Middle East e Far West: le due facce del mondo petrolifero

Middle East e Far West: le due facce del mondo petrolifero

Francesco Gattei
Condividi
Nella galassia petrolifera esistono due pianeti: uno in Texas e l'altro in Medio Oriente, sin dai tempi più antichi. Ma alla fine sarà la penisola arabica, a dare continuità produttiva e a riservare ancora ampie sorprese in termini di nuove scoperte

Il Medio Oriente è la Goldilocks zone dell’industria petrolifera. Come in astronomia esiste una fascia ideale per la vita, in funzione della distanza dal sole e della possibile presenza di acqua liquida, anche nel mondo degli idrocarburi esistono delle condizioni ideali: la possibilità di un lungo processo di sedimentazione di materiale organico in ambiente privo di ossigeno e la disponibilità di ampie trappole geologiche dove contenere gli idrocarburi. E queste condizioni si sono manifestate in Medio Oriente quando, nel Giurassico, la regione si trovava in prossimità dell’equatore e si bagnava nel mare di Tetide.

Le prove di una presenza petrolifera erano ampie sin dai tempi antichi. Dall’esistenza del fuoco perenne presso Kirkuk a Baba Gurgur (non a caso il Padre dei Fuochi Eterni in lingua curda) che arde da 4000 anni ed è menzionato anche nelle Storie di Erodoto. Dall’uso di bitume nei muri e nelle strade della città di Babilonia (e forse anche alla base della torre di Babele). Dalla presenza di infiltrazioni in superfice di idrocarburi (seepage) al di qua e di là del Golfo.

Ma la ricerca nella regione non fu scontata. Mentre in Iran il potenziale petrolifero fu accertato ad inizio del secolo e quello iracheno nel 1927 (proprio a Baba Gurgur), le prospettive di scoperte più a sud apparivano limitate.

I tecnici inglesi che scandagliavano la regione consideravano la penisola arabica priva di greggio, inadatta alla genesi di petrolio, tanto da scommettere di bere ogni goccia di petrolio rinvenuta a sud di Bassora. Qualcuno aveva però una prospettiva diversa: si trattava del maggiore dell’esercito neozelandese Frank Holmes, che credeva nell’esistenza di un grande campo petrolifero dal Kuwait lungo la costa della penisola arabica.

Holmes, che si fidava più del suo naso che delle mappe geologiche dell’epoca, non sbagliò di tanto la previsione. Le sue ricerche aprirono le scoperte dei grandi campi in Bahrain ed in Kuwait.

Ma non riuscì ad individuare il grande campo che aveva prefigurato e che si chiama Ghawar, in Arabia Saudita. È il giacimento più grande del mondo e copre, in lunghezza, la distanza tra Milano e Venezia. Da solo produce il 5 percento della produzione mondiale. Ma oltre a Ghawar ci sono molte altre gemme nel Golfo. Seguendo una direttrice che scorre lungo la penisola arabica ci sono centinaia di campi Giant sia ad olio che a gas che fanno di questa regione l’Eldorado degli idrocarburi.

 

 

Il pianeta Texas

Nella galassia petrolifera c’è tuttavia un altro pianeta dove esistono le condizioni ideali per la generazione di idrocarburi: gli Stati Uniti, e in particolare il Texas.

Anche qui le testimonianze petrolifere sono antiche: il conquistatore spagnolo De Soto aveva raccontato dell’uso di bitume nell canoe dei nativi, che usavano anche il greggio come medicinale. Ma le aspettative di scoperte significative in Texas, durante il primo boom petrolifero americano tra Pennsylvania e California, erano più ridotte. Solo la perseveranza di un altro geologo amatoriale e con un nome da romanzo di Tolkien, Patillo Higgins, permise la scoperta dell’enorme ricchezza di quello che sarebbe diventata la capitale del greggio a stelle e strisce.

Il pozzo di Spindletop nel 1901 diede vita a quel fenomeno che gli yankees chiamano Gusher, l’eruzione incontrollata di greggio, scenografica e pericolosa. E fece cadere il prezzo da 2 dollari a 25 cents al barile. Il campo, che produceva 100 mila barili giorno, la metà dell’intera produzione USA, fu cannibalizzato da migliaia di rig e si esaurì in pochi anni.

