La politica del ripensamento

La politica del ripensamento

Christian Rocca
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La Casa Bianca finora ha utilizzato lo strumento della rappresaglia per costringere partner e avversari a più miti consigli, infrangendo persino la regola, non scritta, che non si può aprire più di un fronte di crisi nucleare alla volta

Prevedere le prossime mosse geostrategiche dell’America di Donald Trump è un’impresa al di sopra di ogni capacità umana e anche artificiale. A maggior ragione adesso che comincia la seconda metà del suo primo mandato, 2019-2021, con il Congresso che alla Camera è guidato dal Partito democratico di Nancy Pelosi ed è poco disposto ad assecondare la sua agenda, anzi, è pronto a impegnare legali e consiglieri della Casa Bianca con una novantina di estenuanti inchieste sull’operato del presidente. L’America è improvvisamente diventata imprevedibile e il motivo è che la dottrina Trump è Trump medesimo, Trump First, anche se sorretta da un architrave nazionalista, America First, volta a ristabilire la grandezza perduta degli Stati Uniti, Make America Great Again. Un giorno il presidente americano dichiara guerra commerciale alla Cina, il giorno dopo sigla una tregua; prima demolisce il trattato di libero scambio nordamericano, NAFTA, poi ne fa un altro pressoché identico ma con nome diverso, USMECA; rimette le sanzioni all’Iran, ma ne esenta i paesi alleati che commerciano con Teheran; e così via con tutti i dossier geopolitici, dalla Corea del Nord alla delicata questione dei suoi rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Forse l’unico punto di fermo, perlomeno al momento in cui scriviamo, è la solida alleanza con l’Arabia Saudita, antico baluardo strategico americano. Dopo il tentativo di Barack Obama di spostare il tradizionale asse americano con i sauditi in direzione Iran, Trump è tornato a una politica estera, di sicurezza ed energetica più tradizionale. Ma finiscono qui le certezze. Trump sta provando a costruire un nuovo ordine mondiale, anche se in realtà sembra un nuovo disordine mondiale, di cui ancora non si conoscono bene i contorni e nemmeno le conseguenze.

Alla ricerca di modelli alternativi

Settanta anni fa nasceva il mondo che conosciamo dall’intuizione strategica americana secondo cui il modo più efficace per guidare il mondo e far progredire la società era quello di garantire la libera circolazione di persone, di merci e di idee, oltre che la diffusione della democrazia. Un modello di società che, dopo il 1989, si è esteso, con dei limiti, nell’Est europeo e in Asia, fino ad arrivare timidamente anche in Africa, assicurando un benessere condiviso e migliorando le condizioni di vita di alcuni miliardi di persone. Questo modello oggi è in crisi, e non è detto che sia adatto ai profondi cambiamenti che la rivoluzione digitale e la crescita della Cina hanno apportato all’economia globale: Trump, insomma, potrebbe essere il sintomo, non la causa del problema. Se sia o meno la cura è prematuro dirlo. Resta il fatto che, in assenza di modelli alternativi al sistema attuale, Trump sta demolendo la struttura di rapporti, di alleanze e di istituzioni multilaterali su cui si basa il mondo uscito dalla Seconda guerra mondiale. Non li considera utili a servire il principio di America First, di America prima di tutto, e per questo ridicolizza il G7, smantella l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), dichiara guerre commerciali contro i partner di sempre, apre fronti pericolosi con gli avversari, alimenta le tensioni in Medio Oriente, dal Qatar alla questione di Gerusalemme, e addirittura apre due crisi nucleari contemporaneamente, violando una delle regole auree della politica estera americana, quella per cui non si apre più di una crisi nucleare nello stesso momento. La furia iconoclasta di Trump sbriciola anche questo pilastro della sicurezza nazionale di Washington, prima ritirandosi unilateralmente dal patto nucleare con l’Iran, poi incontrando il dittatore nor- dcoreano Kim Jong-un, dal quale non sembra che abbia ottenuto più di quanto era già stato messo nero su bianco nel 1990, con risultati miseri. Trump è convinto di essere un mago dei negoziati, come ha scritto nel libro “The Art of the deal”, ovvero l’arte di fare accordi che siano dei veri affari, e crede che il patto firmato da Obama e dagli europei con il regime di Teheran sia pessimo e pensa di poterne ottenere uno migliore usando il bastone delle sanzioni economiche. È un riflesso adolescenziale, più che una dottrina coerente, la cui ricaduta sul mondo che viviamo è ancora sconosciuta. La questione del commercio mondiale è ancor più emblematica del suo modo di agire e potenzialmente è quella che avrà il maggiore impatto. Al summit del G7 del giugno 2018, in Canada, Trump ha iniziato quattro guerre commerciali una dietro l’altra. Contemporaneamente. Una contro la Cina sul deficit commerciale, una contro il Messico e il Canada sul trattato di libero scambio nordamericano (NAFTA), una contro l’Europa e il resto del mondo sulle tariffe e una con il WTO sulle regole del commercio mondiale. Qualche mese prima aveva anche fatto saltare gli accordi commerciali con undici paesi del Pacifico, che ora sono pronti a guardare all’offerta cinese. Sei mesi dopo, prima e durante il G20 di Buenos Aires, ha firmato una nuova versione del NAFTA, come l’ha definita il leader canadese Justin Trudeau, e trattato una tregua commerciale con il presidente cinese Xi Jinping. È il classico modello di business di Trump, questo, alzare la posta minacciando “fuoco e fiamme” da una posizione dominante, come disse a proposito della Corea del Nord, per poi ottenere il massimo, quasi una resa, da un accordo con gli avversari. Ma la geopolitica non segue le stesse regole del business immobiliare e, peraltro, anche negli anni del real estate non è sempre andata benissimo alle iniziative imprenditoriali di Trump.

