Il paradosso di una grande coalizione (mai così piccola)

Il paradosso di una grande coalizione (mai così piccola)

Geminello Alvi | Editorialista e scrittore
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La crisi della politica in Europa accelera anche in Germania con esiti meno prevedibili, e scenari più instabili

La malavoglia con cui Martin Schulz ha obbedito al richiamo palese del presidente Frank-Walter Steinmeier rivela quanto pure, in Germania, la politica sia paradossale, ormai deviata dagli schemi consueti. Giacché la Merkel ha guidato la Germania meritandosi il titolo di “criptosocialista” che le hanno dato non pochi tra i commentatori. Quale altro cancelliere socialdemocratico avrebbe potuto infatti realizzare un ordine del giorno come quello del suo ultimo governo? Il rialzo del salario minino orario; la soglia di pensione a 63 anni per 45 di contributi; la quota di donne nei consigli di sorveglianza; limiti agli aumenti degli affitti in aree determinate: potrebbero tutti dirsi successi socialdemocratici. E il programma di salvataggio della Grecia, fino al 2018; il via libera alla creazione di moneta a oltranza di Draghi, malgrado la Bundesbank? Non sono ugualmente una deroga a quanto ci si sarebbe aspettato da un cancelliere conservatore o democratico cristiano? E l’insistere nella riforma energetica che implica l’uscita dal nucleare, malgrado i risultati paradossali per le emissioni, non è certo di destra. E tantomeno lo è stata l’apertura, così improvvisa, ai profughi dalla Siria, così poco conservatrice da aver aperto praterie a destra della CSU e della CDU ai liberali e ad AfD.

Grande incertezza e posizioni ambigue

La Merkel ha virato oltre ogni previsione il Governo della Germania a sinistra, tenendosi al centro solo con il rifiuto del bilancio comune europeo. Ma allora per logica tutta la SPD si dovrebbe compiacere di questi risultati, e agire con prudenza come parrebbe suggerirgli appunto il presidente Steinmeier, e invece Schulz resiste, rende indecisa la situazione. Nella trattativa i socialdemocratici non si limitano a rivendicare che il crescente incasso fiscale sia rivolto ai loro obbiettivi, per esempio riformando l’assicurazione sanitaria degli autonomi, e inglobandola in quella generale. La SPD di Martin Schulz nella trattativa, sta rialzando la posta con uno scenario estremo che implica più stato, più pensioni e infine più tasse. Né per quanto riguarda la politica europea della Germania o il tetto agli emigrati le pretese di Schulz possono dirsi meno estreme. E dunque se vi sarà accordo la Merkel ancora di più si troverebbe a recitare da cancelliere socialdemocratico. Eppure, ed è questo il paradosso, Schulz pare temere l’accordo almeno quanto, da dopo l’esito delle elezioni, la Merkel lo desidera.

Ma perché?

La risposta è elementare: come nel resto d’Europa anche nella Repubblica Federale Tedesca destra e sinistra si sono scombinate, perdono i loro confini, evolvendo a partiti personali. Come nel caso di Renzi e Berlusconi, o di Macron, la politica in Europa è evoluta a scontro di leadership, che non rispettano i confini ideologici tradizionali. La Merkel è altra cosa dalla CDU e Schulz, a ben vedere, agisce per sé più che per la SPD. I partiti sono ancora in Germania più organizzati, non dissolti nei media come in Francia o in Italia, e tuttavia anche lì il gioco è tutto personale. E con un consenso sempre più ristretto, giacché mai una grande coalizione risulterebbe in Germania piccola come questa che conta solo il 53% dei voti. In breve la crisi della politica in Europa accelera anche in Germania con esiti meno prevedibili, e scenari più instabili.