Come cambia il trend del prezzo del petrolio

Come cambia il trend del prezzo del petrolio

Demostenes Floros | Analista geopolitico ed economico
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I fattori rialzisti degli ultimi mesi sono stati molteplici. Dopo l'accordo OPEC/non-OPEC, il trend positivo è stato spinto dalla debolezza del dollaro, dal calo delle scorte USA e dall'interruzione di alcune forniture a causa della chiusura di diversi pozzi

A dicembre, i prezzi del petrolio sono aumentati sulla scia dell’estensione dell’accordo tra i produttori OPEC/non-OPEC. Il livello di conformità con i tagli precedentemente prestabiliti ha raggiunto il 115% a novembre, portando la media nei primi 11 mesi del 2017 al 91%. Nello specifico, la qualità Brent North Sea ha aperto le negoziazioni a 63,70 $/b e le ha chiuse a 66,62 $/b – il record da maggio 2015 – mentre il West Texas Intermediate ha aperto prezzando 58,36 $/b, per poi chiudere a 60,25 $/b – il massimo da giugno 2015. Nel momento in cui scriviamo, il Brent vale 67,98 $/b mentre il WTI 61,92 $/b.

Il 6 dicembre, sia il benchmark europeo e asiatico, sia la miscela americana hanno toccato il minimo mensile, rispettivamente quotando 61,26 $/b e 55,97 $/b. In base alle statistiche pubblicate dallo U.S. Energy Information Administration, nonostante si sia verificato un calo delle scorte di greggio per un ammontare pari a 5.600.000 barili, le giacenze di Distillate Fuel Oil sono invece incrementate di 1.700.000 barili e le Total Motor Gasoline di 6.800.000 barili con la conseguenza che alcuni hedge funds hanno liquidato le loro posizioni.

Di seguito, i diversi fattori finanziari e geopolitici che hanno determinato il trend ascendente del prezzo del barile:

1. L’11 dicembre, il North Sea Forties Pipeline System (FPS) ha interrotto le forniture a causa di una rottura. Grazie allo sfruttamento di 80 pozzi, il gasdotto fornisce 450.000 b/g, il 40% della produzione britannica totale approssimativamente, ¼ dell’intero output del Mare del Nord. L’FPS è ritornato in funzione a partire dal 30 dicembre;

 

 

2. Il 12 dicembre, in base ai dati pubblicati dalla U.S. Commodity Futures Trading Commission, le posizioni speculative nette (al rialzo) dei fondi coperti sul Brent hanno raggiunto il record storico mentre quelle sul WTI sono accresciute del 7,3% durante la settimana conclusasi il 26 dicembre;

3. La debolezza del dollaro;

4. Il 22 dicembre, secondo le stime dell’EIA, le scorte di greggio USA sono calate di 4.600.000 barili per un totale di 1.900.000.000 barili, il minimo da luglio 2015;

5. Il 26 dicembre, l’esplosione di un gasdotto in Libia ha ridotto la produzione di circa 100.000 b/g. Waha – l’operatore dell’infrastruttura, una joint venture tra la Libyan National Oil Corp, Hess, Marathon Oil e Conoco Phillips – conduce al terminale di Al Sider nella regione della Cirenaica, attualmente sotto il controllo del Generale Khalifa Haftar.

I fattori rialzisti sopracitati – in aggiunta agli effetti negativi che gli uragani Harvey e Nate hanno avuto sul settore della raffinazione statunitense rispettivamente, a fine agosto e ottobre – hanno fatto sì che il differenziale di prezzo tra il Brent e il WTI si ampliasse a fine dicembre sino a raggiungere il massimo da più di due anni a questa parte.

Il 13 dicembre, la Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse di 25 punti base, portandoli a 1,25/1,50%. Nonostante l’implementazione di tale misura, il dollaro si è deprezzato nei confronti dell’euro, arrivando a quotare 1,1998 €/$ il 31 dicembre. Su Milano Finanza, Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners, ha affermato che la riforma fiscale voluta da Trump “sarà ininfluente per il dollaro”. Nel momento in cui scriviamo, il cambio €/$ sta quotando 1.2031 €/$.

Dopo avere tagliato il saggio di interesse (per annum) principale alla fine dello scorso novembre, il 20 dicembre la Banca Centrale di Russia ha nuovamente ridotto il costo del denaro di 50 punti base, portandolo al 7,75%. Secondo alcuni analisti, questa scelta di politica monetaria è riconducibile al rallentamento del Prodotto Interno Lordo russo – fermo al +1,8% nel III trimestre 2017 – e della produzione industriale a novembre. Per altri invece, essa è il risultato della bassa inflazione e soprattutto, dell’accordo tra i produttori petroliferi.

Ultimi dati e stime sull'oil & gas

In conformità con i dati pubblicati dall’Oil Market Report il 14 dicembre, l’offerta globale di petrolio è aumentata a novembre di 200.000 b/g sino a raggiungere i 97.800.000 b/g approssimativamente, 1.100.000 b/g in meno rispetto allo stesso periodo del 2016. Tenuto conto che la produzione di greggio OPEC si è ridotta per il quarto mese di fila per un totale di 32.360.000 b/g – 1.300.000 b/g in meno anno su anno – l’incremento dell’output globale è stato quasi interamente dovuto al trend produttivo ascendente statunitense.

