Petrolio in discesa dopo il taglio dell'Opec

Petrolio in discesa dopo il taglio dell'Opec

Demostenes Floros
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Dalle tensioni commerciali Usa-Cina alle sanzioni sull'Iran, quali sono le ragioni che hanno determinato la diminuzione dei prezzi del barile. Il trend petrolifero e valutario.

A novembre, il forte andamento ribassista dei prezzi del petrolio è proseguito. Nello specifico, la qualità Brent North Sea ha aperto le quotazioni a 72,75 $/b e le ha chiuse a 59,23 $/b, mentre il West Texas Intermediate ha iniziato scambiando a 63,65 $/b, per poi chiudere a 50,82 $/b.
Nel momento in cui scriviamo (7 dicembre), il Brent vale 61,4 $/b, mentre il WTI 52,13 $/b perché i Paesi produttori – riuniti attorno al cosiddetto gruppo OPEC+ – ha alla fine raggiunto un accordo per tagliare l’output produttivo di 1.200.000 b/g rispetto ai livelli estratti a ottobre. L’accordo del Cartello varrà per i prossimi sei mesi ed entrerà in vigore a partire dal 1° gennaio 2019. La Nigeria, il Venezuela e soprattutto l’Iran sono esonerati dalla stipula.
In dettaglio, i prezzi del barile sono diminuiti in virtù delle seguenti ragioni:

1 | Il persistente conflitto commerciale tra gli Stati Uniti d’America e la Cina sta rallentando la crescita dell’economia globale. Tuttavia, il 1° dicembre, nel corso del G20 in Argentina, i due Paesi hanno trovato un’intesa in merito alle tariffe commerciali, promettendo di implementarla nei prossimi 90 giorni. Nonostante l’arresto “ad orologeria” della direttrice finanziaria di Huawei Technologies, Meng Wanzhou, avvenuto il 5 dicembre da parte delle autorità canadesi, l’impressione è che la volontà politica in particolare, del Presidente USA, Donald Trump, così come del suo omologo cinese, Xi Jinping, sia quella di proseguire il processo di de-escalation;

2 | Gli Stati Uniti hanno esonerato 8 Paesi – tra i quali la Cina che attualmente è il principale importatore di greggio al mondo – dall’acquisto di petrolio iraniano;

3 | Gli Stati Uniti d’America, l’Arabia Saudita, e la Federazione Russa hanno aperto i loro rubinetti alla massima velocità. Nello specifico, grazie alla tecnica del fracking, gli USA hanno raggiunto l’output di 11.700.000 b/g a novembre, l’Arabia Saudita ha nel contempo estratto 11.100.000 b/g, mentre la Federazione Russa ha toccato il nuovo record post sovietico di 11.410.000 b/g a ottobre, in rialzo rispetto agli 11.360.000 b/g a settembre;

4 | Le scorte commerciali USA sono aumentate per la decima settimana di seguito, incrementando da 426.004.000 barili il 26 ottobre, a 450.485.000 barili il 23 novembre (la pubblicazione dei dati avviene 5 giorni dopo).

“L’aspetto [attualmente] più importante nel mercato del petrolio è la volatilità”, ha affermato il direttore esecutivo dell’International Energy Agency, Fatih Birol, nel corso di una conferenza tenutasi a Oslo, il 20 novembre. “In virtù dell’incremento delle pressioni geopolitiche che stiamo osservando sui mercati del greggio, riteniamo che stiamo entrando in un periodo caratterizzato da un’incertezza che non ha precedenti”. A prescindere dalla decisione presa dall’OPEC+ durante il meeting di Vienna, l’incertezza ricongiungibile al fattore geopolitico, con ogni probabilità, non verrà meno nei mesi a venire. In precedenza al sopracitato incontro, Trump aveva lodato l’Arabia Saudita in merito al ruolo svolto nel recente crollo dei prezzi del petrolio, paragonando quest’ultimo ad un “grosso taglio delle tasse” che avrebbe potuto trainare l’economia statunitense e globale, mentre il presidente russo, Vladimir Putin, aveva dichiarato che “se sarà necessario, siamo in contatto con l’OPEC, e proseguiremo questo lavoro comune”.

Ultimi dati e stime sull'oil & gas

In conformità con i dati forniti dall’Oil Market Report, pubblicato dall’International Energy Agency il 14 novembre, l’output di greggio dell’OPEC è aumentato di 200.000 b/g a ottobre – per un totale di 32.990.000 b/g – 240.000 b/g in più rispetto allo stesso periodo del 2017, mentre l’offerta globale di petrolio ha oltrepassato i 100.000.000 b/g.