Da allora le scoperte si estesero in tutto lo stato, muovendosi da East (altro Giant, East Texas ed altro tracollo dei prezzi) ad Ovest.

Qui nel 1923 fu scoperto uno dei più grandi giacimenti del mondo. Il pozzo, su cui non si nutrivano troppe aspettative, era stato denominato Santa Rita 1 invocando la protettrice delle imprese impossibili.

Il campo nel West Texas rivelò in realtà una serie di strati geologici che come un gigantesco millefoglie coprono una distesa tra Texas e New Mexico di circa 500 km di lunghezza per 400 km di larghezza e che sono definiti come il bacino del Permiano.

Il Permiano è alla base di quello che oggi è la rivoluzione energetica americana, quella del tight oil e che ha riportato la declinante industria petrolifera a nuovi record di produzione. Infatti dopo aver prodotto dai giacimenti tradizionali (gli strati più cremosi del millefoglie), con la tecnica del fracking si sta estraendo il greggio contenuto negli spessori più duri, che per decenni erano risultati non economici.

Secondo l’USGS, l’agenzia governativa che stima il potenziale minerario americano, il Permiano conterrebbe fino a 46 miliardi di barili di petrolio, 20 miliardi di NGL e 280 tcf (trilioni di piedi cubi) di gas, raddoppiando il totale conosciuto negli Usa e rivaleggiando con i primi giacimenti del golfo.

E così il Texas che produceva 1 milione di barili/g solo dieci anni fa, oggi ne produce 4 milioni. Se fosse nell’OPEC sarebbe il terzo produttore dopo l’Arabia Saudita e l’Iraq. La produzione USA di tight oil (che raccoglie i contributi anche di grandi giacimenti in North Dakota e del New Messico) ammonta a circa 6,7 milioni b/g, più della metà dell’intera produzione americana.

L’esistenza di questo secondo pianeta petrolifero è tuttavia anche il fattore più destabilizzante del mercato del greggio. Infatti le regole operative di questo mondo sono terribilmente diverse rispetto alle modalità tradizionali dell’industria.

Il sistema petrolifero statunitense esprime in pieno lo spirito animale del capitalismo americano: un modello parcellizzato, dove convivono migliaia di operatori, da Exxon ai cosiddetti strippers, che producono qualche decina di barili giorno dal giardino di casa.

La produzione è regolata storicamente dalla Rule of Capture, un principio della Common Law inglese che parifica il petrolio alla selvaggina. Così come un cinghiale è di proprietà di chi riesce a catturarlo, così anche il greggio che scorre sotto la superficie diventa di proprietà di chi lo estrae. Da qui la corsa a produrre, magari mettendo il pozzo al limite del confine del vicino per “catturare” il greggio limitrofo e massimizzare la produzione per non rischiare di perderla. Insomma l’equivalente del Far West, tutti contro tutti, con l’impossibilità di gestire ordinatamente la produzione (e spesso determinando uno sfruttamento eccessivo del giacimento per la necessità di produrre senza limiti e con poca attenzione al lungo termine).

Anche oggi i produttori americani sono migliaia e non fanno della disciplina produttiva una virtù. Pur non rischiando più la “cattura”, infatti le rocce tight hanno una bassa permeabilità e l’olio fluisce con maggiore difficoltà, la crescita avviene ancora in maniera frenetica e disordinata tanto che i prezzi possono crollare per l’eccesso di produzione.

Ne consegue il freno all’attività, il calo dell’output che determina un nuovo rialzo dei prezzi. Fino ad una nuova fase di rimbalzo, eccesso, crollo.

