Il Bacino del Caspio, grandi opportunità ma costi elevati

Il Bacino del Caspio, grandi opportunità ma costi elevati

Lello Stelletti
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L'area, secondo l'EIA, potrebbe contenere 48 miliardi di barili di petrolio e 292 mila miliardi di piedi cubi di gas naturale, fra riserve certe e probabili. In molti puntano a questo "Nuovo Medio Oriente" ma ci sono diverse problematiche aperte

Dall’inizio degli anni Novanta, quando venne definita il “Nuovo Medio Oriente”, la regione del Mar Caspio è certamente diventata un punto di riferimento nella strategia energetica dei principali attori internazionali. Non sempre, tuttavia, è riuscita a rispettare le attese, a causa di problemi di vario genere: in particolare la questione sullo status del Caspio, la competizione fra i paesi rivieraschi e le condizioni climatiche e ambientali. Nel 2003, la US Energy Information Administration (Eia) ha stimato che l’area del bacino del Caspio potesse contenere 48 miliardi di barili di petrolio e 292 mila miliardi di piedi cubi di gas naturale, fra riserve certe e probabili. In confronto, l’area mediorientale presenta tutt’altra prospettiva: oltre 803 miliardi di barili di petrolio e circa 2.827 mila miliardi di piedi cubi di gas; una stima che tiene conto anche delle riserve iraniane e che mostra come difficilmente le pur non trascurabili risorse del Caspio potrebbero minacciare quelle dei paesi del Golfo persico.

Dall'inizio degli anni Novanta, quando venne definita il "Nuovo Medio Oriente", la regione del Mar Caspio è certamente diventata un punto di riferimento nella strategia energetica dei principali attori internazionali

Occhi puntati sull'area

Paragoni a parte, il bacino del Caspio resta uno scenario interessante, non solo per gli operatori del settore degli idrocarburi, ma anche per una serie di attori statali e transnazionali. Gli Stati Uniti da tempo osservano gli sviluppi nell’area e sono stati fra i primi a puntare su di essa, con compagnie come Chevron ed ExxonMobil. L’Unione europea punta da tempo ad una diversificazione delle forniture, per ridurre la dipendenza dal gas russo. Anche la Turchia segue con attenzione gli sviluppi nell’area e può contare sui rapporti positivi costruiti con due paesi rivieraschi, l’Azerbaigian e il Turkmenistan. Guardano con interesse al Caspio, infine, paesi asiatici come Cina, India e Giappone, tutti (anche se per motivi diversi) alla ricerca di nuove forniture di gas e petrolio. L’area del Mar Caspio continua a caratterizzarsi per il progressivo avanzamento dei progetti di esplorazione ed estrazione di gas. In particolare il comparto gasiero potrebbe consentire alla regione di aumentare la produzione mondiale di circa il 27 per cento nel corso dei prossimi dieci anni. Il Turkmenistan può contare su riserve di gas provate pari a 17.500 miliardi di metri cubi ed è il paese che, secondo l’EIA, potrà contribuire maggiormente alla crescita della produzione del comparto negli anni a venire. A sostenere l’aumento della produzione turkmena sarà prevalentemente l’entrata in funzione di nuove fasi di sfruttamento del maxi-giacimento di Galkynysh (area centro orientale del paese), il secondo più ampio al mondo dopo quello di South Pars, nel Golfo, con riserve stimate dalle autorità turkmene in 27.400 miliardi di metri cubi. Da non sottovalutare, inoltre, anche la recente scoperta di un nuovo giacimento che conferma appieno la ricchezza del sottosuolo turkmeno e le potenzialità di crescita: lo scorso dicembre, infatti, le autorità di Ashgabat hanno annunciato la scoperta di un nuovo giacimento a Chelekbay, nei pressi di Galkynysh, che avrebbe un potenziale estrattivo attorno al milione di metri cubi al giorno.

