La ripresa è all'orizzonte?
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Le recenti decisioni politiche indicano che il Brasile ha tutta l'intenzione di recuperare competitività con nuove gare d'appalto e adottare norme più flessibili in termini di local content. Il peggio sembra passato e si torna a percepire un discreto ottimismo

Quando nel 2007 Petrobras, la compagnia petrolifera nazionale (NOC) brasiliana, e il governo federale hanno annunciato la scoperta di un enorme giacimento petrolifero offshore a grande profondità, il cosiddetto “pre-salt”, nel Paese si è diffuso un clima di euforia. Secondo l’allora presidente, Luiz Inácio Lula da Silva, le nuove risorse avrebbero rappresentato il passaporto del Brasile verso il futuro. I profitti ricavati dalle riserve pre-salt avrebbero finanziato l’istruzione e la ricerca scientifica, senza contare l’inevitabile necessità di pozzi e piattaforme petrolifere prodotti per lo più da aziende brasiliane, come imposto dalle rigorose normative nazionali in materia di local content.

Dieci anni dopo, l’euforia ha lasciato il posto allo sconforto. L’economia ha attraversato due anni di profonda recessione e le previsioni per il settore petrolifero si sono rivelate sbagliate: invece di raggiungere la soglia dei 5 milioni di barili al giorno (mbd) entro la fine del 2017, come auspicato dal governo nel 2010, la produzione si fermerà a soli 3,4 mbd. E non è tutto: a causa della flessione del prezzo del petrolio, i barili risultano meno remunerativi di quanto era stato anticipato al momento del via libera alla maggior parte degli investimenti, penalizzando così sia gli introiti delle aziende che operano in Brasile, sia le finanze del governo. Come se non bastasse, la supply chain brasiliana, e in particolare i cantieri navali, non sono stati in grado di soddisfare gli ambiziosi obiettivi stabiliti. Risultato: spese di capitale (CAPEX) più elevate, ritardi nelle consegne (a discapito del cash flow dei progetti) e sanzioni per non aver rispettato le clausole contrattuali minime in materia di local content. E se queste problematiche rappresentavano già di per sé un ostacolo non da poco, il clamoroso scandalo di corruzione che ha investito Petrobras ha trascinato definitivamente il settore petrolifero brasiliano nella bufera, portando tra l’altro nel 2016 all’impeachment della presidente Dilma Rousseff, ex ministro dell’Energia nonché successore designato di Lula da Silva.

Ora le acque si sono calmate, il peggio è passato e si percepisce un discreto ottimismo. Le recenti decisioni politiche indicano che il Brasile ha tutta l’intenzione di rimettersi in carreggiata con nuove gare d’appalto, la fine del monopolio legale di Petrobras nei giacimenti pre-salt, una legislazione più flessibile in termini di local content e l’adozione di una corporate governance anti-corruzione più solida da parte della principale compagnia petrolifera nazionale. In più, le traversie finanziarie di Petrobras hanno portato a un programma di disinvestimento che sta favorendo una sana concorrenza interna sia nell’upstream sia nel downstream. Il presente articolo si propone di esaminare le nuove strategie per attirare investimenti e favorire la ripresa del settore petrolifero brasiliano, riportandolo al centro dell’interesse dell’industria oil & gas globale.

Il disinvestimento di Petrobras: uno stimolo per la concorrenza

Petrobras ha avuto il monopolio delle attività upstream in Brasile dal momento della sua fondazione nel 1953 fino al 1995, quando il Congresso ha approvato un emendamento costituzionale introducendo la concorrenza nel settore. Ciò nonostante, il mercato petrolifero è stato aperto, a tutti gli effetti, solo nel 1997 con l’approvazione di un nuovo quadro legislativo, seguito due anni dopo dal primo round di gare per le zone di esplorazione su iniziativa dell’Agenzia Nazionale del Petrolio (ANP) brasiliana, il nuovo ente regolatore. Sebbene il monopolio di Petrobras si sia concluso legalmente quasi 20 anni fa, la compagnia domina ancora il settore petrolifero brasiliano con l’81 percento della produzione oil & gas nazionale, stando all’ultimo annuario statistico dell’ANP. Il longevo programma d’investimenti di Petrobras nel deep offshore e la profonda conoscenza geologica del Paese hanno ovviamente giocato a favore della NOC nelle offerte aperte, al punto che, durante le aste di greggio, i concorrenti privati hanno spesso preferito allearsi con Petrobras piuttosto che rilanciare.

