Due anni dopo: il punto sull'Energy Union
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Nonostante i molteplici obbiettivi, come la strategia per una mobilità lowcarbon in Europa, l'Unione energetica europea prosegue il suo percorso a fatica. Un punto di forza resta la diplomazia europea, soprattutto, il rafforzamento della partnership con gli Stati Uniti

A due anni dal lancio dell’Energy Union - presentata dalla Commissione europea il 25 febbraio del 2015 - il processo di integrazione e trasformazione del settore energetico in Europa procede senza particolari intoppi, ma senza nemmeno quella spinta propulsiva che Bruxelles pensava e sperava di imprimere con la propria ambiziosa iniziativa. La presentazione del secondo rapporto sullo "Stato dell’Energy Union" offre l’opportunità di valutare cosa sta funzionando, e cosa meno, nel tentativo dell’UE di dotarsi di una politica energetica più chiara, coerente ed efficace.

I nodi chiave: ambizione e implementazione

All'#energyunion manca ambizione. Gli obiettivi al #2030 sono troppo timidi rispetto alla #decarbonizzazione fissata dall'#AccordodiParigi

Alla Commissione va certamente dato atto di aver lavorato sodo in questi due anni, presentando un numero ragguardevole di proposte, contenute nei suoi ormai proverbiali "pacchetti" legislativi. Di particolare rilevanza, il tentativo di riformare l’ETS, la proposta di una strategia per una mobilità low-carbon in Europa, e la revisione della direttiva sui limiti delle emissioni inquinanti a livello nazionale.
Tuttavia, l’impatto dell’enorme mole di lavoro prodotta a Bruxelles non sembra in linea con il radicale cambiamento di paradigma promesso con il lancio dell’Energy Union nel 2015. Da un lato, sembra mancare un po’ di ambizione: si pensi, ad esempio, alle critiche verso gli obiettivi sulle emissioni al 2030, considerati troppo timidi (e addirittura insufficienti) rispetto alle traiettorie di decarbonizzazione fissate dall’Accordo di Parigi.
Dall’altro, resta incerta l’implementazione delle misure europee in materia energetica: nonostante il Vice-Presidente Sefcovic abbia presentato il 2016 come l’anno di delivery dell’Energy Union, lo stesso rapporto della Commissione sottolinea come il suo stato di effettivo avanzamento sia ancora incerto. Sia sul fronte delle proposte da approvare assieme a Consiglio e Parlamento, sia su quello della legislazione esistente da attuare, che sull’enforcement delle normative in materia di competizione e aiuti di stato.

Per quanto riguarda le politiche di decarbonizzazione, nonostante l'enfasi posta da Bruxelles sulla sua leadership globale in materia, la spinta propulsiva dell'Energy Union e il relativo avanzamento dell'UE sembrano meno decisi rispetto a quanto ci si potesse aspettare.

Punti di forza e di debolezza

Il rapporto sullo "Stato dell’Energy Union" pone particolare enfasi sulla resilienza e sulla dimensione esterna della politica energetica, sottolineando l’importanza della diplomazia europea sia in ambito energetico che in quello climatico. Oltre ai risultati ottenuti, la Commissione pone l’accento sugli obiettivi strategici dell’UE, tra cui il rafforzamento della partnership energetica con gli Stati Uniti e la valorizzazione su scala regionale e globale della leadership europea in materia di transizione energetica.
L’ambizione sul piano internazionale deve tuttavia essere accompagnata da un reale cambio di passo a livello interno: il processo di convergenza e di creazione del mercato unico dell’energia - previsto inizialmente per il 2014 - dopo due anni di Energy Union, non ha ancora preso definitivamente forma. Anzi, la frammentazione nazionale rimane forte, come dimostrato dalle ripetute procedure di infrazione avviate dalla Commissione contro gli Stati Membri. C’è da augurarsi che l’auspicato rafforzamento dell’ACER, una delle innovazioni proposte nell’ambito dell’Energy Union, possa almeno in parte contribuire a rimettere in carreggiata un processo oggi ancora troppo distante dal raggiungimento dell’obiettivo europeo.
Per quanto riguarda le politiche di decarbonizzazione, nonostante l’enfasi posta da Bruxelles sulla sua leadership globale in materia, la spinta propulsiva dell’Energy Union e il relativo avanzamento dell’UE sembrano meno decisi rispetto a quanto ci si potesse aspettare. Sebbene l’Europa rimanga il punto di riferimento della transizione energetica – grazie alla progressiva riduzione dei consumi e delle relative emissioni, al miglioramento dell’efficienza, e alla crescita delle RES nel mix energetico – i progressi registrati sono più il risultato di tendenze già in atto, che delle nuove iniziative promosse dall’Energy Union. Di recente, infatti, l’UE ha abbandonato i target vincolanti a livello nazionale per affidarsi a un unico obiettivo europeo, il cui raggiungimento dipende da meccanismi di governance oggi ancora incerti e in divenire.

Nell'ambito dell'ultimo ‘pacchetto' legislativo presentato nell'inverno 2016, la Commissione ha proposto un nuovo Regolamento per disciplinare i meccanismi di governance all'interno dell'Energy Union, nuove regole per garantire la convergenza tra le politiche degli Stati Membri

Nonostante il Vice-Presidente Sefcovic abbia presentato il 2016 come l'anno di delivery dell'Energy Union, lo stesso rapporto della Commissione sottolinea come il suo stato di effettivo avanzamento sia ancora incerto.

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L'importanza della governance

Alla luce di questi sviluppi, i meccanismi di governance all’interno dell’Energy Union diventano un elemento cruciale per il futuro della politica energetica europea. Nell’ambito dell’ultimo ‘pacchetto’ legislativo presentato nell’inverno 2016, la Commissione ha proposto un nuovo Regolamento per disciplinare la materia: nuove regole sono infatti necessarie per garantire la convergenza tra le politiche degli Stati Membri, verso i quali con l’abbandono dei target nazionali è stato introdotto un significativo trasferimento di responsabilità, e gli obiettivi fissati da Bruxelles al 2030.
Il carattere olistico dei nuovi "integrated national energy and climate plans" (che chiamano gli Stati Membri a coprire in un unico documento programmatico tutte le dimensioni trattate dall’Energy Union), così come l’introduzione di meccanismi di consultazione a livello regionale durante la fase di preparazione, dovrebbero teoricamente garantire alla Commissione una maggiore visibilità sull’azione degli Stati Membri e una maggiore capacità di aggiustare il tiro in corso d’opera. Nonostante questi sforzi, il quadro proposto da Bruxelles presenta almeno un paio di criticità, sia sul piano del contenuto, che su quello del processo.
La prima riguarda la grande enfasi posta dagli integrated plans sui temi delle rinnovabili e dell’efficienza, e la limitata attenzione (nonostante l’approccio teoricamente olistico) alle altre dimensioni quali sicurezza degli approvvigionamento, integrazione dei mercati e sviluppo tecnologico. La seconda, decisamente più rilevante, è relativa agli effettivi poteri di enforcement in capo alle istituzioni europee nei confronti degli attori nazionali: la proposta di Regolamento presentata dalla Commissione, di fatto, non estende e/o rafforza la capacità di Bruxelles di far rispettare le procedure e gli obiettivi europei in materia di energia e clima, lasciando di fatto in mano agli Stati Membri la realizzazione della policies dell’Energy Union.