I potenziali sbocchi di questa ricchezza

Tutto questo gas dovrà trovare degli sbocchi e la Cina è al primo posto nelle preferenze, in primis perché ha favorito – attraverso capitali, tecnologie e infrastrutture di trasporto – l’aumento della produzione. Questo rapporto ha tuttavia causato l’accumulo di miliardi di dollari di debiti nei confronti di Pechino, rivelandosi un’arma a doppio taglio per la fragile economia turkmena. Entro i prossimi dieci anni si prevedeva il completamento della cosiddetta “Linea D”, la quarta tratta del Central Asia-China Gas Pipeline (Cacgp), attraverso cui transita già il 72 per cento dell’export di gas turkmeno. Con la conclusione di questo progetto, il Cacgp potrebbe raggiungere una capacità annua di 85 miliardi di metri cubi di gas, un incremento considerevole rispetto agli attuali 55 miliardi. Tuttavia non mancano gli ostacoli: la costruzione della Linea D è stata sospesa a marzo fino a data da destinarsi. La nuova tratta avrebbe dovuto attraversare Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, per poi arrivare nell’area nord occidentale della Cina. I paesi attraversati dal tracciato non avrebbero usufruito del gas turkmeno, ma avrebbero guadagnato dalle tasse di transito. La bocciatura, seppur momentanea di questo progetto mette a dura prova l’economia turkmena, in piena crisi, e in gran parte basata sulle esportazioni di gas, i cui prezzi hanno subito un forte calo negli ultimi tre anni. Oltre ai debiti con la Cina, che resta tuttavia l’unico compratore di gas turkmeno, ci sono problemi con uno dei principali attori del bacino del Caspio: la Russia. Le autorità di Mosca all’inizio del 2016 hanno cancellato il contratto di fornitura con il Turkmenistan, a causa del mancato accordo sui costi. Ashgabat chiedeva una somma pari a 240 dollari per mille metri cubi di gas, ma Gazprom ha preferito negoziare due nuovi accordi con paesi estrattori, l’Uzbekistan ed il Kazakhstan, che hanno proposto un prezzo di 140 dollari per mille metri cubi. All’inizio di quest’anno, inoltre, è venuto a mancare il contratto con l’Iran che ha deciso di investire nella produzione interna di energia elettrica. Per diversificare i propri introiti, il Turkmenistan punta a due alternative: l’India, attraverso l’Afghanistan; e l’Unione europea, attraverso il Mar Caspio e l’Azerbaigian. Prospettive interessanti, ma certamente complicate. In primo luogo, Ashgabat deve riuscire ad attirare investimenti per delle infrastrutture che devono essere realizzate partendo da zero. La prima opzione fa sembrare l’India più lontana di quanto non sia effettivamente dal punto di vista geografico, a causa dell’accidentato e incerto teatro afgano. Nella seconda permangono i problemi legati allo status del Mar Caspio e, senza una soluzione alla questione, la Russia non consentirà mai la creazione di un gasdotto transcaspico che diventerebbe un serio concorrente per le sue forniture destinate all’Europa.

Il ruolo determinante della Russia

Il soft power russo nell’area rimane, per ora, molto forte e limita le grandi potenzialità turkmene. Oggi la Russia è grandemente interessata a sviluppare le sue risorse continentali per ampliare il potenziale derivante dall’estrazione di gas e petrolio. Essendo uno dei principali esportatori d’idrocarburi al mondo, la Russia ha iniziato da alcuni anni ad individuare un'alternativa valida per sostituire nel tempo i suoi giacimenti situati nella Siberia occidentale, che stanno sperimentando un graduale e inevitabile declino della produzione. Questa alternativa è il bacino del Caspio, dove si affaccia la regione russa di Astrakhan, famosa proprio per i suoi depositi d’idrocarburi: gas naturale e condensato, ma anche petrolio. Le risorse on-shore ammontano a quasi 6 mila miliardi di metri cubi di gas e ad oltre un miliardo di tonnellate d’idrocarburi liquidi. A differenza dell'Azerbaigian, del Kazakhstan e del Turkmenistan, la Russia ha deciso abbastanza "in ritardo" di procedere con lo sviluppo dei suoi campi off-shore di petrolio e gas nelle acque del Caspio. Durante il periodo sovietico, infatti, le aree settentrionale e centrale del bacino caspico, dove la Russia ha la sovranità e la competenza esclusiva sull'esplorazione d’idrocarburi, erano considerate poco promettenti. L’emergere dalla regione di Astrakhan come "terra di conquista" per i player russi dell’energia è quindi abbastanza recente: solo nel 1994 Lukoil diede il via al suo programma di esplorazione nell’area settentrionale del mare, e fu a lungo l’unica grande azienda presente in quella che veniva percepita come una zona a basso profitto.

