Il dilemma energetico dell'Africa

Il dilemma energetico dell'Africa

Lorenzo Colantoni (IAI)
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La svolta del comparto energetico africano è reale, soprattutto l'elettrificazione può essere potenziata, ma il continente fa i conti con molte difficoltà, principalmente l'inadeguatezza delle infrastrutture poi, alcuni impedimenti per lo sviluppo delle rinnovabili, che potrebbero essere la chiave delle zone rurali
#IEA stima che il 60% dell'espansione della capacità di generazione africana al 2040 sarà coperta dal gas, per un totale di 225,2 GW

Promuovere un nuovo mix energetico per ricominciare a crescere; questa potrebbe essere la chiave del futuro dell’Africa Sub Sahariana, in bilico tra rapida espansione e drastica contrazione. Due i dati a supporto: il primo indica che, secondo la World Bank, la crescita del PIL dell’Africa Sub Sahariana nel 2016 ha raggiunto il minimo negli ultimi vent’anni (1,9%), a fronte di una popolazione che aumenta del 2,8% all’anno. Le previsioni future sono altrettanto negative, e sono influenzate largamente dalla mancata elettrificazione di un continente che ha ancora 600 milioni di persone senza accesso all’energia. L’altro dato riguarda proprio questa parte della popolazione; nel 2014, secondo l’IEA e l’OECD, la percentuale della popolazione africana senza energia è diminuita per la prima volta, dopo essere cresciuta per anni. Un segnale positivo per un futuro in cui nuovi elementi, come le grandi scoperte di gas, il crollo del costo delle rinnovabili e nuove tecnologie per l’elettrificazione rurale giocheranno un ruolo cruciale. A condizione però che altri fattori agiscano da facilitatori ed eliminino i numerosi ostacoli regolatori, di finanziamento e gestione delle infrastrutture che hanno finora agito come freno nei confronti del settore energetico dell’Africa e, in generale, della sua economia.

Il gas: costruire la spina dorsale dell'elettrificazione africana

L’Africa Sub Sahariana si scopre ogni anno più ricca di gas e petrolio; il 30% delle principali scoperte di idrocarburi dal 2009 al 2014 sono state fatte proprio nella regione, e questa ricchezza potrebbe contribuire significativamente alla crescita dell’elettrificazione africana. La IEA stima che il 60% dell’espansione della capacità di generazione africana al 2040 sarà infatti coperta dal gas, per un totale di 225,2 GW di nuova generazione, un valore superiore a qualsiasi altra fonte. Il gas offre all’Africa non solo una soluzione all’intermittenza delle rinnovabili, ma anche un’alternativa agli impianti idroelettrici, centrali in paesi come l’Etiopia o il Mozambico, ma rischiosi per la crescente scarsità d’acqua, che ha messo a rischio decine di milioni di persone in Africa Orientale già nell’estate del 2016.
Perché questa crescita si realizzi sono però necessari sostanziali mutamenti nel settore. Fondamentale sarà innanzitutto un reale sviluppo delle significative risorse di gas, che sono tuttora largamente sprecate: nel 2012 in Africa Sub Sahariana la quantità di gas bruciato con il flaring è stata quasi identica al volume esportato e a quello consumato (27 bcm – miliardi di metri cubi). Forti incertezze sul lato regolatorio e degli investimenti precludono lo sviluppo di infrastrutture per lo sfruttamento di queste risorse di gas, in particolare per la trasmissione a livello nazionale e per la generazione. Il caso della Nigeria è emblematico: secondo paese al mondo per flaring e con il 45% della propria popolazione non ancora elettrificata, finora il paese ha raggiunto solo un quarto del suo obiettivo di portare a 20.000 MW la generazione a gas entro il 2020 – principalmente per mancanza di risorse per alimentare i nuovi impianti. La spinta allo sviluppo del settore data dalle esportazioni rischia poi di essere frenata dalle fluttuazioni del prezzo del gas liquefatto (LNG), la principale modalità per esportare la risorsa in Africa, e dalla possibile competizione futura dell’Australia e degli Stati Uniti. Fattori che hanno bloccato i progetti per i tre nuovi impianti per la liquefazione presentati in Nigeria negli ultimi dieci anni, ad esempio.
Anche se queste esportazioni raggiungessero poi il livello desiderato, sarà necessario trovare un bilanciamento tra queste e il consumo domestico. Puntare su entrambi è possibile infatti solo per alcuni paesi, come il Mozambico o la Nigeria. Altri dalle risorse più limitate, come il Ghana e, in particolare, la Tanzania, hanno dovuto invece dare priorità al consumo domestico, rischiando però così di compromettere la capacità di esportare e quindi quella di attrarre investimenti.