La leadership dell’azienda sul territorio nazionale sarà anche stata meritata, ma ha provocato la spiacevole conseguenza di perpetuare un mercato relativamente chiuso nelle mani di un’unica azienda monopsonista gestita dal governo. Senza forti vincoli concorrenziali e sostenuta da un programma politico improntato all’aumento degli investimenti in Brasile e allo stanziamento di sovvenzioni per i prezzi della benzina (sotto il mandato della Rousseff), Petrobras ha finito per accumulare debiti insostenibili, pari a circa 100 miliardi di dollari nel 2015, diventando così la compagnia petrolifera più indebitata al mondo. La nuova amministrazione ha già accelerato gli sforzi per raccogliere i capitali necessari a estinguere la passività, disponendo un piano di disinvestimenti che dovrebbe portare nelle casse dell’azienda 19,5 miliardi di dollari solo tra il 2017 e il 2018 (secondo quanto riportato nel Business and Management Plan 2017-2021).

Gli accordi di maggior rilievo riguardano la vendita della quota di Petrobras (66 percento) nel giacimento pre-sale di Carcará (blocco BM-S-8) a Statoil per 2,5 miliardi di dollari e l’istituzione di un’alleanza strategica ad ampio raggio con Total del valore di 2,2 miliardi di dollari, che implica il trasferimento del 35 percento della sua quota e della gestione del giacimento Lapa (blocco BM-S-9) alla controparte francese. Il piano di disinvestimento contempla anche la vendita di attività midstream e downstream e Petrobras è ansiosa di trovare nuovi partner con cui condividere le spese per completare due delle sue raffinerie colpite dagli scandali di corruzione e dallo sforamento dei costi: lo stabilimento di Comperj, a Rio de Janeiro, e quello di Abreu e Lima, nello stato di Pernambuco. Attualmente, Petrobras è alla testa del downstream brasiliano, perché possiede il 100 percento delle raffinerie. Una posizione di monopolio che ha reso l’azienda più vulnerabile alla fissazione dei prezzi durante la presidenza Rousseff, dal momento che tutte le perdite sono finite a carico della compagnia di stato.

Nuovi round di gare a condizioni più vantaggiose

Dopo la scoperta del pre-salt, il governo ha istituito leggi specifiche per i giacimenti situati in questa vasta formazione geologica, introducendo contratti di partecipazione alla produzione (o PSA, production sharing agreement) che affidavano a Petrobras il monopolio delle attività e una quota minima del 30 percento. Le modifiche sono state oggetto di pesanti critiche da parte degli stakeholder del settore, tra cui l’associazione che rappresenta gli operatori petroliferi nazionali: l’Istituto Brasiliano del Petrolio, del Gas e dei Biocarburanti (IBP). In seguito all’accordo, solo un giacimento è stato venduto all’asta, quello di Libra, acquistato nel 2013 al prezzo base da un consorzio formato da Petrobras (40 percento), Total (20 percento), Shell (20 percento), CNPC (10 percento) e CNOOC (10 percento). Ora, però, le compagnie petrolifere hanno campo libero nel pre-sale: lo scorso novembre, il Presidente Michel Temer (salito al potere dopo l’impeachment della Rousseff) ha approvato la legge 13365/2016 che pone fine al monopolio legale di Petrobras. La compagnia godrà ancora di un trattamento privilegiato, avendo la facoltà di decidere, per ciascuno dei blocchi del pre-salt disponibili, se desidera essere un operatore con una partecipazione minima del 30 percento oppure no. Questo compromesso di natura politica consente al governo di rimettere all’asta le aree del pre-salt, superando il grande limite della capacità operativa e di investimento della NOC. Con la precedente regolamentazione, Petrobras era obbligata a sostenere, anche contro la propria volontà, il 30 percento.