Tuttavia, già dal 2000 le attività esplorative russe iniziarono ad avere i primi successi. In quell’anno Lukoil annunciò la scoperta del giacimento Yuri Korchagin, seguito da altri sette nei successivi otto anni: Rakushechnoye e 170 Km nel 2001; Khvalynskoye e Sarmatskoye nel 2002; Vladimir Filanovsky nel 2005; Morskoye e Tsentralnoye nel 2008. Complessivamente le stime indicano riserve pari a 4,7 miliardi di barili di petrolio equivalente. Il primo, Yuri Korchagin, ha riserve certe che ammontano a circa 29 milioni di barili di petrolio e quasi 64 miliardi di metri cubi di gas: Lukoil vi ha investito sinora 45 miliardi di rubli (al tasso di cambio attuale 640 milioni di euro), come riferisce la stessa compagnia russa, a conferma dell’importanza assegnata a questo giacimento. Il giacimento Vladimir Filanovsky è il più grande in termini di riserve di petrolio scoperte in Russia negli ultimi 20-25 anni, con riserve stimate in 290 milioni di barili di petrolio equivalente. Da pochi mesi è stata annunciata la messa in funzione del quinto pozzo nel giacimento. A lungo Lukoil ha operato in autonomia i giacimenti della zona, solo in un secondo momento sono arrivate anche Gazprom e Rosneft. La prima si è unita a Lukoil nello sviluppo del giacimento di Tsentralnoye, mentre Rosneft ha acquistato il blocco di trivellazione a Laganskiy nel 2013 e, un anno dopo, ha iniziato con Lukoil a costruire una piattaforma di trivellazione a Rybachya. Proprio nel 2013 è stato scoperto l’ultimo giacimento a Velikoye: per quest’ultimo le stime di accertamento sono ancora in corso ma secondo i dati preliminari potrebbe contenere fino a 300 milioni di tonnellate di petrolio e 90 miliardi di metri cubi di gas.

Nonostante questi dati incoraggianti, le sfide non mancano per un’economia come quella russa, uscita quest’anno dalla recessione, ma comunque ancora fragile e gravata dalle sanzioni internazionali decise dopo l’annessione della Crimea. I primi problemi sono di tipo climatico: l’area settentrionale del Caspio in inverno si ghiaccia, mentre in estate si passa alle condizioni tipiche delle steppe desertiche dell’Asia centrale. Questi sbalzi di temperatura hanno riflessi negativi sulle attività di esplorazione e trivellazione. A ciò si aggiunge una certa carenza di attrezzature speciali e di personale qualificato nella regione, per costruire e gestire gli impianti off-shore, un fattore non trascurabile che ostacola gli investimenti di nuove aziende nel Caspio ed è anche uno dei motivi per cui Lukoil continua a detenere la sua leadership nella regione.