A settembre, le scorte commerciali dell’OCSE sono incrementate di 12.000.000 di barili, per complessivi 2.875.000.000 di barili.

Le stime concernenti la domanda globale di petrolio prevedono una crescita di 1.300.000 b/g nel 2018 e di 1.400.000 b/g nel 2019, dal momento che il rallentamento dell’economia globale verrà più che controbilanciato dal basso prezzo del barile.

In base alle cifre del Drilling Productivity Report, divulgato dall’Energy Information Administration il 13 novembre, la produzione di greggio non convenzionale USA si prevede in aumento di 113.000 b/g a dicembre, per complessivi 7.944.000 b/g.

L’estrazione di greggio statunitense, dopo il precedente picco di 9.627.000 b/g raggiunto ad aprile 2015, è decresciuta al minimo di 8.428.000 b/g il 1° luglio 2016. Dopodiché, essa ha ripreso ad aumentare sino agli 11.700.000 b/g raggiunti il 9 novembre 2018 e mantenuti per l’intero mese (previsioni settimanali pubblicate 7 giorni dopo).

Grazie ai dati forniti da Baker Hughes il 30 novembre, le 1076 trivelle attualmente attive negli USA, delle quali 887 (82,4%) sono petrolifere e 189 (17,6%) sono gasiere, risultano 9 in più rispetto a quelle del 2 novembre, ma 6 in meno in confronto al 16 novembre. Non a caso, Bloomberg ha messo in luce che i frackers hanno arrestato l’espansione delle loro trivellazioni dopo che il prezzo del petrolio era sceso al di sotto dei 55 $/b per la prima volta dall’anno trascorso.  

A settembre, le importazioni di greggio USA sono diminuite a 7.589.000 b/g. Erano 8.000.000 b/g ad agosto, 7.923.000 b/g a luglio, 8.480.000 b/g a giugno (record mensile nel 2018), 7.825.000 b/g a maggio, 8.244.000 ad aprile, 7.616.000 b/d a marzo, 7.493.000 b/g a febbraio e 8.012.000 b/g a gennaio. Attualmente, la media delle importazioni di greggio da parte degli USA nel corso del 2018 ammonta a 9.909.000 b/g. Quest’ultima risultava essere pari a 7.969.000 b/g nel 2017, lievemente superiore rispetto ai 7.850.000 b/g nel 2016, a loro volta in rialzo in confronto ai 7.344.000 b/g importati nel 2014 e ai 7.363.000 b/g nel 2015.

Conformemente alle cifre rese note dalle dogane cinesi, a ottobre, la Cina ha importato il record di 9.610.000 b/g di petrolio. In precedenza, le raffinerie cinesi avevano interrotto l’acquisto di greggio dagli Stati Uniti come forma di rappresaglia nei confronti della politica tariffaria implementata da Washington. Dopodiché, il 9 ottobre, la CNBC aveva reso noto che le raffinerie cinesi avevano ripreso l’acquisto di petrolio USA. Tuttavia, l’attuale volume di tali importazioni non è al momento chiaro nemmeno per la stessa CNBC, ma si suppone che esso sia inferiore rispetto all’ammontare precedente.

Nel 2017, la domanda di LNG della Cina è accresciuta di 8.000.000 di tonnellate (nuovo massimo), mentre si stima che nel 2018 l’incremento sarà di 12.000.000 di tonnellate, equivalenti al 50% della crescita della domanda globale di LNG (previsioni di Bloomberg).

In merito all’andamento del prezzo del gas naturale scambiato nel mercato regionale del Nord-America, il 14 novembre, esso ha raggiunto i 4,837 $/MBtu (Million British termal unit) presso il punto di consegna dell’Henry Hub. Trattasi del prezzo più alto registrato nel corso degli ultimi 4 anni.

In base alle stime rese note da Mckinsey, il prezzo medio del gas naturale USA quotato dall’inizio del 2017 a metà 2018 è stato venduto all’acquirente finale sommando 3,6 $/MBtu al prezzo dell’Henry Hub, a sua volta compreso nel range 2,5-3 $/MBtu. Tenuto conto che a novembre 2018, i prezzi all’Henry Hub sono stati notevolmente più alti (+41%) rispetto a quelli verificatisi nei 18 mesi precedenti a causa delle rigide condizioni climatiche, utilizzando la medesima formula, si otterrebbe all’incirca un prezzo di 8,5 $/MBtu. Per di più, tale valore è probabilmente sottostimato visto che il costo dei noli marittimi è in salita.

La realtà è che il prezzo del gas naturale statunitense non può competere con quello dell’“oro blu” russo. Come ha scritto Il Sole 24 Ore il 16 novembre, questa condizione “chiuderà la porta alle esportazioni [di gas USA nel mercato europeo]”.

