La tempesta elettorale nel futuro del petrolio norvegese

La tempesta elettorale nel futuro del petrolio norvegese

Lorenzo Colantoni
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Le elezioni, attese per l'11 settembre, vedono tra i temi principali il settore energetico, una novità che mette pressione sui tre principali partiti della Norvegia. In un recente sondaggio, il 44% dei cittadini vorrebbe limitare la produzione di idrocarburi per ridurre le emissioni di CO2

Si preannunciano elezioni complicate, quelle del prossimo undici settembre in Norvegia. La sorpresa è però la nuova e grande attenzione dell’elettorato norvegese al futuro del settore gas e petrolio, una novità che mette pressione sui tre principali partiti norvegesi. Questi sono in realtà saldamente avanti rispetto agli altri, nettamente più piccoli; secondo gli ultimi sondaggi l’Arbeiderpartiet (labour) sarebbe alla pari con l’Høyre (conservatori) a 26,1%, il Fremskrittspartiet (Progress) a 14,7% - gli altri oscillano tra i 3 e i 7 punti. Eppure, se i risultati fossero questi, le perdite rispetto alle precedenti elezioni del 2013 sarebbero basse per conservatori (-0,7%) e Progress (-1,6%), ma il risultato sarebbe disastroso per i labour, che andrebbero sotto di 4,7 punti. Questi risultati rivoluzionerebbero gli equilibri parlamentari, che si sono retti in questi ultimi quattro anni grazie all’alleanza tra i conservatori e il Progress, partito populista e neoliberista, da molti considerato vicino a posizioni di destra. Con i numeri degli ultimi sondaggi i partiti più piccoli riuscirebbero infatti a raggiungere posizioni più prominenti, e diventare chiave per la politica norvegese. Tra questi, il Miljøpartiet De Grønne (i Green) potrebbero avere un ruolo inaspettato.

I Green una possibile forza chiave in Parlamento

In realtà, vi sono diversi piccoli partiti nel panorama politico norvegese, la maggior parte dei quali – nelle passate elezioni - ha ricevuto più voti dei Green, attestatisi al 2,8% con un solo seggio in parlamento: tra questi, i Venstre (liberali), con il 5,2%, Centre (anti-EU) con 5,5%, e Krf (democristiani) con 5,6%. In questa nuova tornata elettorale i Green sembrano però vicini a ottenere 1 o 2 punti percentuali in più rispetto al 2013, un incremento che potrebbe essere sufficiente per diventare una forza chiave nel nuovo parlamento norvegese, come già successo nelle recenti elezioni municipali di Oslo. Così potrebbe accadere per l’SV (sinistra socialista, 4,1% alle scorse elezioni) e RED (estrema sinistra, anti-NATO, ferma all’1,1%), tutti partiti che sostengono lo stop delle concessioni petrolifere. Un programma non condiviso in nessun modo dai tre partiti principali, ma vicino ai cambiamenti di opinione dell’elettorato norvegese. Negli ultimi anni, infatti, le attività di società civile e, in generale, le opinioni dell’elettorato norvegese hanno mostrato una diminuzione del sostegno verso l’industria degli idrocarburi, su cui l’opinione pubblica paese è stata storicamente sempre a supporto. Come mostrato ad esempio da un recente sondaggio, il 44% dei norvegesi intervistati si è mostrato disposto a limitare la produzione norvegese di idrocarburi per ridurre le emissioni di CO2, rispetto ad un 42% di contrari.

Il cambiamento è forse dovuto in parte all’impatto dell’Accordo di Parigi, ma principalmente a ragioni economiche, le stesse che sono state al centro della campagna elettorale. Il crollo del prezzo del petrolio ha infatti inflitto pesantemente sull’economia norvegese: una riduzione del 40% delle revenues nel 2016 rispetto al 2015 (quasi il 5% del PIL norvegese), e la perdita di quarantasettemila posti di lavoro nell’industria degli idrocarburi tra il 2014 e il 2016, sono certamente i dati più significativi. La paura di molti norvegesi è che quindi gli investimenti nel settore diventino stranded assets, visti in particolare gli alti costi di produzione degli idrocarburi artici e il declino costante della produzione norvegese, che ha perso il 50% negli ultimi quindici anni e perderà un ulteriore 11% fino al 2019. In questo contesto, le proposte dei Green potrebbero così rappresentare il desiderio dell’elettorato di una diversificazione dell’economia nazionale rispetto al settore degli idrocarburi. È chiaramente impossibile che il piccolo partito ambientalista possa avere un successo tale da influenzare la politica norvegese in maniera così drastica. Potrebbe, però, agire da broker per il raggiungimento dell’agenda governativa, negoziando in cambio con il partito al potere (probabilmente i conservatori e l’attuale primo ministro Erna Solberg, secondo le attuali previsioni) importanti concessioni su questioni legate al futuro dell’industria degli idrocarburi. Ad esempio potrebbe cercare di limitare le esplorazioni artiche, da cui la Norvegia punta di estrarre 9 miliardi di barili necessari alla sopravvivenza dell’industria degli idrocarburi.

Il caso dell'arcipelago delle Lofoten

Una situazione già accaduta nell’arcipelago delle Lofoten, oggetto di un divieto di estrazione ancora attivo e che tiene sottoterra 1,3 miliardi di barili di petrolio, per un valore di 65 miliardi di dollari, proprio grazie alle negoziazioni tra i partiti principali e quelli più piccoli. Va però detto che il caso delle Lofoten è particolare: si tratta di un paradiso naturale in cui l’impatto delle trivellazioni, vicine alla costa, sarebbe molto più forte rispetto alle attuali piattaforme offshore, cuore della produzione norvegese. Siccome praticamente non esistono infrastrutture già presenti o vicine all’arcipelago, il costo d’estrazione sarebbe inoltre particolarmente alto. L’onere per bloccare le trivellazioni nelle Lofoten è quindi politicamente ed economicamente più basso rispetto ad altre, comunque contestate, trivellazioni nell’Artico, come quelle nel Mare di Barents – e quindi il compromesso più facile. Sebbene sia difficile prevedere il risultato delle elezioni di lunedì, la possibile instabilità generata da un governo di larga coalizione si mostra però come la cartina tornasole della discussione norvegese sul futuro dell’industria di idrocarburi più grande dell’Europa Occidentale, e di uno dei primi partner europei. Una discussione che l’Europa, alla luce delle sue sempre presenti necessità di diversificazione, tanto nel gas quanto nel petrolio, dovrà seguire con attenzione.