Rinnovabili: la chiave per l'elettrificazione rurale

Grazie ad una costante diminuzione dei costi delle rinnovabili a livello globale, soprattutto per i tender sempre più competitivi (come quelli per il solare in Sud Africa), le rinnovabili potrebbero rappresentare l’altro fattore determinante per l’elettrificazione dell’Africa Sub Sahariana. Nonostante il grande potenziale però, i progressi sulle rinnovabili on-grid, cioè collegate alla rete nazionale, sono stati deludenti: pochi paesi sono riusciti a portare avanti progetti superiori ai 50 MW (Nigeria e Ghana in particolare) e alcuni piani ambiziosi, come quello del Mali, sono falliti a causa dell’instabilità nel paese. Nell’Africa Orientale priorità è stata invece data ai progetti idroelettrici che, pur avendo un grande potenziale ancora inespresso, incorrono nei problemi derivanti alla siccità sempre più devastante nella regione. Grandi e piccole dighe devono così affrontare sia l’intermittenza nella generazione, che il forte impatto di questi progetti sulle regioni circostanti (come nel caso delle dighe nel nord dell’Etiopia o lungo il bacino del fiume Omo).
Le soluzioni off-grid, cioè non collegate alla rete nazionale, rappresentano invece un’opzione sempre più attraente per numerosi paesi, come Kenya e Uganda. L’agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA) stima infatti che saranno le opzioni off-grid a fornire il 60% dell’energia necessaria per garantire accesso universale alla popolazione africana nei prossimi anni. Di queste la maggior parte saranno mini-grid, reti che collegano singoli o gruppi di villaggi, o cluster di imprese, ad una generazione autonoma, spesso solare o idroelettrica e supportata da un generatore diesel di back-up. La diminuzione del costo delle rinnovabili ha reso le soluzioni off-grid potenzialmente competitive con quelle allacciate alla rete, garantendo inoltre stabilità nella generazione grazie all’evoluzione delle tecnologie legate allo stoccaggio di energia. Questi sistemi risolvono poi il problema della dispersione della popolazione sul territorio e delle grandi distanze, che rendono antieconomiche le connessioni elettriche tradizionali e particolarmente costosa (e quindi spesso assente) la manutenzione di quelle già esistenti. La ragione questa della concentrazione dell’80% della popolazione senza accesso all’energia nelle aree rurali africane.
Anche le soluzioni off-grid affrontano però difficoltà significative. Pur essendo più economiche rispetto al passato, sistemi come le mini-grid rimangono generalmente più costose della generazione allacciata alla rete. Considerando inoltre la necessità di coinvolgere il settore privato nello sviluppo del comparto, facilitazioni dal punto di vista delle tariffe e delle autorizzazioni sono fondamentali ma spesso assenti, come nel caso del Kenya. È necessaria infine una pianificazione accurata a livello nazionale, per non entrare in competizione con lo sviluppo della rete nazionale.