Di converso, nel mercato regionale asiatico, il prezzo del gas naturale sta diminuendo perché i contratti sono tuttora oil-link (ancorati al petrolio) e il costo del barile è notevolmente diminuito.

Da ultimo, ma non certo di minore importanza, per la terza volta nel 2018 dopo quanto già avvenuto nel corso dei mesi di gennaio e marzo, diverse navi cariche di LNG provenienti dall’impianto russo di Yamal sono giunte negli Stati Uniti (Boston). “Per quanto possa sembrare strano, con tutto questo visibile flusso pubblico di retorica negativa da parte di Washington, il gas naturale liquefatto russo viene fornito con successo agli Stati Uniti”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, il 16 novembre. “Recentemente, almeno tre navi cisterne cariche con gas naturale liquefatto e provenienti dal giacimento russo di Yamal hanno raggiunto le coste statunitensi”, ha aggiunto.

Geopolitica del petrolio e del gas naturale

L’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio ridurrà le proprie estrazioni di 800.000 b/g, mentre i produttori non-OPEC di 400.000, di cui 228.000 b/g da parte della Russia.

Da un punto di vista economico-produttivo, ma anche geopolitico, quale significato racchiude tale accordo in particolar modo per quanto attiene i tre principali produttori di petrolio al mondo rispettivamente, gli Stati Uniti d’America, la Federazione Russa e l’Arabia Saudita?

Il grafico di Bloomberg riportato in basso mostra le importazioni nette di olio (o le esportazioni) come percentuale del Prodotto Interno Lordo. Nello specifico, un barile meno caro aiuta i Paesi che sono nella parte superiore del grafico e colpisce coloro i quali risultano nella parte inferiore.

I costi di estrazione dell’Arabia Saudita, così come quelli della Russia, sono notevolmente più bassi rispetto a quelli statunitensi. Tuttavia, il break-even fiscal point (punto di pareggio fiscale) saudita è stato fissato per l’anno 2018 a 88 dollari al barile da parte del governo di Riad, mentre la Federazione Russa ha calcolato il proprio pareggio di bilancio a 40 dollari al barile, incrementando così le proprie riserve in valuta estera a 461.000.000.000 di dollari dall’inizio dell’anno corrente, visto che i prezzi del barile hanno sempre oltrepassato tale valore. “Le compagnie petrolifere russe hanno raramente avuto così tanto”, ha scritto il Financial Times il 18 novembre. “L’aumento dei prezzi del petrolio, abbinato a un deprezzamento del rublo (minimo di due anni a settembre), ha generato profitti per gli esportatori che superano le previsioni. [...]. Gli utili nel 2018 delle compagnie petrolifere e del gas russo al netto di interessi, tasse, deprezzamento e ammortamento saranno superiori del 30-40% anno su anno a causa dei prezzi elevati del petrolio”.

Di converso, in merito ai costi dello U.S. fracking, “abbiamo avuto un aumento più significativo dei costi rispetto a quanto ipotizzato”, ha dichiarato il direttore generale di Pioneer, Tim Dove, il 12 agosto scorso, quando il WTI veniva scambiato a 67,03 $/b.

Secondo le previsioni di Rystad Energy, dal 2016 ad oggi, il prezzo del barile oltre il quale i frackers hanno generato una rendita si è appiattito in alcune parti del bacino del Permian cioè, la riduzione dei costi di produzione si è interrotta, mentre in altre è cresciuto del 17%.

Con ogni probabilità, nei prossimi mesi, risulterà più chiaro se i sauditi hanno deciso di sfidare Trump in risposta alle esenzioni che il Presidente USA ha concesso ai principali acquirenti di petrolio iraniano, a partire dalla Cina, le quali hanno fortemente contribuito al crollo del prezzo del barile nel corso dei mesi di ottobre e novembre. Di fatto, sia i produttori USA operanti nell’oil & gas, sia gli iraniani, i quali sono i principali nemici dei sauditi, beneficeranno comunque dall’opzione adottata dall’OPEC+.

Al contrario, appare sempre più evidente che la Russia sia l’unico attore energetico capace di mediare nel contempo e nello stesso tavolo, sia con l’Arabia Saudita, sia con l’Iran, unificando gli interessi dell’OPEC e dei produttori non-OPEC, indipendentemente dalle eventuali fortune future dei frackers USA.

Come avvenuto per l’accordo dell’OPEC+ a novembre 2016, trattasi delle dirette conseguenze dei nuovi rapporti di forza emersi dalla Guerra in Siria.