Orizzonti difficili per Mosca

Orizzonti difficili per Mosca

Fabio Squillante
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La Russia e il presidente Putin sono stretti tra le nuove rivelazioni emerse dopo il caso "Panama Papers‘, che hanno alimentato le proteste delle opposizioni, e il riaccendersi del confronto tra armeni e azeri in Karabakh. Due situazioni da fronteggiare in un contesto economico sempre più penalizzato dal calo dei prezzi del petrolio

Lo scandalo provocato dalla pubblicazione di 11,5 milioni di documenti trafugati da uno studio di consulenza finanziaria panamense, investe il Presidente Vladimir Putin in un momento particolarmente delicato per la Russia. I cosiddetti “Panama papers‘ rivelano i conti di alcune tra le persone a lui più vicine che risultano essere titolari di conti per oltre 2 miliardi di dollari. Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, parla di menzogne e accusa la Cia, ma anche sua moglie figura nella lista dei titolari di società panamensi. Tra i leader politici colpiti dalle rivelazioni figura anche Marine Le Pen, leader del “Front national‘ e principale alleata di Putin in Francia e nel Parlamento europeo. 2 dei suoi amici più intimi vengono infatti indicati come registi di una complessa rete di società off-shore, il cui scopo sarebbe stato l’esportazione illegale di capitali. Lo scandalo dei conti panamensi esplode in un momento assai delicato per Vladimir Putin. Il Presidente russo è riuscito ad apparire vincitore nello scacchiere mediorientale, avendo salvato dalla sconfitta il regime del presidente siriano Bashar al Assad, ed avendo poi ritirato il grosso delle forze aeree impegnate nel Paese. Resta il fatto che la Russia continua a subire gli effetti del rallentamento dell’economia globale, dei bassi prezzi petroliferi e delle sanzioni occidentali. Nel 2015 la crisi ha ridotto il Pil del Paese del 3,7%, provocando la chiusure di decine di migliaia d’imprese, un’impennata della disoccupazione, il crollo del rublo ed il conseguente aumento dell’inflazione. L’abilità geopolitica del Presidente russo non basta a risolvere questi problemi che causano crescente malcontento nell’opinione pubblica. Il governo di Mosca ha da tempo previsto la possibilità che si verifichino disordini di massa, ed in questi giorni Putin sta completando una riorganizzazione delle forze di sicurezza, con la creazione di una Guardia nazionale che accorperà i reparti scelti dei Ministeri dell’Interno e delle Situazioni d’emergenza, ponendoli sotto l’autorità diretta del Presidente. La riforma viene vivacemente contestata dall’opposizione, debole nel Paese ma forte a Mosca, che naturalmente vede rafforzata la propria voce proprio dallo scandalo provocato dalla pubblicazione dei documenti panamensi.

 

Opposizioni e Karabakh, 2 fronti da governare

A questi sviluppi negativi si aggiunge il riaccendersi del conflitto tra armeni ed azeri nel Karabakh, regione dell’Azerbaigian popolata da armeni e da essi controllata ormai da quasi un quarto di secolo. Grazie ai proventi del petrolio ed al sostegno di Turchia e Stati Uniti, l’Azerbaigian ha goduto in questi anni di una vigorosa crescita economica, che ha consentito al governo, tra l’altro, di decuplicare in 10 anni il bilancio della difesa, fino a portarlo agli attuali 4,8 miliardi di dollari. Dal 2010 ad oggi il governo di Baku ha acquistato dalla Russia sistemi d’arma per 4 miliardi di dollari, compresi un centinaio di carri armati T-90 e diverse batterie antiaeree. Da Israele ha comprato invece droni e sistemi missilistici, mentre con la Turchia è stato sottoscritto un trattato di cooperazione militare. L’Armenia è invece un Paese povero che, nonostante la costante tensione al confine con l’Azerbaigian, ha un bilancio della difesa che non arriva a 450 milioni di dollari e che si basa per 200 milioni sui prestiti garantiti dalla Russia. Per Mosca, l’esistenza dell’autoproclamata repubblica armena del Karabakh rappresenta un importante fattore di controllo e di contenimento nei confronti dell’Azerbaigian. Ciò è vero anche tenendo conto della complessa partita che si gioca sui corridoi di trasporto del petrolio e del gas. Legato un tempo esclusivamente alle infrastrutture sovietiche, oggi l’Azerbaigian esporta essenzialmente verso la Turchia, attraverso la vicina Georgia.

 

Nuovi scenari geopolitici

Per Mosca, dunque, un arretramento degli armeni nel Caucaso rappresenterebbe un grande rischio geopolitico ed è ragionevole credere che Mosca farà il possibile per evitarlo, pur mantenendo formalmente la sua tradizionale neutralità tra le 2 repubbliche caucasiche. Le Forze armate russe mantengono in Armenia un’importante base dell’Esercito a Gyumri e una base dell’Aeronautica a Erevan, la capitale; garantiscono il controllo delle frontiere con la Turchia e con l’Iran e partecipano alla difesa dello spazio aereo armeno con 2 squadroni di Mig-29: caccia concepiti per la superiorità aerea. Il Trattato di sicurezza collettiva, cui aderiscono Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan, obbliga Mosca ad intervenire in caso di aggressione armata ad un Paese alleato, e nel novembre 2013 il generale Andrej Ruzinskij, comandante della base di Gyumri, affermò in un’intervista che se l’Azerbaigian tentasse di riconquistare il Karabakh, il dispositivo militare russo in Armenia “potrebbe unirsi al conflitto armato‘ (Eurasianet, 1.11.13). È un’eventualità scarsamente probabile, poiché potrebbe provocare l’allargamento del conflitto alla Turchia. Resta il fatto che la Russia è già alle prese con il sostentamento della Crimea, il sostegno ai separatisti dell’Ucraina orientale, la guerra in Siria e la crisi economica in casa. Ed il peso di un più robusto sostegno all’alleato armeno – anche senza arrivare ad un impegno armato – potrebbe comunque risultare insostenibile.