Nel 2016 la produzione è scesa di 400 mila barili/giorno per il calo dell’attività dopo che il prezzo del petrolio era sceso sotto i 30 dollari. Due anni dopo è salita di 1,2 milioni di barili, quando il prezzo è rimbalzato ad oltre 70 dollari. Ora è in corso un nuovo rallentamento. Insomma il tight oil USA è un animale dal battito frenetico, capace di accelerare e frenare in pochi mesi. E le attività hanno una dimensione unica, non replicabile. Nel solo Permiano vengono perforati 5000 pozzi in media all’anno, che si cumulano ai già esistenti 180.000 mila. Un numero che fa impallidire i 18.000 pozzi di tutto il Medio Oriente. Ma il numero dei pozzi tra le due regioni nasconde un’ulteriore differenza che rende il modello USA strutturalmente fragile. I pozzi a tight oil hanno una produzione media di 500 barili al giorno e declinano rapidamente (in un anno la produzione è del 50 percento più bassa). Insomma sono l’equivalente di una gigantesca scatola di fiammiferi, apparentemente infinita, ma che richiede una continua attività di rimpiazzo.

Si stima che il 60 percento dei pozzi perforati ogni anno, nelle regioni del tight oil, siano dedicati a gestire il declino produttivo.

Le basse produttività e l’alto declino determineranno a tendere un limite fisico alla crescita della produzione USA: quando il numero di nuovi pozzi da perforare nell’anno sarà superiore alle location da perforare o alla capacità di farlo, la crescita si fermerà. Come per tutti i campi petroliferi, la traiettoria produttiva è sempre una parabola. La scatola di fiammiferi farà sempre meno luce. Siamo, per ora, lontani dal punto di flesso, ma le fonti più accreditate, come l’Agenzia Internazionale dell’Energia, stimano un plateau della produzione USA da metà della prossima decade.

 

Il pianeta Golfo

Nell’altro pianeta, sul Golfo, le modalità operative sono molto diverse: la produzione è in mano ad un pugno di National Oil Companies, in Joint Ventures con alcune società straniere. La produzione di greggio è enorme (il 20 percento del totale mondiale nella sola penisola arabica) e la produttività dei singoli pozzi, spesso nell’ordine delle 10-20 mila barili al giorno, e il basso declino annuale (4-5 percento) rendono più programmabile e stabile la gestione. Qui i campi producono per decenni o per secoli (solo per dare una idea, dei 5 pozzi di scoperta e delineazione di Ghawar, 4 sono ancora in produzione dopo quasi 70 anni di attività).

Un ulteriore fattore chiave della regione è il suo ruolo di riserva in caso di crisi. Infatti in pochi paesi (Arabia Saudita, Kuwait ed EAU) è mantenuto un eccesso di capacità, una riserva di produzione attivabile a breve termine, per assorbire eventuali shock di offerta.

Oggi questo ammontare è il 3 percento della domanda mondiale, tre milioni di barili/giorno che possono essere messi in produzione in 90 giorni e mantenuti per un periodo indefinito.

In assenza di questi volumi, e in caso di shock, si dovrebbe aspettare che la perforazione in USA vada a compensare gli eventuali ammanchi. È probabile che si formerebbero colli di bottiglia nella attività di drilling e fratturazione. I prezzi salirebbero probabilmente alle stelle e la caduta della domanda sarebbe l’effettivo fattore di bilanciamento del mercato. In conclusione, nonostante la grande attenzione e l’enfasi che viene dedicata alle performance dei barili americani, il mondo petrolifero continuerà a ruotare attorno alle grandi riserve del Medio Oriente. Il rinascimento della produzione USA è un fenomeno importante ma temporaneo. Assicura una percezione di abbondanza ma non scongiura il rischio di spike di prezzo. Richiede uno sforzo continuo per sviluppare una capacità di produzione fragile ed effimera. L’altra parte della galassia, quella convenzionale della penisola arabica, resterà fondamentale per dare continuità produttiva, a minor costo e potrà riservare ancor ampie sorprese in termini di nuove scoperte (l’esplorazione negli ultimi quarant’anni è stata limitata).

Ci stiamo abbuffando di fast food: hamburger e Coca Cola. Un metodo pratico e veloce per accumulare calorie. Ma non è una dieta equilibrata. Torneremo (non troppo in là nel tempo) a qualcosa di più tradizionale.