Nucleare vs Gnl. La disputa continua

Nucleare vs Gnl. La disputa continua

Jean-Marie Colombani | Giornalista e saggista
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In un contesto di repentino mutamento dello scacchiere geopolitico mondiale, la caduta dei prezzi del petrolio potrebbe colpire la bilancia commerciale di Parigi. L'unica soluzione è far progredire l'Unione europea

Come quasi sempre accade all’inizio di ogni nuovo secolo, viviamo un momento storico caratterizzato da profondi cambiamenti strategici (lo spostamento dell’epicentro mondiale verso l’Asia-Pacifico), economici (l’affacciarsi dei Paesi emergenti sulla scena internazionale), politici (il terrorismo jihadista che arriva a minacciare la Libia, la tentazione militaristica cinese, il populismo negli Stati Uniti, il Vicino Oriente in disgregazione) e ambientali (il riscaldamento globale). Tutti gli equilibri precedenti vengono rimessi in discussione e si creano nuovi rapporti di forza che, negli anni a venire, condizioneranno il nostro stile di vita e il nostro benessere (o malessere).
Ogni giorno che passa, in questo contesto, dovrebbe convincerci che continueremo a esistere a una sola condizione: far progredire l’Unione europea. La nostra capacità di difesa, la nostra sicurezza nel senso più ampio del termine, la tutela dei nostri interessi strategici, dipenderanno dal livello di coesione degli europei.

 

Prezzi e rapporti di forza, come sono cambiati

Ma mentre attendiamo che l’unità si consolidi, il panorama si trasforma: l’attuale caduta del prezzo del petrolio ci ha praticamente riportati ai valori antecedenti alla prima crisi petrolifera del 1973! Nell’immediato, il calo avvantaggia i Paesi importatori come noi. Tuttavia, se dovesse perdurare, colpirebbe gravemente le nostre esportazioni verso i Paesi produttori. Nell’immediato, anche i rapporti di forza si sono modificati. Limitandoci ai casi più evidenti, la Russia (dove gli idrocarburi rappresentano il 70% dell’export) si ritrova notevolmente indebolita sul piano economico; l’Arabia Saudita, all’apice della sua disputa politico-religiosa con l’Iran, comincia ad accusare i primi contraccolpi e alcuni arrivano a dire che il suo modello è minacciato. Teheran, per contro, esce rafforzata dall’accordo sul nucleare che gli restituisce potere di scambio con gli Stati Uniti e l’Europa, consentendo al Paese di riacquistare un ruolo di rilevanza sul mercato gas-petrolifero.

 

La posizione francese

Vista dalla Francia, però, la questione di gas e petrolio è oscurata dalla lotta al terrorismo e dall’assoluta necessità di scendere in campo contro il Daesh. Per quanto riguarda l’approvvigionamento, da tempo, Parigi ha scommesso sugli Emirati Arabi Uniti e, specialmente, sul Qatar che detiene la seconda riserva al mondo di gas, nonché sull’Arabia Saudita. Nella regione, la Francia ha sempre optato per la stabilità dei governi nazionali e per questo motivo, nel 2003, rifiutò di prendere parte alla guerra di George Bush in Iraq. Il conflitto civile in Siria l’ha però portata a schierarsi con l’opposizione moderata contro Bashar al-Assad, che l’ex ministro degli Esteri Laurent Fabius ha definito “il macellaio‘ del suo stesso popolo. Il petrolio, tuttavia, passa in secondo piano di fronte all’obiettivo prioritario della sicurezza, che non può prescindere dalla partecipazione francese alla coalizione anti-Daesh, nella consapevolezza che questo movimento non potrà essere sconfitto senza il contributo delle forze sunnite - ed ecco l’importanza del legame con l’Arabia Saudita.
In termini più generali, nella regione la Francia occupa gli spazi liberati dalla ritirata americana: l’allentamento delle relazioni tra Washington e Riyad, e tra Washington e Il Cairo, ha lasciato campo libero a Parigi. L’Arabia Saudita e l’Egitto sono essenziali per chi vuole restituire una parvenza di stabilità alla regione. Questo non ha impedito, a Parigi, di parlare con Teheran usando un linguaggio semplice e diretto: siamo pronti a dare massimo impulso ai nostri scambi e a partecipare (tramite il Gruppo Total) al rilancio della produzione gas-petrolifera a condizione di porre fine alla minaccia contro Israele e di firmare l’accordo sul nucleare. Tanta chiarezza di linguaggio testimonia come la Francia sia rimasta particolarmente soddisfatta in occasione della recente visita in Europa del Presidente iraniano Rouhani.

 

Due correnti di pensiero

Comunque si evolva la situazione sul campo, esistono in Francia 2 correnti di pensiero in materia di questioni energetiche: una ritiene che siamo nuovamente entrati in un periodo di abbondanza dei combustibili fossili e bisogna quindi continuare a puntare sul gas naturale, che risponde anche ai parametri di transizione ecologica; le rinnovabili, e in particolare il fotovoltaico, diventeranno a breve termine redditizie e convenienti e saranno la leva dell’indipendenza energetica europea. La seconda corrente afferma invece che le rinnovabili sono pesantemente sovvenzionate e le incertezze geopolitiche della produzione gas-petrolifera esigono la fedeltà al nucleare, una fonte energetica che la Francia da lungo tempo ormai considera sinonimo di indipendenza e di minimo rischio ambientale. Il governo, per il momento, non si è ancora pronunciato.


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