Un’altra svolta fondamentale è il recente emendamento dei requisiti di local content per le procedure di aggiudicazione. Le clausole in materia di local content sono state una costante fin dal primo round di gare e rientrano nella strategia adottata dal Brasile di sfruttare la crescita del settore petrolifero per stimolare lo sviluppo della supply chain. Tuttavia, a causa della lobby che controlla il settore e delle politiche industriali radicali durante il mandato del Partito dei Lavoratori (PT), il local content è diventato uno degli oggetti del contendere dell’oil & gas brasiliano. Da incentivo che era si è trasformato in obbligo, con elevati obiettivi minimi e pesanti sanzioni per le aziende inadempienti. Inoltre, i requisiti di local content sono diventati via via più rigidi nel tempo, con un elenco di 90 voci (dalla protezione catodica alle croci di produzione sottomarine) associate ognuna a percentuali specifiche e obbligatorie di risorse nazionali. Ad esempio, in uno dei casi più eclatanti, BG ha scavato un pozzo secco nel blocco S-M-508, nel bacino di Santos, e nel 2015 ha dovuto pagare una multa di 192 milioni di real (circa 64 milioni di dollari) per aver utilizzato solo il 15,42 percento di risorse locali sul totale degli investimenti, mentre il minimo contrattuale era del 55 percento. Oltre alle sanzioni, questa politica comporta un ulteriore costo diretto dovuto ai ritardi nelle consegne, quando la produzione deve essere rimandata perché le piattaforme FPSO sono ancora in fase di completamento nei cantieri brasiliani – un problema che Petrobras ha pagato caro, venendo meno agli obiettivi di produzione.

Considerate inizialmente una questione marginale, i requisiti di contenuto locale sono diventati un ostacolo per la futura evoluzione del settore agli occhi di IBP e dei consulenti che affiancano gli operatori petroliferi. Persino la direzione di Petrobras riteneva che le politiche a questo proposito si fossero spinte troppo oltre, imponendo un pesante fardello sulle spalle della NOC. Dopo oltre un anno di delibere frutto della collaborazione fra vari ministeri e agenzie governative, il 29 marzo 2017 il Comitato esecutivo ha deciso di dimezzare i requisiti di local content, di eliminarli dai criteri per le aste e di semplificare il processo di adempimento alle norme. Finalmente, l’elenco dettagliato di 90 voci è stato sostituito da obiettivi raggruppati per “macro-segmenti”: per i giacimenti offshore, l’esplorazione si assesta al 18 percento e la fase di sviluppo è stata suddivisa in costruzione dei pozzi (25 percento), attrezzature sottomarine (40 percento) e piattaforme di produzione (24 percento). Pur essendo stata accolta con aspre critiche da parte di associazioni di categoria quali l’Associazione brasiliana delle industrie di macchinari e attrezzature (Abimaq) e la Federazione delle Industrie dello Stato di San Paolo (FIESP), molto influente sul piano politico, la decisione dimostra l’intenzione del governo di attirare nuovi investimenti upstream nelle prossime aste.

Per l’anno in corso, l’esecutivo si prepara a lanciare quattro procedure di aggiudicazione, con un introito previsto di 3 miliardi di dollari in signature bonus. La 14ma tornata di gara, basata su un sistema di concessioni, metterà all’asta 291 blocchi di esplorazione in 9 diversi bacini sedimentari, tra cui 10 blocchi offshore a grande profondità nel bacino di Santos. La 4a tornata di gara, dedicata ai giacimenti marginali e sempre in regime concessorio, offrirà 9 aree sulla terraferma ed è rivolta ai piccoli-medi operatori. Per il pre-salt invece, sono state annunciate 2 tornate in regime di PSA. Il primo round sarà finalizzato allo sfruttamento congiunto di 4 zone della regione che si trovano al confine con giacimenti già assegnati, dove sono state effettuate nuove scoperte. Infine, a novembre, il governo intende mettere all’asta 4 potenziali giacimenti all’interno dell’ampio poligono pre-salt. Lo scorso 11 aprile il Consiglio nazionale per la politica energetica, un comitato sotto la responsabilità del ministero dell’Energia, ha annunciato inoltre il calendario delle prossime procedure di aggiudicazione, che saranno 10 tra il 2017 e il 2019. Lo scopo è rendere il mercato oil & gas brasiliano più prevedibile e assicurare un flusso costante di investimenti per l’esplorazione.

