Il Giappone: un'isola resiliente con un popolo straordinario

Il Giappone: un'isola resiliente con un popolo straordinario

Paul Sullivan | Professore, NDU. Georgetown NCUSAR
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Dopo i disastri naturali del 2011 il Paese ha avuto il coraggio di rimettersi in piedi puntando sullo sviluppo economico. Il settore energetico andava risollevato e tutt'oggi non mancano le difficoltà, fortemente attenuate da un unico obiettivo, la diversificazione
L'#autosufficienzaenergetica del Paese è diminuita in maniera drastica, passando dal 16 al 6% in seguito a queste #calamità

Sotto diversi punti di vista, il Giappone è un luogo sorprendente. In particolare, non possiamo non rimanere attoniti di fronte alla sua capacità di ripresa energetica, sociale, economica e umana in risposta al "Triplice disastro" dell’11 marzo 2011. Quel giorno, un fortissimo terremoto seguito da diverse scosse di assestamento di ampia portata ha colpito duramente l’estremità orientale del Paese, causando uno tsunami le cui onde hanno distrutto una parte significativa delle zone costiere di Fukushima e di altre prefetture limitrofe. I primi due disastri sono stati, quindi, il terremoto e lo tsunami. Il terzo disastro, verificatosi lo stesso giorno, è stato la fusione del nocciolo del reattore e altri eventi verificatisi presso la centrale nucleare di Fukushima Daiichi. La maggior parte delle vittime di questi tragici eventi è stata causata dalla distruzione e dall’inondazione provocate dalle gigantesche onde dello tsunami che hanno oltrepassato le dighe marittime riversandosi su città e villaggi, come se non avessero incontrato alcuna barriera sul loro cammino. Nella storia recente del Paese non si era mai assistito a nulla di simile e solo alcune delle coste più colpite erano adeguatamente preparate. Si è trattato di un giorno molto triste per il Giappone, che ancora riecheggia nella cultura e nella vita quotidiana dei giapponesi.

I danni provocati all'energia nucleare

Lo tsunami, inoltre, ha oltrepassato le inadeguate dighe marittime della centrale di Fukushima. L’acqua si è riversata all’interno della centrale e ha distrutto il generatore di riserva che immetteva acqua di raffreddamento negli impianti. Inoltre, ha danneggiato irreparabilmente la maggior parte dei sistemi di sicurezza (fail-safe) della struttura. Non è stato possibile salvare la centrale nemmeno grazie allo straordinario coraggio dei pompieri, della polizia, dei lavoratori TEPCO (Tokyo Electric Power, la società che gestisce l’impianto) e di molti altri. Esplosioni di idrogeno e altri danni hanno devastato la centrale e diffuso radiazioni nel terreno, nel mare e nell’atmosfera circostanti fino ad arrivare, in alcuni casi, anche molto lontano. Nel frattempo, molte altre centrali nucleari hanno cessato automaticamente di funzionare. Man mano che la gravità della situazione si faceva sempre più evidente, e si assisteva a una rapida evoluzione della politica nazionale nei confronti dell’energia nucleare, tutte le centrali nipponiche sono state gradualmente chiuse e il Paese ha perso il 30% della fornitura di energia elettrica. Per una nazione moderna e sviluppata come il Giappone, che faceva grande affidamento sul nucleare per la produzione di energia elettrica, la perdita di capacità e di produzione energetica è stata enorme. L’autosufficienza energetica del Paese è diminuita in maniera drastica, passando dal 16 al 6% in seguito a queste calamità. Da un punto di vista energetico, il Giappone è uno degli Stati del pianeta meno autosufficienti, nonché l’ultimo fra le più grandi economie industrializzate.