A ottobre, le scorte commerciali dei membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, sono calate di 40.300.000 barili per un totale di 2.940.000.000 barili, il minimo da luglio 2015. Al momento, persistono 111.000.000 barili sopra la media degli ultimi 5 anni.

Nel 2017, la domanda totale di petrolio è stimata in crescita di 1.500.000 b/g, mentre nel 2018 essa è prevista in aumento di 1.300.000 b/g.

Grazie ai dati forniti dal Drilling Productivity Report pubblicato dall’Energy Information Administration il 18 dicembre, l’output non convenzionale statunitense è previsto in crescita di 94.000 b/g a gennaio 2018 per complessivi 6.408.000 b/g.

Dopo aver raggiunto il picco di 9.627.000 b/g ad aprile 2015, la produzione USA di greggio è diminuita sino al minimo di 8.428.000 b/g toccato il 1° luglio 2016. Dopodiché, quest’ultima ha ripreso ad aumentare fino ai 9.754.000 b/g estratti il 22 dicembre 2017 (previsioni settimanali). Nel caso in cui questo dato venisse confermato nei mesi a venire, si tratterebbe del massimo da maggio 1971.

Secondo le cifre di Baker Hughes, il 29 dicembre, negli Stati Uniti erano attive 929 trivelle, di cui 747 (80,4%) petrolifere e 182 (19,6%) gasiere. Nel complesso, si tratta del medesimo numero di trivelle attive al 1° dicembre con l’unica differenza che quelle utilizzate per l’estrazione di greggio sono diminuite di 2 unità, il medesimo ammontare di cui sono invece aumentate quelle relative al gas.

 

 

A ottobre 2017, le importazioni di greggio da parte degli USA sono accresciute fino ai 7.611.000 b/g. Erano 7.275.000 b/g a settembre, 7.890.000 b/g ad agosto, 7.825.000 b/g a luglio, 8.010.000 b/g a giugno, 8.397.000 b/g a maggio, 8.131.000 b/g ad aprile, 8.048.000 b/g a marzo, 7.890.000 b/g a febbraio e 8.435.000 b/g a gennaio (il record da agosto 2012).

Attualmente, la media 2017 delle importazioni di greggio USA è pari a 7.951.200 b/g, superiore rispetto ai 7.877.000 b/g raggiunti nel 2016, a loro volta in aumento se confrontati con i 7.344.000 b/g importati nel 2014 e i 7.363.000 b/d nel 2015.

Geopolitica del petrolio e del gas naturale

Nel corso del 2017, i prezzi del petrolio sono significativamente aumentati rispetto all’anno precedente. In particolar modo, il Brent è incrementato del 17,3%, mentre il WTI del 10,3%.

Quali sono i principali fattori economici e geopolitici che potrebbero influenzare l’andamento del prezzo del barile nel corso del 2018 e nel prossimo futuro?

Come abbiamo precedentemente scritto, la domanda mondiale di petrolio crescerà di 1.300.000 b/g. Dal lato dell’offerta, la produzione dei membri dell’OPEC e quella dei loro alleati non-OPEC rimarrà sostanzialmente stabile, mentre il processo di alleggerimento delle scorte proseguirà, ma ad un ritmo non chiaramente prevedibile.  Lo U.S. Energy Information Administration stima un incremento del tight oil in conseguenza del quale, il mercato dovrebbe mantenere l’attuale tenue oversupply perlomeno durante l’intera prima metà del 2018.

Tuttavia, il settore del fracking deve ancora affrontare una serie di dure sfide concernenti, sia i costi di produzione, sia quelli finanziari che l’attuale prezzo del barile fatica ancora a sostenere.

Inoltre, secondo quanto affermato da Adam Waterous, chief executive officer presso il Calgary-based Waterous Energy Fund, "il tight non risolverà la questione globale domanda/offerta", né il boom del non convenzionale sarà tale da soddisfare l’incremento della domanda nel 2019 dal momento che l’industria petrolifera ha drammaticamente tagliato gli investimenti nei grandi progetti ad alto rischio.

Tenuto conto che la Cina è diventata il principale importatore di greggio a partire dal 2016, superando gli Stati Uniti d’America, da un punto di vista geopolitico, il principale evento che caratterizzerà il nuovo anno sarà il lancio da parte del "Dragone" del petro-yuan future convertibile in oro presso l’Energy Exchange of Shanghai.

Avrà successo?

Al momento, è senza dubbio prematuro, nonché ardito, cercare di rispondere a tale quesito, ma ciò non ci impedisce di portare all’attenzione dei nostri lettori due aspetti tutt’altro che secondari.

In primo luogo, secondo quanto riportato da Xinhua net, a partire dal 1° gennaio 2018, il raddoppio dell’oleodotto russo Eastern Siberia–Pacific Ocean (ESPO) darà alla Cina la possibilità di incrementare le proprie importazioni di greggio da 300.000 b/g a 600.000 b/g attraverso la medesima infrastruttura. Tale passo rafforzerà la posizione della Russia come fornitore leader della Cina.

In secondo luogo, in conformità con il Petroleum Supply Monthly Report pubblicato dall’IEA, a ottobre, gli Stati Uniti hanno esportato 1.731.000 b/g di greggio. La Cina è stata il principale acquirente dell’export USA, avendo superato il Canada.