti nel 2016, a loro volta in aumento se confrontati con i 7.344.000 b/g importati nel 2014 e i 7.363.000 b/g nel 2015.

Geopolitica del petrolio e del gas naturale

Il 15 marzo 2016, l’Ambasciatore Dan Fried, coordinatore per le politiche sanzionatorie presso il Dipartimento di Stato statunitense, ebbe modo di affermare che "Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla Russia si sono rivelate più efficaci grazie ai bassi prezzi mondiali del petrolio". Tenendo conto che le sanzioni sono tutt’ora in essere, qual è l’attuale situazione macroeconomica della Federazione Russa?
Di seguito, i principali dati:
1. PIL 2017 – Stimato in crescita tra l’1,7%/2,2% grazie all’incremento di investimenti e domanda a loro volta trainati dagli scambi commerciali, dal settore minerario e da quello dei trasporti;
2. Tasso di inflazione 2017 – L’obiettivo del governo è il 4%. Ad agosto, i prezzi sono aumentati del 3,3% nei primi giorni di settembre, del 3,2%. Nel 2016, inflazione aveva raggiunto il 7,1%;
3. Tassi di interesse – Il 15 settembre, la Banca Centrale di Russia ha tagliato il saggio di prestito annuale dal 9% all’8,5%. A dicembre 2014, i tassi erano saliti fino al 17%. Da allora, il rublo – che a gennaio 2016 aveva sfondato quota 90 verso l’euro e 80 nei confronti del dollaro – si è apprezzato nei confronti delle principali valute internazionali. Nel momento in cui scriviamo, la moneta russa viene scambiata a 67.46 verso la moneta unica e 57.38 circa il biglietto verde.
4. Deficit di Bilancio 2017 – E’ previsto al 2,1% del PIL rispetto ad una stima iniziale del 3,2%.
Dal momento che – nel corso dei primi sette mesi del 2017 – le entrate petrolifere russe sono cresciute del 35% se confrontate con lo stesso periodo del 2016 quando il greggio quotava 27$/b, qualcuno potrebbe immaginare che l’attuale miglioramento del deficit sia unicamente dovuto alla sostanziale stabilità dei prezzi energetici: non è esattamente così.
1. Deficit di Bilancio 2017 al netto dell’energia – E’ stimato all’8,4% del PIL, in calo dello 0,6%. Con ogni probabilità, quest’ultimo dato è sottostimato in quanto calcolato con PIL all’1% e inflazione al 5%.
Nel 2011/14, la rendita da oil & gas pesava per quasi il 50% del budget russo. Nel 2016, per il 38% mentre nel 2017 si prevede il 36%;
Nonostante le sanzioni statunitensi e dell’Unione europea, i dati sopracitati suggeriscono che il quadro macroeconomico della Federazione Russa si sta sostanzialmente stabilizzando. Ad oggi, esso risulta inoltre essere meno dipendente dal settore oil & gas mentre la ripresa economica pare avere intrapreso il giusto sentiero. Non a caso, il 25 settembre, l’Agenzia di Rating Fitch ha innalzato la valutazione del debito della Federazione Russa (IDR – Russia’s Issuer Default Rating) da "stabile" a "positivo", rilasciando il seguente comunicato:
"La Russia continua a fare progressi nel consolidare il proprio quadro politico supportato da un tasso di scambio più flessibile, un forte impegno nei confronti del controllo dell’inflazione e una strategia fiscale prudente, che si riflette nella regola di bilancio approvata recentemente. Questo policy mix risulterà in una maggiore stabilità macroeconomica e, oltre a un robusto bilancio esterno e fiscale, renderà l’economia più resistente agli shock".