Il futuro è dei robot? Le prospettive dell'intelligenza artificiale

Il futuro è dei robot? Le prospettive dell'intelligenza artificiale

Sergio Romano | Storico, giornalista, scrittore e diplomatico italiano
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L'uso delle nuove tecnologie sugli scenari di guerra ha spesso aperto le porte all'avvento di innovazioni anche nella vita quotidiana delle società più evolute. La presenza di robot diverrà sempre più evidente, e questo pone già dei problemi di regolamentazione di ordine etico e morale che andranno risolti al più presto, vista la velocità con cui viaggia il mondo delle tecnologie avanzate

La morte recente di Alvin Toffler, autore di un libro sullo “Shock del futuro” che vendette negli anni Settanta del secolo scorso qualche milione di copie, ci ha ricordato che fu quello il momento in cui la futurologia divenne uno degli esercizi preferiti di studiosi e intellettuali.
Ma il rischio dell’errore di previsione è sempre molto alto. Anche quando esistono le condizioni economiche e tecniche per una particolare scoperta, non è infrequente constatare che i laboratori abbandonano improvvisamente un tema per concentrarsi su un altro.
Il motivo è quasi sempre economico: le scoperte sono generalmente costose e la scelta dell’obiettivo da raggiungere dipende dal denaro disponibile. Benché fortemente motivato dai propri interessi, lo scienziato finisce spesso per scoprire quello che gli viene richiesto da un finanziatore.

Il principale fattore di innovazione tecnologica è la guerra

Il fattore che ha maggiormente condizionato la nostra esistenza e ha modificato radicalmente i nostri costumi è la guerra. I “mecenati” che rendono possibili i grandi mutamenti sono molto spesso le politiche militari dei governi e le forze armate. Lo sviluppo dell’aeronautica civile sarebbe stato molto più lento se l’aeronautica militare non avesse fatto, nelle due guerre del Novecento, passi da gigante. Non avremmo costruito i primi computer se i servizi di intelligence non avessero avuto bisogno di un grande calcolatore per la decrittazione dei codici. Non avremmo conquistato lo spazio, con la cascata di invenzioni che ne sono derivate, se il missile non fosse stato un’arma della Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda non avesse dirottato fiumi di denaro verso la ricerca spaziale. Non avremmo Internet se le forze armate americane non avessero avuto bisogno di una rete di “comando e controllo” particolarmente estesa e rapida.
Esistono oggi altri settori in cui la guerra può produrre competizioni così importanti? Il più interessante è quello dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Sin dalle sue prime apparizioni nella letteratura e nella cinematografia il robot ha sollecitato le nostre fantasie e popolato i nostri sogni. Le ricerche per la costruzione di umanoidi sono cominciate da parecchi anni e uno dei laboratori più promettenti è quello dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova. Esistono già prodotti sul mercato programmati per alcune funzioni relativamente semplici: aspirapolvere, macchine per la pulizia delle piscine. Ma anche in questo caso il balzo in avanti della prossima generazione sarà dovuto probabilmente all’uso militare dei robot. I droni colpiscono un nemico dal cielo e sono vulnerabili, ma i loro piloti sono al di là dell’Oceano e indossano un camice bianco. Non esiste altra arma che rappresenti così plasticamente le caratteristiche di una guerra asimmetrica in cui la potenza occidentale deve evitare per quanto possibile la morte dei propri soldati, ma colpisce spesso, insieme al bersaglio, coloro che erano malauguratamente nei paraggi. Non meno discutibile è il robot-bomba con cui la polizia di Dallas, nello scorso luglio, ha eliminato l’ex militare afro-americano che, a sua volta, aveva ucciso 5 poliziotti per vendicare i numerosi ragazzi neri uccisi delle polizie americane negli scorsi mesi.

L'automazione pone problemi giuridici e morali

I maggiori progressi dell’automazione saranno probabilmente nel campo delle comunicazioni e dei trasporti. La rotta di un aereo o di una nave è già governata da un computer. Quanto tempo sarà necessario prima che le automobili possano fare a meno dell’autista? Naturalmente occorrerà preparare l’intelligenza artificiale di una vettura ad affrontare tutte le circostanze che possano verificarsi lungo la strada. In un libro pubblicato dal Mulino (“Umani e umanoidi. Vivere con i robot”) Roberto Cingolani e Giorgio Metta, scienziati dell’Istituto italiano di Tecnologia, scrivono che fra l’uomo e il robot esiste una fondamentale differenza. Un uomo ha doti (elasticità, forza, deformabilità, relatività) che gli consentono di “elaborare strategie per adattare in tempo reale il corpo alle necessità, alle situazioni e ai cambiamenti, riducendo enormemente la necessità di calcolare ogni volta il da farsi”. Nel robot, invece, il cervello è separato dal corpo e “una intelligenza che dirige un corpo è qualcosa di molto diverso da un corpo e da una mente sinergici".
Accanto ai problemi tecnici bisognerà affrontare problemi giuridici e morali, scrivere codici che attribuiscano al proprietario di un robot la responsabilità dei suoi errori, modificare l’urbanistica per rendere la circolazione più fluida, risolvere il problema sociale di tutti coloro che l’automazione renderà obsoleti. Alla fine del XVIII secolo, in Inghilterra, gli operai distruggevano i telai meccanici che “rubavano” il loro lavoro. Il fenomeno si chiamò luddismo, dal nome di un giovane (Ned Ludd) che aveva dato l’esempio, e riapparve più o meno regolarmente in occasione di altre innovazioni. Assisteremo a manifestazioni di luddismo contro i robot? E come reagiremo se non facendo uso, per ristabilire l’ordine, di robot poliziotti?