La rivalsa geopolitica di Cina e Russia

La politica rapsodica del presidente rischia di sovvertire il sistema di cui fino a ieri Washington è stato il garante e il primo beneficiario, assieme ai suoi alleati. Il paradosso è che chi ne sta traendo vantaggio non sono gli Stati Uniti, con le aziende come General Motors che annunciano licenziamenti e delocalizzazioni, né il consumatore americano che si vedrà aumentare il prezzo di molti prodotti a causa della rappresaglia protezionista, ma la coppia di avversari storici degli Stati Uniti e dell’ordine mondiale post bellico: la Russia di Vladimir Putin e la Cina di Xi Jinping. Putin sta incassando il successo della sua campagna strategica per dividere l’Occidente e incrementare il caos mondiale, in attesa di vedere nei prossimi mesi, quando si capiranno gli effetti dell’inchiesta del procuratore Mueller e della Camera di Washington, il grado di coinvolgimento del team Trump nella realizzazione del progetto del Cremlino. Come ha detto Susan Rice, Consigliere per la sicurezza nazionale ai tempi di Barack Obama, non c’è nessuna prova che Putin stia dettando l’agenda politica americana, o che l’abbia fatto, ma se fosse così sarebbe difficile immaginare un risultato migliore per il leader russo. La Cina, invece, sta provando a colmare il vuoto politico e commerciale lasciato da Trump e a corteggiare soprattutto l’Europa, ma anche il Giappone e altri paesi asiatici. E mentre il presidente americano non ha fatto partire il grande piano per le infrastrutture domestiche, oggi non più all’altezza del rango di superpotenza degli Stati Uniti, ma che con la nuova maggioranza democratica alla Camera è possibile che torni di attualità, Pechino finanzia la nuova via della Seta analogica e digitale, fatta di autostrade, ponti, treni ad alta velocità e fibra ottica per Internet, con la tecnologia 5G, che legherà sempre di più l’Asia a guida cinese con l’occidente europeo e l’Africa. Anche Obama ci ha messo di suo, lasciando costruire ai cinesi le isole artificiali nel Pacifico che sono diventate avamposti militari di Pechino nei mari dove per oltre mezzo secolo la marina americana ha protetto le rotte commerciali. Il rischio concreto è che nei prossimi decenni il controllo del commercio passi dagli americani ai cinesi, e soprattutto quello delle comunicazioni digitali, e non è la stessa cosa se a dettare le regole d’ingaggio sarà il regime autoritario di Pechino anziché la più grande democrazia del mondo. È ancora possibile, ovviamente, che tutti questi fronti si risolvano positivamente, sia quelli commerciali che quelli nucleari o politici, ma ogni giorno che passa appare sempre più improbabile che Trump torni sui suoi passi o che gli alleati europei e asiatici continuino a subire le bizzarrie del presidente o che Cina e Russia decidano di non approfittare del caos mondiale che un po’ hanno creato loro e un po’ Trump gli ha regalato. Tanto più che Trump sarà impegnato dai democratici e dalle inchieste a difendersi dalle accuse di complicità con i russi e di aver profittato del suo status istituzionale per favorire il suo business personale.

Le ali dell'economia e il traino dell'energia

Trump può contare su un’economia che va forte e sulla borsa che apprezza i tagli fiscali; sostiene, poi, che l’ordine mondiale sfavorisca gli Stati Uniti, ben sapendo che questo tipo di messaggio economico piace all’elettorato americano colpito dalla delocalizzazione delle fabbriche e dall’innovazione tecnologica. Il consenso c’è ancora, quindi, anche dopo la mezza sconfitta di metà mandato: l’elezione di Trump non è stata un incidente della storia. La misura del disagio americano, secondo Trump, è la bilancia commerciale. Se l’America importa più beni di quanti ne esporta, non va bene,

bisogna riequilibrare, serve reciprocità. La gran parte degli economisti, però, crede che il deficit commerciale sia un indicatore fuorviante per stabilire se i trattati di scambio convengano o meno ai paesi che li firmano, anche perché la differenza tra import ed export è dettata da fattori macroeconomici e non dalle politiche commerciali. Tra l’altro, nel deficit commerciale americano, che è di 800 miliardi, Trump considera soltanto i beni materiali e non i servizi, a cominciare da quelli finanziari, su cui l’America può vantare un surplus. C’è, infine, la delicata questione energetica. L’Amministrazione Trump è considerata molto vicina all’industria energetica per l’approccio favorevole alle esplorazioni e alle trivellazioni, per la cancellazione delle regole ambientali imposte da Obama alle case automobilistiche, per il sostegno alle infrastrutture, come gli oleodotti e i gasdotti, e per l’uscita dagli accordi internazionali di Parigi sul clima. Ma non è esattamente così: l’approccio di Trump è “consumer first”. Via Twitter, Trump si è molto impegnato a tenere bassi i prezzi del petrolio, probabilmente incassando i crediti politici con l’Arabia Saudita e quindi prendendosi il merito della riduzione, nonostante il prezzo basso danneggi l’industria americana dello shale gas che ha costi più elevati di estrazione e che per essere economicamente sostenibile ha bisogno di un prezzo finale più alto. Insomma, Trump è imprevedibile su tutto, anche sulle questioni energetiche. Per sapere se questo sia un bene o no, non ci resta che attendere.