La difficile strada verso l'accordo sul taglio alla produzione

La difficile strada verso l'accordo sul taglio alla produzione

Emilio Fabio Torsello
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L'Arabia Saudita e la Russia disertano il meeting dei Paesi produttori esterni all'organizzazione. L'accordo sulla limitazione dell'output dovrebbe essere raggiunto il 30 novembre prossimo ma sembra sempre più in bilico

Quella per il riequilibrio della domanda e dell’offerta nel mercato del petrolio è una via che – a guardarsi indietro – è costellata di ostacoli, difficoltà e vicoli ciechi. Da quando infatti il prezzo del barile ha iniziato a scendere – un declino cominciato oltre un anno fa, complice un eccesso di offerta rispetto alla domanda – sono stati diversi i tentativi per riportare il mercato su livelli di normalità, con prezzi sostenibili per i budget delle compagnie energetiche globali e dei Paesi.

L'Arabia Saudita si tira fuori

Gli ultimi aggiornamenti raccontano di ulteriori spaccature. A poche ore dal meeting OPEC di Vienna, infatti, l’Arabia Saudita ha fatto sapere di non voler partecipare alla riunione con i Paesi non-OPEC. Una decisione che ha spinto la Russia a dare lo stesso identico annuncio poco dopo, in risposta alle posizioni di Riad. E la motivazione della Corona saudita è chiara: l’Organizzazione dei Paesi Produttori deve "risolvere prima i problemi in quanto OPEC, dato che non abbiamo raggiunto un accordo all’interno dell’organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Prima di incontrare i Paesi non-OPEC e chiedere loro di partecipare a qualsiasi azione, dobbiamo avere un accordo credibile con numeri chiari e un sistema a cui il mercato possa credere". Una mossa che invia un segnale chiaro: la politica sui prezzi deve essere decisa in primis dall’OPEC. A rischio sembra essere non solo il mercato e il prezzo del barile ma anche la tenuta stessa dell’OPEC, da molti anni percepita ormai come una organizzazione in cui ciascun Paese porta sul tavolo delle trattative le proprie esigenze, ma con poche o nulle possibilità di compromesso.

Budget e compagnie petrolifere a rischio

Questo stallo, di contro, sta avendo ripercussioni su quei Paesi che contano proprio sulle revenue petrolifere per garantire il corretto funzionamento della macchina statale: dall’Arabia Saudita alla Russia, passando per Iraq, Iran, Nigeria e Libia. Riad, ad esempio, ha dovuto tagliare stipendi e bonus dei dipendenti pubblici per rispondere ai mancati introiti. E sempre la Corona saudita nelle scorse settimane ha deciso di revocare l’incarico al ministro delle Finanze del Paese che, secondo alcune indiscrezioni, non avrebbe saputo prevedere né rispondere in modo efficace alle conseguenze del calo del prezzo del barile. Riad, di contro, ha anche deciso di intervenire sulla produzione energetica aprendo alle Rinnovabili, mettendo in campo tecnologie e investimenti capaci di supportare il Paese in un momento di crisi economica e potenziando – in parallelo – anche il settore petrolchimico. La stessa Russia sta vivendo un periodo di forte stagnazione a causa del prezzo basso del barile. Per il 2017, in particolare, il ministero dell’Economia non prevede revenue particolarmente importanti dal petrolio.
Eppure, nonostante questa crisi che sta compromettendo anche la sostenibilità di aziende importanti e strutturate a livello globale, nonché la loro capacità di fare ricerca su nuovi siti e bacini potenzialmente produttivi – la Norvegia, ad esempio, ha limitato molto queste attività - ad oggi i Paesi OPEC e non-OPEC non sono ancora riusciti a trovare un’intesa per limitare la produzione, facendo crescere la domanda rispetto all’offerta.
A peggiorare il contesto, i cosiddetti outsider: quei Paesi che un tempo erano player importanti nel mercato del petrolio e oggi vivono crisi economico-sociali tali da non poter tagliare né limitare l’unica fonte di entrate sicure per lo Stato. In Libia, ad esempio, la situazione economica del Paese impedisce di prendere parte all’eventuale accordo deciso in sede OPEC "almeno nel prossimo futuro". Lo ha dichiarato, secondo quanto riporta Bloomberg, il presidente della National Oil Company libica, Mustafa Sanalla. La Libia nelle ultime settimane ha più che raddoppiato la produzione di greggio a circa 600.000 barili al giorno da quando diversi porti per la spedizione del petrolio sono stati sbloccati a settembre. Ma l'output rimane decisamente sotto gli 1,6 milioni di barili giornalieri che la Libia produceva prima delle rivolte del 2011.

Lo spettro dei 25 dollari al barile

Un eventuale mancato accordo – figlio dei mancati accordi di Doha e, in parte, di Algeri - rischia adesso di avere effetti molto negativi sul mercato: il barile potrebbe attestarsi sui 40 dollari per i prossimi tre anni, come ha pronosticato anche la governatrice della Banca Centrale russa, Elvira Nabiullina. Ma la situazione potrebbe essere anche molto più drammatica. Negli scenari economici che Mosca sta studiando per prevenire eventuali crisi economiche e sostenere il PIL, infatti, Nabiullina ha anche indicato la possibilità che il greggio precipiti "a 25 dollari", con un mercato che nel 2017 l’EIA teme possa essere letteralmente sommerso da prodotti petroliferi fuori controllo. Una prospettiva che metterebbe in serio pericolo la tenuta di aziende e Stati.