Gli sviluppi del Kazakhstan

Le compagnia russe hanno così deciso di aprire le porte a un altro attore statale della regione: il Kazakhstan. I rapporti fra Mosca e Astana sono solidi, e il Kazakhstan è senza dubbio il principale alleato di Mosca in Asia centrale. Alla fine del 2016 il governo russo ha autorizzato la costituzione della joint venture Central Oil and Gas Company, composta da Lukoil e Gazprom (entrambe al 25 per cento) e la compagnia kazakha KazmunaiGaz (al 50 per cento). La società si occupa di sviluppare Tsentralnoye, il giacimento nel settore russo del Mar Caspio. In verità la cooperazione fra Russia e Kazakhstan risale al 15 ottobre 2015, quando i due paesi siglarono un protocollo che prevede una licenza per lo sfruttamento delle aree di fondale nel Mar Caspio. Il Kazakhstan partecipa inoltre allo sfruttamento del giacimento off-shore di Khvalynskoye, operato sempre da Lukoil, che al momento vanta riserve pari a 322 miliardi di metri cubi di gas, 18,4 milioni di tonnellate di condensato e 242 milioni di tonnellate di petrolio.
Il Kazakhstan, tuttavia, si muove anche in autonomia e prosegue lo sviluppo di progetti nel Caspio anche senza la Russia. A ottobre del 2016 è ripresa la produzione dal mega giacimento di petrolio e gas di Kashagan. Scoperto nel luglio del 2000, Kashagan è stato descritto come il più grande giacimento scoperto negli ultimi 30 anni, il più grande al di fuori del Medio Oriente, con una produzione stimata vicina a quella di Ghawar in Arabia Saudita, riconosciuto come il più grande al mondo in termini di produzione convenzionale (ovvero escludendo lo shale). I partner nel progetto Kashagan sono China National Petroleum Corp (8,33 per cento, acquisito nel 2013 per 5 miliardi di dollari da ConocoPhillips, attraverso KazmunaiGaz), Inpex (7,56 per cento) e, ciascuna con una quota dal 16,81 per cento, Shell, Exxon Mobil, Total, KazMunaiGaz e Eni, che è stata responsabile della prima fase di sviluppo.
I problemi, tuttavia, non sono mancati. Come nel caso dei giacimenti russi, anche per Kashagan sono emersi i medesimi problemi ambientali, con inverni molto rigidi ed estati torride, senza contare i costi di trasporto dei materiali e la corrosività delle acque inquinate del Caspio che ha costretto il consorzio a sostituire le condutture con alcune più costose in lega di nichel. Una situazione che ha causato un cospicuo incremento dei costi rispetto alle stime iniziali, forzando il consorzio ad interrompere le attività che, con più di dieci anni di ritardo, sono riprese nell’ottobre del 2016. Kashagan è stato definito da molti una "grande sfida" e, una volta superati gli ostacoli, potrebbe rappresentare uno dei principali motori di sviluppo del Kazakhstan. Negli ultimi anni il paese è stato spesso descritto come in "rampa di lancio", ma la sua posizione geografica, la controversa situazione politica e gli stretti legami con la Russia ne hanno spesso frenato l’ascesa.
In Kazakhstan, comunque, non c’è solo Kashagan, ma anche realtà consolidate, come il mega giacimento di Tengiz. Scoperto nel 1979 nei pressi della costa nord-orientale del Caspio, è stato subito identificato come una delle principali scoperte d’idrocarburi della storia recente. Per questo motivo ha attirato diverse imprese che, approfittando della dissoluzione dell’Unione sovietica, hanno deciso di investire nel giacimento. Dal 1993 Tengiz è gestito dal consorzio Tengizchevroil, che detiene i diritti per 40 anni, composto Chevron (50 per cento), Exxon Mobil (25 per cento), Kazakhstan Petroleum (20 per cento) e Lukoil (5 per cento). Oggi Tengiz rappresenta il 45 per cento della produzione petrolifera complessiva del paese asiatico. Il sito on-shore di Karachaganak, situato nell’area occidentale del Kazakhstan, nel cosiddetto bacino pre-caspico, è un altro mega giacimento che produce petrolio, condensati e gas naturale, e ha una produzione stimata in circa 230 mila barili al giorno di petrolio e 26 milioni di metri cubi giornalieri di gas naturale. Esso è gestito dal consorzio Karachaganak Petroleum Operating, in cui Eni e Shell sono co-operatori e controllano ciascuna il 29,25 per cento delle azioni. Nel consorzio sono inoltre presenti Chevron (18 per cento), Lukoil (13,5) e KazmunaiGaz (10 per cento). Il 51 per cento della produzione è destinato alla centrale di Orenburg, in Russia, mentre la parte restante viene inviata ai mercati occidentali attraverso il Caspian Pipeline Consortium e la pipeline Atyrau-Samara, collegata direttamente alla rete di esportazione russa. Il Caspian Pipeline Consortium è uno dei massimi esempi di collaborazione fra Russia e Kazakhstan, oltre che dei tanti altri player internazionali coinvolti, e consente l’export della produzione petrolifera dei giacimenti kazakhi ai partner occidentali. Anche il giacimento Tengiz ne fa parte ed è stato collegato direttamente al porto russo sul Mar Nero di Novorossiysk grazie ad una pipeline inaugurata nel 2001.
La produzione d’idrocarburi kazakha, tuttavia, non è destinata ai soli partner occidentali. Le grandi aziende cinesi, come avvenuto in Turkmenistan, hanno infatti messo gli occhi sui principali progetti energetici nazionali. Non a caso Cnpc ha acquisito l’8,4 per cento del consorzio di Kashagan nel 2013, versando oltre 5 miliardi di dollari a KazmunaiGaz. Inoltre, all’inizio del 2016, il Fondo energetico cinese ha acquisito il 51 per cento di KMG International –il ramo internazionale di KazmunaiGaz – mentre China Investment Corp possiede una quota dell’11 per cento di KazMunaiGas Exploration Production, altra sussidiaria della compagnia statale kazakha.

