Un clima teso per Trump
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L'annunciata retromarcia di Washington rispetto ai Trattati di Parigi, oltre ad aver compattato lo schieramento delle potenze mondiali pronte a confermare gli impegni contro i cambiamenti climatici, rischia di mettere in crisi l'industria delle rinnovabili a stelle e strisce rispetto all'avanzata sempre più massiccia di Pechino

Gli Stati Uniti, come annunciato da Donald Trump durante la campagna elettorale per le presidenziali dello scorso anno, avvieranno l’iter per uscire dall’Accordo di Parigi sul Clima. L’annuncio del tycoon, avvenuto in seguito all’incontro del G7 tenutosi a Taormina lo scorso 26 e 27 maggio, ha scatenato reazioni a catena, alimentando lo sconforto e l’indignazione di una comunità internazionale sempre più preoccupata per la sostenibilità del pianeta. Tuttavia, a carte in tavola, l’eventuale fuoriuscita di Washington potrebbe avere effetti meno drammatici rispetto a quanto previsto, e soprattutto implicazioni negative più per gli Stati Uniti che per il futuro climatico globale.

Una posizione già annunciata

Che Trump avesse deciso di entrare a gamba tesa sul clima lo si era definitivamente capito al summit del G7 a Taormina, durante il quale la tensione tra i grandi è salita alle stelle, chiaramente espressa dall’insoddisfazione di Angela Merkel e da un comunicato finale che non lascia scampo alle interpretazioni. I sei da una parte, l’America dall’altra. E dopo l’annuncio di giovedì scorso, che ha sancito ufficialmente l’addio degli Stati Uniti ai meccanismi di cooperazione internazionale contro i cambiamenti climatici, questo schema si è ripetuto con ancor maggior vigore. Significativa, soprattutto, la levata di scudi della triade Francia-Germania-Italia che, con una tempestiva dichiarazione congiunta, hanno reiterato – rinforzandolo – il loro impegno nei confronti dell’Accordo di Parigi, caposaldo del dialogo tra i tre paesi. Il comunicato trilaterale contiene anche un chiaro riferimento alle opportunità di crescita e prosperità economica indotte dalla lotta ai cambiamenti climatici, un tema che fa da contraltare alla visione reazionaria di Trump, che ha ripetutamente presentato all’opinione pubblica americana le politiche globali di decarbonizzazione come un costo inutile e ingiustificato per il paese a stelle e strisce.

It's economy, stupid!

Ma è proprio sulle implicazioni economico-industriali del cambiamento climatiche che la posizione della nuova amministrazione americana fa acqua da tutte le parti. La scelta di depotenziare l’EPA - mettendovi alla guida un negazionista del cambiamento climatico come Scott Pruitt, e la decisone di abbattere definitivamente il Clean Power Plan, il piano di transizione energetica elaborato dalla presidenza Obama come contributo alla COP21 di Parigi, fanno il paio come le promesse di Trump di far tornare a vivere l’industria del carbone americana. Poco conta se oggi il settore è in costante declino in termini di fatturato, e impiega poco più di 50 mila addetti, risultato anche della crescita del gas naturale nella generazione elettrica. Numeri irrisori, se paragonati al boom in atto nell’industria delle rinnovabili: nel 2016 il numero degli occupati green negli Stati Uniti è cresciuto diciassette volte rispetto alla media dell’economia nazionale, per raggiungere il picco di 806 mila dipendenti. Nell’ultimo triennio, la sola crescita degli addetti del solare (117 mila nuovi posti di lavoro) ha più che raddoppiato il personale attualmente impiegato nelle miniere di carbone americane. Alla luce di questi dati, non sorprende che il mondo industriale statunitense – soprattutto quelle sacche di eccellenza high-tech che negli ultimi decenni hanno garantito la leadership globale al paese – abbia reagito in modo duro all’annuncio di Trump, riaffermando il proprio impegno in materia di decarbonizzazione in controtendenza con le scelte della Casa Bianca. La lotta al cambiamento climatico, volendola guardare in ottica pragmatica ed utilitaristica, rappresenta una grande opportunità di business, alla quale le imprese a stelle e strisce non hanno certo intenzione di rinunciare.

Nuove alleanze globali

Ma la posta in gioco, per lo sviluppo del tessuto industriale americano e per la sua competitività a livello globale, è effettivamente alta. Le aziende cinesi del settore green, infatti, non stanno certo a guardare, e sono pronte ad approfittare dell’arretramento di Washington per intensificare la loro aggressiva politica di investimenti e di penetrazione tecnologico-industriale a livello internazionale. Solo nel 2016, la Cina ha investito 32 miliardi di dollari in energie rinnovabili all’estero, tanto in paesi industrializzati come Germania e Australia, quanto in economie emergenti come Brasile, Cile, Indonesia, Egitto, Pakistan e Vietnam. In assenza di un ruolo propulsivo della Casa Bianca, l’industria americana potrà trovarsi in crescente difficoltà di fronte all’incalzare dei competitor cinesi. E in seguito alla decisione di Trump, il governo di Pechino ha colto la palla al balzo per proporsi con decisione come il campione globale della decarbonizzazione. Significativa è la convergenza tra Cina e Unione europea nella lotta al cambiamento climatico, sancita – fatalità - in contemporanea con l’annuncio dell’uscita di Washington dall’Accordo di Parigi, durante l’UE-China Business Summit. Il riferimento alle regole e ai meccanismi di cooperazione internazionali segna la presa di coscienza di Pechino delle proprie responsabilità e del proprio ruolo globale.  Gli Stati Uniti, al contrario, si trincerano su posizioni di retroguardia su uno dei temi globali di maggior impatto dei prossimi decenni, sottovalutando sia le implicazioni economico-industriali che le conseguenze sulla proiezione geostrategica di Washington. In questo contesto, la risposta cinese all’isolazionismo americano suona quasi come un passaggio di testimone.