Resa dei conti a Doha
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Il nulla di fatto scaturito dal vertice petrolifero in Qatar ha ulteriormente acuito il già difficile rapporto tra Arabia Saudita e Iran. Mentre Teheran non rinuncia alla possibilità di riconquistare i livelli di produzione pre-sanzioni, Riyadh non accetta di riconsegnare lo scettro di potenza regionale e frena ogni possibilità di accordo, a scapito dei bilanci pubblici degli altri Paesi produttori

Al vertice straordinario di Doha l’Iran ha scelto di giocare duro - o meglio, di non giocare proprio - spaccando il fronte dei Paesi esportatori, minando l’unità dell’OPEC e facendo crollare il greggio (WTI) nuovamente sotto la soglia dei 40 dollari a barile. Sebbene l’approccio non collaborativo di Teheran di fronte al tentativo dei Paesi esportatori di porre un limite alla produzione globale di greggio fosse nell’aria, la decisione del regime degli Ayatollah di non inviare la propria delegazione in Qatar acuisce il periodo di incertezza e volatilità sui mercati energetici internazionali, ma soprattutto segna la linea di faglia di uno scontro geopolitico difficilmente sanabile con l’Arabia Saudita.

Necessità d'azione

La strategia di inazione di fronte al crollo del greggio, dettata dall’Arabia Saudita a partire dal vertice OPEC del novembre 2014, non solo si è rivelata poco efficace ma anche difficilmente sostenibile per i maggiori Paesi produttori, che hanno deciso di organizzare un incontro straordinario a Doha nel tentativo di porre un limite alla produzione globale di petrolio e stabilizzarne a rialzo il prezzo sui mercati. Oltre ai membri del cartello - con l’esclusione di Iran e Libia - hanno preso parte al meeting anche le delegazioni di paesi produttori come Azerbaijan, Messico, Oman e Russia, tutti desiderosi di raggiungere un ampio accordo formale, dalla portata storica, in grado di stabilizzare un mercato al quanto volatile e garantire una boccata di ossigeno alle casse dei rispettivi governi. La situazione, in effetti, sta diventando finanziariamente insostenibile per gran parte dei paesi esportatori di petrolio. Le circostanze sono drammatiche in Venezuela, uno dei 4 Paesi promotori dell’accordo allargato, dove il deficit fiscale è ormai completamente fuori controllo, avendo raggiunto il 20% del Pil. Anche i ricchi membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, GCC (Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar), dopo oltre un decennio di surplus a 2 cifre, nel 2015 si sono trovati a fare i conti con un deficit pari 7,9% del Pil, con proiezioni attorno al 3,6% per il 2016. Critica anche le posizioni di Iraq, Algeria e Azerbaijan (12%, 7% e 5,5%, rispettivamente) mentre in Russia l’impatto finanziario appare significativo ma tuttavia ancora gestibile, con il deficit attestatosi al 3% del Pil. Questa situazione ha determinato praticamente ovunque drastiche politiche di austerità e riduzione della spesa pubblica, nonché un sostanziale rallentamento delle performance economiche dei Paesi produttori.

 

La posizione iraniana

Nonostante l’esigenza di agire velocemente per drenare questa emorragia di risorse finanziarie, il gruppo riunitosi a Doha non è riuscito a raggiungere un’intesa per congelare la produzione: sebbene caratterizzata da un approccio meno oltranzista rispetto ai 18 mesi passati, l’Arabia Saudita ha infatti usato il vertice di domenica per ribadire l’impossibilità di raggiungere un accordo finché Teheran non sottoscriverà il suo impegno insieme agli altri produttori. Il grande assente di Doha, l’Iran, non ha tuttavia nessun interesse immediato a prendere parte a un compromesso generale che ne riduca le capacità di produzione ed esportazione, sebbene non sia di principio contrario ad una stabilizzazione del mercato petrolifero a spese altrui. Teheran, infatti, viene da anni di sanzioni internazionali, e non ha intenzione di limitare la ripresa del proprio settore energetico, rivendicando il diritto di tornare nel più breve tempo possibile a livelli di produzione pre-sanzioni. Una retorica, quella del regime degli Ayatollah, che scarica sull’acerrimo rivale regionale – l’Arabia Saudita – gran parte delle responsabilità del non-accordo e dell’attuale condizione del mercato. L’atteggiamento intransigente tenuto della leadership saudita a Doha, dal momento che la posizione iraniana nei confronti del congelamento della produzione era chiara da tempo, ha alimentato malumori e risentimenti anche tra i principali alleati regionali di Riyadh.

 

Alla ricerca di nuovi equilibri

Il giro a vuoto di Doha conferma ancora una volta l’incapacità dei Paesi produttori di anteporre il bene della collettività ai propri interessi e tornaconti immediati. Nonostante le dinamiche messe in atto dall’incontro di febbraio tra Arabia Saudita, Qatar, Russia e Venezuela abbiano evidenziato la necessità di andare oltre la struttura rigida dell’OPEC e di estendere la cooperazione oltre il perimetro del cartello per far fronte a sfide mai affrontate prima, l’incontro straordinario di domenica dimostra che la strada verso la cooperazione è ancora impervia. Ampliare la base decisionale, sebbene teoricamente rappresenti una scelta ottimale, in realtà non è necessariamente garanzia di maggiore efficacia operativa. Anzi, in assenza di un forte impegno in termini di compliance da parte di tutti gli attori coinvolti, ma soprattutto in assenza di una fiducia reciproca tra essi, l’ingresso di nuovi protagonisti nella partita (di cui alcuni particolarmente ingombranti come la Russia) rischia di diminuire ulteriormente le possibilità di successo. Sullo sfondo, appare più forte che mai lo scontro tra un redivivo Iran - legittimato dall’accordo sul nucleare e dalla progressiva rimozione delle sanzioni – e un’Arabia Saudita attraversata da un forte vento di cambiamento politico al cuore della sua leadership. Caratterizzate da confliggenti ambizioni di leadership regionale e da divergenti visioni su gran parte dei dossier politici nella regione, Teheran e Riyadh sembrano aver imbracciato l’arma energetica per un regolamento di conti, con buona pace degli altri paesi produttori, attualmente in balia delle tensioni che attraversano il golfo Persico. Una subdola guerra del petrolio, questa volta tra paesi produttori, ben diversa da quelle che abbiamo imparato a conoscere sulla nostra pelle negli anni ’70.


@_nsartori