Conseguenze di una rete di infrastrutture vecchio stampo

Le linee di distribuzione e di trasmissione dell’elettricità, alcune centrali non nucleari, gasdotti e strade hanno riportato gravi danni. Ovviamente, tutto questo ha contribuito a peggiorare la situazione energetica. Le problematiche sono state ulteriormente amplificate dalla separazione dell’industria elettrica in due zone di frequenza (50 hz a est e 60 hz a ovest), per cui la possibilità di trasportare elettricità dalle interconnessioni occidentali non era sufficiente a far fronte alle perdite di produzione elettrica della parte orientale dovute alla forza distruttiva e letale del Triplice disastro. Oltre a tutte le calamità che avevano colpito l’approvvigionamento elettrico del Paese, quasi tutta la produzione elettrica nazionale era suddivisa in zone di utility, controllate rigidamente da alcuni monopoli con un livello piuttosto modesto di trading di energia fra le loro zone. Un network vecchio stampo che aveva fatto sì che molte di queste aziende non si preparassero adeguatamente al peggio, incluse le "porte girevoli" fra le autorità regolatorie nucleari e i loro "monopoli" regionali. Gli incentivi e le infrastrutture immateriali tipiche dell’industria avevano consentito l’instaurarsi di un pericoloso auto-compiacimento.

Il processo di riforma e razionalizzazione del sistema dell'elettricità è ben avviato. Anche il sistema normativo in materia di energia nucleare è stato modificato, in modo da favorire pianificazione e incentivi adeguati. L'industria nucleare ha investito notevoli somme di denaro nella costruzione di dighe contro gli tsunami

La forza del popolo nipponico

Ciononostante, non molto tempo dopo il Triplice disastro, il governo, il settore industriale e il popolo nipponico hanno dato prova di una grande capacità di ripresa dando il via alla ricostruzione. Le centrali a combustibili fossili in stand-by sono state ripristinate. Sono state effettuate riparazioni alle infrastrutture elettriche, ad esempio a linee e piloni di trasmissione e a trasformatori, commutatori ed altre stazioni che presentavano danni. Grande attenzione, inoltre, è stata posta al ripristino di porti e infrastrutture per lo stoccaggio di energia. Anche le strade, essenziali per il trasporto dell’energia in un Paese montagnoso come il Giappone, sono state riparate in fretta. Sarebbero necessari diversi libri per spiegare (e ammirare) questi sforzi, sebbene, come accade in casi simili, non tutto andò secondo i piani. Non c’è da stupirsi. Dopo gli eventi, a livello nazionale si è verificata un’immediata riduzione di carico. Diverse industrie si sono immediatamente adeguate. Il settore automotive e altre attività ad alto consumo energetico si sono dovute adattare, per un certo periodo di tempo, agli alti e bassi a volte impressionanti della fornitura di elettricità.
L’economia del Giappone era stata messa a dura prova da una crisi finanziaria del settore immobiliare iniziata alla fine degli anni ’80 e protrattasi negli anni ’90. In quegli anni, i tassi di crescita del PIL sono precipitati e, da allora, il PIL del Paese si trova in una situazione stagnante. La crisi finanziaria mondiale del 2008 è stata un duro colpo che ha fatto sprofondare il PIL in una fase di crescita negativa. Anche il Triplice disastro ha colpito duramente il PIL giapponese provocando range di crescita negativi, ma non ai livelli della recessione del 2008 o di alcuni eventi minori degli anni ’90. Se non fosse stato per la natura collaborativa e resiliente del popolo nipponico, gli effetti del Triplice disastro sull’economia giapponese sarebbero stati ancora peggiori. La reazione dei cittadini alle richieste del governo di risparmiare energia è stata sorprendente. Addirittura, in molti casi, hanno ridotto il loro consumo di energia in modo superiore a quanto richiesto: come alzare la temperatura dei condizionatori (poco dopo gli eventi, in Giappone sarebbe iniziata l’estate), usare le scale al posto dell’ascensore, fare più attenzione a spegnere le luci e altri piccoli gesti di questo genere che hanno effetti sorprendenti sulla domanda di energia. Anche l’industria e il governo hanno limitato il loro consumo di energia. I giapponesi sapevano che il loro Paese era in pericolo, si sono quindi rimboccati le maniche e hanno stretto i denti in circostanze molto difficili.

