G20, Parigi rilancia sul Climate Change
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Ad Amburgo i grandi della terra, USA esclusi, confermano gli impegni sottoscritti alla COP21 contro i cambiamenti climatici e il presidente Macron invita tutti a Parigi il prossimo dicembre per un nuovo summit che sancisca la dimensione finanziaria degli accordi

Se l’annuncio del ritiro degli Stati Uniti dal Trattato di Parigi - lo scorso giugno - aveva scatenato una veemente reazione a livello globale, l’esito del G-20 di Amburgo ha sancito in modo decisivo lo scollamento tra l’America del Presidente Donald Trump e il resto della comunità internazionale sui temi del clima e della sostenibilità. Una scelta, quella di Washington, ormai metabolizzata dai rimanenti 19, la cui azione - alla luce della enfasi posta sul tema durante il summit – non sembra destinata ad esaurirsi. Ma, al contrario, decreta l’emergere di nuovi player internazionali pronti ad assumere la leadership globale, e cogliere le opportunità (politiche ed economiche) della lotta al cambiamento climatico.

Il 12 dicembre 2017, due anni esatti dopo la COP21 conclusasi con la firma dell'Accordo di Parigi, la capitale francese ospiterà un nuovo incontro per discutere del destino climatico del pianeta

I numeri dei grandi

I membri del G-20 concorrono a quasi l’80% delle emissioni globali di CO2, con Cina (29%) e Stati Uniti (16%) che dominano - in negativo - la classifica dei paesi emettitori. Il gruppo contribuisce al 93% dei consumi mondiali di carbone – a causa, soprattutto, della domanda cinese nel settore elettrico - e al 75% di quella di petrolio, sui quali incidono in particolare i trasporti americani. Al contempo, tuttavia, i G-20 hanno un impatto virtuoso sulle politiche climatiche internazionali grazie al loro ruolo-guida in materia di energie rinnovabili: il 93% della capacità solare e il 98% di quella eolica a livello globale, sono infatti installate nei venti paesi riunitisi in Germania lo scorso weekend. Proprio alla luce di questi dati, il G-20 rappresenta – almeno idealmente - un forum congeniale per affrontare i temi del cambiamento climatico e della transizione energetica. Un potenziale che ha alimentato forti aspettative nei confronti del summit di Amburgo, pur nella consapevolezza che le posizioni reazionarie della presidenza Trump – potenzialmente spalleggiata da paesi clima-scettici quali Arabia Saudita, Russia e Turchia - avrebbero potuto determinare un grave rallentamento dell’azione multilaterale.

Isolamento americano

E in effetti, l’istrionico Donald Trump non si è smentito nemmeno sulle rive dell’Elba. Gli Stati Uniti, come emerge chiaramente dalla Dichiarazione finale, hanno confermato anche ad Amburgo la volontà di uscire dal Trattato di Parigi, riuscendo a inserire nel testo un singolare riferimento all’utilizzo “pulito” ed efficace dei combustibili fossili. Washington, quindi, conferma la propria refrattarietà ai meccanismi di cooperazione multilaterale, prendendo una direzione opposta rispetto al resto del gruppo e, di fatto, auto-isolandosi da esso. In questo contesto, anche se i colleghi russi e sauditi avranno probabilmente applaudito l’iniziativa americana, va dato atto alla presidenza tedesca di aver messo in fila il resto del gruppo, strappando – nonostante l’eterogeneità di interessi dei singoli membri - un impegno chiaro e incontrovertibile a proseguire sulla strada fissata dalla COP21. L’Accordo di Parigi, pertanto, con buona pace della Casa Bianca, continuerà a rimanere la pietra miliare della lotta internazionale ai cambiamenti climatici. Nonostante i tentativi di Trump di farlo deragliare, esso continuerà ad essere il punto di partenza per ogni nuova iniziativa multilaterale. A partire dalle misure contenute nel “G20 Hamburg Climate and Energy Action Plan for Growth”, che prendendo atto delle scelte americane, definisce una serie di priorità e le relative azioni per i membri del gruppo in materia di energia, clima e sviluppo sostenibile.

Leadership francese?

E proprio dalla Francia, durante il summit, è arrivata una prima proposta concreta per rafforzare - nonostante la defezione americana - l’azione internazionale sul clima. Il presidente Emmanuel Macron non si è infatti lasciato scappare l’opportunità di posizionare il suo paese in prima linea su uno dei temi più importanti – ma anche più simbolici – dell’attuale dibattito internazionale. Il giovane inquilino dell’Eliseo, che aveva posto grande enfasi sulle questioni climatiche sin dal suo primo discorso alla guida del paese per poi confermare la sua grande sensibilità in materia con la nomina di Nicolas Hulot al Ministero della Transizione ecologica (mutazione macroniana del Ministero dell’Energia), ha infatti rilanciato dopo la frattura creata da Trump. Il 12 dicembre 2017, due anni esatti dopo la COP21 conclusasi con la firma dell’Accordo di Parigi, la capitale francese ospiterà infatti un nuovo incontro per discutere del destino climatico del pianeta. Nel tentativo di “fare il nostro Pianeta nuovamente grande”, motto coniato da Macron quasi per schernire Trump dopo l’annuncio del ritiro americano da Parigi, il neo Presidente francese porterà all’attenzione della comunità internazionali la dimensione finanziaria dell’implementazione dell’Accordo di Parigi, un tema fondamentale, e divenuto particolarmente spinoso in assenza delle garanzie assicurate dagli Stati Uniti (durante l’era Obama). Ora, sdoganata una volta per tutte la fuoriuscita americana da qualsiasi meccanismo di cooperazione multilaterale, starà agli attori rimasti in campo trasformare le dichiarazioni congiunte degli ultimi mesi in azioni concrete. Si aspetta innanzitutto al varco la Cina, “elephant in the room” della politica climatica globale in grado di spostare da sola l’ago della bilancia, che dovrà trovare nell’Unione europea (risvegliata dall’attivismo francese) una spalla credibile per affrontare il vuoto – sempre e comunque pesante – lasciato da Washington.