Il bacino del Caspio resta uno scenario interessante, non solo per gli operatori del settore degli idrocarburi, ma anche per una serie di attori statali e transnazionali

Fattori di difficoltà sia esterni che interni

La panoramica sulle riserve d’idrocarburi di tre dei principali attori che si affacciano sul bacino del Caspio mostra quindi una grande quantità di riserve, ma anche grandi difficoltà che emergono in particolare nei costi molto elevati per gli investitori. Il ribasso dei prezzi di petrolio e gas degli ultimi anni ha imposto una disciplina abbastanza rigorosa agli investitori in termini di distribuzione del capitale e causato non pochi problemi alle economie dei paesi del Caspio, fortemente dipendenti dall’export degli idrocarburi. Anche le sanzioni pendenti su Russia e Iran non sono state certamente un fattore positivo, a causa della stretta interdipendenza economica fra i paesi rivieraschi. Anche per questo motivo non sorprende che paesi come Azerbaigian, Kazakhstan e Russia abbiano deciso di adeguarsi ai tagli alla produzione petrolifera proposti lo scorso anno dall’Opec nella speranza di favorire un rialzo dei prezzi. In questo contesto, inoltre, gli Stati Uniti – uno degli attori esterni più interessati alle imponenti riserve d’idrocarburi del Caspio – si avvicinano alla tanto agognata autosufficienza energetica, frutto della cosiddetta "rivoluzione del gas da scisti". L’Unione europea, sempre alla ricerca di nuove fonti per ridurre la dipendenza dal gas russo, si è rivolta invece all’Azerbaigian e al progetto del Corridoio meridionale del gas, e guarda con particolare attenzione alle grandi scoperte del Mediterraneo orientale. Le esportazioni verso la Cina non bastano a controbilanciare il cambiamento di prospettive di alcuni dei destinatari principali delle forniture: la domanda di energia di Pechino resta effettivamente elevata, ma per essere soddisfatta necessita dello sviluppo di nuove infrastrutture di trasporto.
Ai fattori esterni, infine, si aggiungono quelli interni: il soft power russo; la competizione fra i diversi attori statali dell’area; la questione giuridica del Mar Caspio. La longa manus di Mosca, per esempio, ha determinato gran parte dei problemi attuali del Turkmenistan, visto come un competitor pericoloso per le forniture russe. Ed è sempre la Russia a porre gli ostacoli principali alla sigla di una convenzione sul Mar Caspio.
Con la caduta dell’Unione sovietica sono sorte le prime rivendicazioni circa lo status del Mar Caspio. La questione riguarda la definizione giuridica di lago internazionale o di mare chiuso. Se il Caspio fosse dichiarato mare (chiuso, ma pur sempre mare), si applicherebbe allora il trattato di Montego Bay del 1982, secondo il quale gli Stati rivieraschi governano entro le 12 miglia nautiche, ma oltre questo limite possono sfruttare una zona economica esclusiva che può estendersi fino a 200 miglia dalla linea di base. La connotazione giuridica di "mare" implicherebbe l'applicazione del principio della cosiddetta "linea mediana", secondo cui la frontiera viene determinata da tutti i punti equidistanti dalle coste 12 miglia nautiche. In questo modo la suddivisione in settori del Mar Caspio comporterebbe un'area pari al 30 per cento del totale per il Kazakhstan; del 20,6 per cento per l'Azerbaigian; del 19,2 per cento per il Turkmenistan; del 15,6 per cento per la Russia, e del 14,6 per cento per l'Iran. Nel caso in cui, invece, il Caspio dovesse essere riconosciuto come lago, gli Stati litoranei potrebbero esercitare la loro competenza territoriale esclusiva solo entro le 12 miglia, mentre al di là di queste lo sfruttamento diverrebbe comune e necessiterebbe di un'autorità internazionale chiamata a coordinare l'estrazione e la divisione delle ricchezze presenti nei fondali.
Su questo tema emerge come ogni paese rivierasco abbia i propri bisogni, interessi e priorità, che spesso collidono con quelli dei vicini. L’Iran, per esempio, ha una scarsa produzione di petrolio e gas nel bacino del Caspio mentre l’Azerbaigian ne è completamente dipendente. Non a caso proprio le autorità di Baku e quelle del Turkmenistan sono fra le principali promotrici della firma di una convenzione che, stando alle ultime dichiarazioni ufficiali, sarebbe concordata per circa il 70-80 per cento e che potrebbe essere firmata in occasione del prossimo summit fra i presidenti dei cinque paesi rivieraschi, che si terrà quest’anno ad Astana, in Kazakhstan, in una data ancora da decidere.