Lavorare sulla diversificazione energetica

I grandi sforzi di riparazione e ricostruzione di fronte a questi eventi sono stati delle risposte eccezionali nel breve e medio periodo; tuttavia il Giappone deve sviluppare delle politiche, dei piani e degli investimenti a lungo termine in grado di garantire la sicurezza energetica futura. Dovranno trovare la migliore combinazione di risorse, mezzi e metodi per ottenere tale sicurezza.
Il processo di riforma e razionalizzazione del sistema dell’elettricità è ben avviato. Anche il sistema normativo in materia di energia nucleare è stato modificato, in modo da favorire pianificazione e incentivi adeguati. L’industria nucleare ha investito notevoli somme di denaro nella costruzione di dighe contro gli tsunami, impermeabilizzazioni e diversi piani, infrastrutture di sicurezza e di riserva per gli impianti e non solo. Alcune centrali nucleari sono state riavviate, ma il dibattito sull’apertura di altre è ancora incandescente. Le opinioni dei cittadini sull’energia nucleare divergono in base a dove un individuo vive in Giappone e a come è stato colpito da questi eventi tragici.
Il Giappone ha a disposizione diverse fonti di energia geotermale, che sembrano però essere sfruttate principalmente dai bagni termali (onsen) e dai parchi nazionali. A partire dal 2011, il Paese si è concentrato sempre di più sull’energia eolica e solare, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Diversi impianti megasolari sono stati costruiti e altri sono in lavorazione. I parchi eolici si stanno diffondendo ovunque. Tuttavia, non bisogna dimenticare che le principali fonti di energia sono ricavate dai combustibili fossili, quasi interamente importati poiché il territorio giapponese ne è pressoché privo. Le risorse rinnovabili non idriche corrispondono a circa il 3% della fornitura di energia. L’energia idrica ammonta a circa il 5%. Il nucleare ora rappresenta soltanto l’1%, mentre il petrolio e altri carburanti liquidi rappresentano un esorbitante 42% del consumo energetico giapponese, dipendendo all’82% dal Medio Oriente per il petrolio e all’81,4% dallo Stretto di Hormuz per il trasporto di tale petrolio. Per diversificare le importazioni di petrolio, il Giappone sta pensando al Nord America e, in particolare, agli Stati Uniti. Sono inoltre impegnati in investimenti petroliferi e relativi al petrolio in tutto il mondo, in modo da diversificarne le fonti. In ogni caso, il Giappone abitualmente è uno dei 3-4 maggiori importatori di petrolio al mondo, nonché il principale importatore di GNL. Il gas naturale corrisponde a circa il 23% del consumo energetico, eppure dipendono solo al 26,5% dal Medio Oriente e al 23,6% da Hormuz. L’obiettivo dei giapponesi è diversificare ulteriormente anche le fonti di gas naturale. Sotto questo punto di vista, le capacità di esportazione (nuove e potenziali) di GNL da Australia e Stati Uniti potrebbero rappresentare una sostanziale differenza positiva. Le aziende nipponiche hanno investito nella capacità di GNL e altri gas naturali di entrambe le nazioni. Un altro attore fondamentale è la Malesia, sebbene a lungo termine il GNL malese potrebbe non essere così disponibile dato il probabile aumento del fabbisogno di gas naturale del Paese stesso. La fornitura di gas naturale dalla Russia è in aumento in Giappone, ma diverse considerazioni di natura politica potrebbero indurli a preferire altre fonti in futuro. Il Giappone è a volte il principale importatore di carbone al mondo. Il carbone corrisponde all’incirca al 27% della domanda energetica giapponese e proviene soprattutto da Australia e Indonesia, la Russia è al terzo posto. Ancora una volta, le risorse nipponiche di carbone, petrolio e gas sono infinitamente piccole rispetto alla richiesta.

In seguito al Triplice disastro, la crescente domanda di combustibili fossili da parte del Giappone ha avuto effetti significativi sul prezzo del GNL nei mercati del Bacino Pacifico e nei mercati globali di carbone e petrolio nel momento in cui il Paese iniziava a sostituire la produzione nucleare di elettricità con gas, carbone e petrolio.

