Le promesse dello shale

Le promesse dello shale

Elenoire Laudieri di Biase
Condividi
In Australia gli occhi di molti colossi energetici sono puntati sul giacimento di Cooper Basin, scaturendo l'accavallarsi di M&A sulle aziende titolari di estrazione. Ma il governo mette un freno all'export: la priorità è soddisfare il mercato interno, ora in emergenza

Leggi WE 36

 

Dopo un 2016 in cui le transazioni M&A nel settore del petrolio e del gas naturale hanno registrato un calo significativo rispetto ai due anni precedenti (si è scesi da 9 miliardi di dollari del 2014 e 8 miliardi del 2015 a poco più di 3 miliardi), il 2017 si sta rivelando un anno di grande fermento, specie per quanto riguarda l’estrazione di shale gas, dopo che grandi compagnie internazionali, a cominciare dall’americana Chevron, hanno cominciato a acquisire i diritti di estrazione da piccole e medie compagnie australiane in vasti territori situati nell’area centrale dell’Australia. Si parla di un boom dello shale gas generato attraverso il fracking (fratturazione idraulica della crosta rocciosa), ampiamente usato negli Stati Uniti ma, diversamente da quanto succede in quel Paese, utilizzato con minori difficoltà: l’estrazione in Australia viene effettuata in zone desertiche che distano migliaia di chilometri dai più vicini centri abitati e non provocano, pertanto, i problemi lamentati dagli ambientalisti.

La corsa delle major alla conquista di Cooper Basin

L’Australia sta diventando la nuova frontiera della produzione dello shale gas e le grosse aziende multinazionali del settore si stanno muovendo per sfruttare al meglio la situazione. Gli occhi sono particolarmente puntati sulla zona del Cooper Basin, situata nel centro dell’Australia, dove la già citata Chevron ha investito 350 milioni di dollari per entrare in partnership con l’australiana Beach Energy. E non sono solo le compagnie americane a farsi avanti. Il conglomerato Cheung Kong Group, con base ad Hong Kong, ha presentato un’offerta pubblica di acquisizione per 2,7 miliardi di dollari della compagnia distributrice di gas Envestra, alzando l’offerta per neutralizzare l’OPA lanciata dall’APA Group. La britannica BG Group ha appena siglato un contratto di acquisto del 10 per cento del valore azionario della Drillsearch Energy, un’azienda di recente costituzione che possiede diritti di estrazione su una porzione del Cooper Basin. L’investimento più cospicuo effettuato da BG Group, pari a 20 miliardi di dollari, riguarda la costruzione di impianti per l’esportazione di gas nell’Isola Curtis, adiacente alla costa del Queensland, che consentirà al Gruppo di acquisire grossi contratti per la fornitura di gas metano ai mercati asiatici. Anche le australiane Origin Energy e Santos hanno realizzato impianti per la liquefazione e l’esportazione di gas metano nella stessa isola, che è particolarmente adatta all’attracco di navi da trasporto del gas liquefatto, sempre più richiesto dalle nazioni industrializzate dell’Asia. Questi tre giganti dell’industria petrolifera e gasiera, però, si trovano di fronte ad un problema: le loro attività di estrazione non producono quantitativi sufficienti di gas richiesti dal mercato. Il Cooper Basin può rispondere alla domanda e in più i suoi giacimenti di shale gas sono vicini alla rete di gasdotti. Ecco, dunque, da dove scaturisce l’accavallarsi di M&A sulle aziende titolari dei diritti di estrazione nel Cooper Basin. Le transazioni si moltiplicano, tanto che è difficile catalogarle tutte. Tutte le compagnie australiane, piccole e medie, sono state acquistate o si sono fuse con aziende multinazionali. Tutte tranne una, che controlla una vasta porzione di territorio del Cooper Basin. Si tratta della Real Energy Corporation, che ha un capitale azionario di appena 33,5 milioni di dollari. Ciò nondimeno, può contare su riserve di capitale liquido per dare avvio al suo programma di estrazione di gas da argilla e petrolio con metodo fracking in un’area che fa gola a tanti giganti del settore energetico. Finora ha resistito ai tentativi di fusione o acquisizione e sembra determinata ad andare avanti per proprio conto, tanto più che ha come chairman del consiglio di amministrazione Norm Zillman, considerato una sorta di mago dell’industria gasiera. Fondatore ed ex amministratore delegato della Queensland Gas Company, partita con una capitale azionario di 20 milioni di dollari e, sotto la sua amministrazione, cresciuta al punto di essere venduta per la cifra colossale di 5,6 miliardi di dollari, Zillman si è così appassionato al progetto che ha deciso di uscire dal pensionamento e rimettersi in gioco. Tutto dipenderà dalla capacità della Real Energy Corporation di coprire le spese di estrazione nei prossimi mesi. Il capitale liquido a sua disposizione è di 13 milioni di dollari ed è prematuro valutare se sarà sufficiente per sostenere il volume di attività che intende sostenere.

Il rebus dell'approvvigionamento interno di gas

Accanto a una realtà assai promettente per l’industria – sia upstream che downstream – del gas in Australia, si agita paradossalmente una controversia industriale e politica legata all’insufficiente disponibilità di gas per il mercato interno. La carenza sta raggiungendo livelli di emergenza al punto che il governo ha ripetutamente minacciato le tre grandi aziende esportatrici di gas – Origin Energy, Santos e Royal Dutch Shell – di imporre restrizioni ai quantitativi di gas esportato se non suppliranno alla carenza interna dirottando parte della loro produzione sul mercato australiano. Le tre aziende in questione hanno inizialmente opposto resistenza agli avvertimenti del governo, sostenendo che un intervento restrittivo sulle loro attività di esportazione ingenererebbe un “rischio sovrano”, ma è oltremodo improbabile che si arrivi ad una simile eventualità, se si tiene conto di vari fattori geografici e geopolitici che avvantaggiano l’Australia sui paesi fornitori di gas suoi concorrenti. L’Australia è geograficamente più vicina ad alcuni dei più grossi importatori di gas naturale liquefatto (LNG) del mondo e il trasporto via mare del gas è molto costoso. Il Qatar, che è la maggiore nazione rivale dell’Australia, è impantanato in accesi contrasti con i paesi confinanti e i negoziati tra Russia e Cina per l’erogazione di gas sono naufragati. Oltre a ciò, vi è il fatto che l’Australia è prossima alla stipula di un accordo di libero scambio con Giappone, Cina e Corea del Sud che hanno elevati fabbisogni di gas. È pertanto assai improbabile che il governo australiano prenderà decisioni che possano nuocere a questa situazione di vantaggio. I dati statistici indicano che l’Asia è il più grande mercato di LNG, con un totale annuo di importazioni di 245 miliardi di metri cubi, di cui soltanto 40 tramite gasdotti che attraversano l’Asia Centrale. Nel 2015-16 l’Australia ha esportato 37 milioni di tonnellate di LNG, con un ricavo di 16,5 miliardi di dollari australiani, e si prevede che entro il 2018-19 circa il 90 percento delle esportazioni saranno dirette in Giappone, Cina e Corea del Sud. È quindi verosimile che il problema dell’insufficiente erogazione di gas in Australia sarà risolto con un sostanziale rialzo del prezzo del gas naturale liquefatto destinato al mercato interno, rincaro di cui dovranno inevitabilmente farsi carico i consumatori australiani.

 

 


Elenoire Laudieri di Biase è Sinologist, Foreign Affairs Writer, Chief Analyst presso la Nato defense college Foundation, redattore capo di Segmento Magazine, Australia.