Una reputazione da ricostruire

Questo ambizioso programma di procedure di aggiudicazione sembra peccare di eccessivo ottimismo, dati i prezzi del petrolio ancora critici e le vicissitudini politiche del Brasile, in particolare le indagini per corruzione ancora in corso. Universalmente ritenuta una delle migliori NOC al mondo, Petrobras si è ritrovata al centro di un grande scandalo di corruzione che ha portato all’arresto degli ex vertici e senior manager della compagnia, dei dirigenti delle società fornitrici e dell’élite della classe politica brasiliana, fra cui l’ex presidente della Camera Eduardo Cunha e il ministro dell’Economia Antonio Palocci. In sostanza lo scandalo, ribattezzato dai brasiliani “petrolão”, ha portato alla luce un sistema di tangenti che sfruttava il programma di investimenti di Petrobras per finanziare le campagne politiche e le mazzette private corrisposte a governanti e dirigenti dell’azienda. All’atto pratico, la rete funzionava grazie alla collusione dei fornitori, dei dirigenti della compagnia petrolifera e dei politici responsabili dell’assunzione dei senior manager di Petrobras. Innanzitutto, i fornitori hanno formato un cartello che organizzava riunioni periodiche per manipolare le gare d’appalto con la compagnia petrolifera. I dirigenti corrotti di Petrobras accettavano di pagare prezzi superiori per le attività di approvvigionamento in cambio di mazzette che variavano dall’1 al 3 percento, pagate sotto forma di trasferimenti su conti offshore in Svizzera e donazioni a favore delle campagne dei partiti della coalizione al potere, guidata dal Partito dei lavoratori (PT). Secondo le indagini, i contratti di Petrobras hanno dato origine a un giro di tangenti del valore di oltre 2 miliardi di dollari. È importante notare che lo scandalo ruotava intorno alle pratiche di approvvigionamento di Petrobras, e non coinvolgeva le attività dell’ente regolatore (l’ANP), le procedure di aggiudicazione e gli operatori petroliferi privati.

Il petrolão è stato uno spartiacque nella storia politica del Brasile. Lo scandalo è venuto alla luce per la prima volta nel corso di un’inchiesta sul riciclaggio di denaro condotta dalla polizia federale, che grazie ad accordi di patteggiamento è riuscita a ottenere la collaborazione dei soggetti implicati nel giro di corruzione. Il primo a cooperare con la giustizia è stato l’ex responsabile delle attività downstream di Petrobras, Paulo Roberto Costa, che ha aperto il vaso di Pandora svelando i retroscena della classe imprenditoriale e politica brasiliana. L’entità dei danni arrecati a Petrobras è ormai chiaramente quantificata: molti dipendenti sono stati licenziati (e alcuni ex dirigenti incarcerati) e la compagnia sta recuperando una parte dei soldi illegalmente depositati nei conti offshore. Il solo ex dirigente senior Pedro Barusco ha restituito all’azienda 100 milioni di dollari, custoditi in un conto svizzero. In tempi più recenti, 77 manager del grande gruppo aziendale brasiliano Odebrecht hanno patteggiato con i procuratori in cambio della loro testimonianza, confessando le attività illegali intercorse tra l’azienda e varie personalità di spicco del panorama politico, non solo in territorio nazionale. È ancora difficile comunque prevedere le ripercussioni effettive di tali rivelazioni sul sistema politico brasiliano.

L’attuale direzione di Petrobras ha consolidato la corporate governance aziendale per ridurre i tentativi di corruzione e l’ingerenza della politica nella nomina dei dirigenti. Un’altra decisione fondamentale è stata quella di adottare una politica di fissazione dei prezzi chiara e prevedibile, con rettifiche mensili al costo dei prodotti raffinati. Ragionando sul lungo termine, un settore gas-petrolifero brasiliano più competitivo potrebbe essere il meccanismo più stabile e resiliente per tenere a bada le interferenze del governo – e, a giudicare dalle recenti svolte, il Brasile si sta muovendo proprio in questa direzione. Le rivelazioni venute a galla con lo scandalo petrolão potrebbero anche contribuire a risanare la classe politica del Paese, rafforzandolo sotto il profilo istituzionale. Un fattore imprescindibile per far fruttare la straordinaria ricchezza di risorse di cui dispone.