La vita da importatore netto di energia

Con la chiusura degli impianti nucleari, il Giappone è passato molto rapidamente dall’essere un esportatore netto a un importatore netto per la sua economia. In seguito al Triplice disastro, la crescente domanda di combustibili fossili da parte del Giappone ha avuto effetti significativi sul prezzo del GNL nei mercati del Bacino Pacifico e nei mercati globali di carbone e petrolio nel momento in cui il Paese iniziava a sostituire la produzione nucleare di elettricità con gas, carbone e petrolio. In seguito all’aumento dei prezzi di petrolio, carbone e GNL negli anni immediatamente successivi agli eventi del marzo 2011, anche i costi delle importazioni di combustibile in Giappone sono drasticamente aumentati. Alla diminuzione di questi prezzi, in particolare dopo il 2014 per petrolio e GNL (i prezzi di importazione del GNL in Giappone erano collegati sia al costo del petrolio sia agli effetti generali sul mercato) e dopo il 2011 per il carbone, il Paese ha iniziato a recuperare parte del deficit commerciale e, addirittura, si è avviato verso un surplus commerciale in seguito al calo drastico dei prezzi del combustibile.
Il Giappone ha iniziato a puntare sulla cosiddetta "economia dell’idrogeno". Sebbene per il momento ci si trovi ancora alle fasi iniziali, l’obiettivo è attuare dei progressi significativi in vista delle Olimpiadi del 2020. Allo stesso tempo, il Giappone sta puntando sugli idrati di metano che si trovano nelle profondità degli oceani limitrofi e sta esplorando l’eventuale presenza di altri combustibili fossili negli oceani. Un altro problema futuro per il Giappone potrebbe essere rappresentato dalle vie marittime di comunicazione (SLOC) lungo le quali viene trasportata la maggior parte dei combustibili (non bisogna infatti dimenticare che quasi tutti i combustibili fossili sono importati). Mentre la Cina continua a costruire isole e basi nel Mar Cinese orientale e meridionale, il Giappone si fa sempre più circospetto nei confronti delle motivazioni che hanno portato a questa scelta. Prima di raggiungere i porti nipponici, il petrolio del Medio Oriente deve passare attraverso lo Stato malese di Malacca e altri canali cruciali nel Sud-est asiatico. Un altro aspetto da prendere in considerazione in materia di sicurezza energetica è perciò l’organizzazione dei porti di importazione del combustibile. Spesso le infrastrutture per il petrolio, il gas e il carbone all’interno dei porti sono situate l’una vicino all’altra, e questo può essere problematico in termini di sicurezza. A volte, la prossimità geografica delle infrastrutture energetiche può causare minore sicurezza da un punto di vista fisico.
Il calo della popolazione giapponese potrebbe attenuare alcune problematiche di sicurezza future. Tuttavia, proprio a causa dell’invecchiamento della società è necessario che l’energia sia affidabile per motivi di salute, stile di vita e sicurezza umana. L’utilizzo crescente dei robot e dell’intelligenza artificiale nell’ambito della quarta rivoluzione industriale farà sì che le industrie e i servizi, così come i governi, avranno sempre meno bisogno di persone, ma al contempo aumenterà la richiesta di energia (in particolare di elettricità) in questi e altri settori.
Infine, non bisogna sottovalutare l’eventualità, apparentemente molto probabile, di un altro grande terremoto che potrebbe avere il suo epicentro nella fossa di Nankai a sud dell’isola di Honshu, vicino alle principali aree di generazione, trasmissione e trasporto energetico e industriale. Ci auguriamo che, in futuro, il Paese del Sol Levante sia preparato alle emergenze e ai disastri naturali. I giapponesi sono un popolo resiliente e si stanno preparando a quello che potrebbe accadere. Nel frattempo, è straordinario constatare la reazione del Giappone, nella vita di tutti i giorni e nel settore produttivo, di fronte ai disastri passati e alle possibili calamità future. È impossibile negarlo: i giapponesi sono veramente un popolo straordinario.

 

*Le opinioni espresse sono esclusivamente di Paul Sullivan.