L'IRENA stima che saranno le opzioni off-grid a fornire il 60% dell'energia necessaria per garantire accesso universale alla popolazione africana nei prossimi anni, di queste la maggior parte saranno mini-grid

Tre game-changer per l'elettrificazione africana

Di fronte a grandi potenzialità e forte incertezza, il destino dell’elettrificazione africana, e così quello del suo sviluppo economico, sono legati all’evoluzione di alcuni fattori chiave. Tre i principali:

-Sviluppo tecnologico e delle risorse. L’IEA stima tra il 60% e l’80% di riduzione nei costi per le batterie e le tecnologie di stoccaggio, tra il 40 e il 60% per il solare off-grid entro il 2030. Fattori che, se questo trend continuasse, contribuirebbero rapidamente ad accelerare l’elettrificazione delle aree rurali e di quelle più remote, che difficilmente sarebbero raggiunte dai grossi impianti termici o idroelettrici. Lo sfruttamento delle risorse non convenzionali, come lo shale gas in Sud Africa, fornirebbe poi ulteriori risorse per il consumo domestico e renderebbe più omogena la distribuzione delle stesse.
-Un sistema energetico più efficiente ed integrato. Quello che hanno in comune tanto lo sviluppo delle mini-grid nelle aree rurali i cosiddetti mega-projects per la liquefazione del gas nell’Africa Orientale è la necessità di stabilità e trasparenza nel settore dell’energia. Questo tocca una serie di punti, spesso molto differenti tra loro ma tutti ugualmente importanti: necessità di tariffe adeguate e stabili, facilità nell’ottenere autorizzazioni per costruire gli impianti (o nessuna autorizzazione necessaria, come già fatto dalla Tanzania per gli impianti sotto 1 MW), coinvolgimento e compensazione della popolazione locale nella sfruttamento delle risorse, per evitare gli errori che, ad esempio, hanno portato all’instabilità politica che ha fortemente danneggiato la produzione di petrolio nigeriana. Nell’ottica di un ruolo crescente del settore privato tutto questo diventa di primaria importanza. Necessaria sarebbe poi una forte integrazione tra soluzioni on e off grid, con una pianificazione complessa (almeno) a livello nazionale, e considerando le due opzioni non come competitive, piuttosto come complementari.
-Promuovere un sistema economico che riesca a sostenere l’espansione dell’accesso all’energia in maniera autonoma. Oltre alla stabilità regolatoria e politica, fondamentale per attrarre il settore privato è un sistematico derisking degli investimenti nella generazione elettrica, e la possibilità di ritorni crescenti. Sul primo punto, il ruolo della cooperazione internazionale potrebbe essere centrale; come già proposto dall’UNIDO nel 2013, si dovrebbe però procedere ulteriormente nella transizione dalla costruzione di infrastrutture al fornire garanzie per ridurre il costo del capitale. Non a caso, se in Africa questo fosse allo stesso livello di quello tedesco, l’IEA stima che il costo dell’energia solare sarebbe pari alla metà di quello attuale. Progetti come GET FiT Uganda sono già ottimi esempi di questo tipo di collaborazione.

Ritorni crescenti potrebbero poi essere ottenuti sia puntando su aree più produttive, che su aree più grandi; sarebbe così necessario sviluppare la cooperazione intraregionale, costruendo delle power pool tra più stati, sfruttandone le economie di scala ed un controllo reciproco per assicurarne la manutenzione e ridurre i problemi di governance.

Decisivo per tutto questo sarà però garantire la continuità e la stabilità del sistema energetico che verrà costruito. Questo è quello che permetterebbe di avere un’economia africana integrata con la fornitura di energia, immune dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime (una delle prime cause della crisi attuale) e dalle brusche decrescite che affliggono il continente. Possibilità che però, in un’Africa dove anche chi ha accesso all’energia deve ancora affrontare di media due ore di black-out al giorno, potrebbero essere ancora lontane.

Lo sfruttamento delle risorse non convenzionali, come lo shale gas in Sud Africa, fornirebbe ulteriori risorse per il consumo domestico e renderebbe più omogena la distribuzione delle stesse