Legame a doppia corsia

Legame a doppia corsia

Wenran Jiang
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Il petrolio e il gas dei Paesi subsahariani, storica destinazione degli investimenti cinesi all'estero, hanno rappresentato, per anni, un supporto fondamentale alla crescita incalzante dell'economia del Dragone, in cambio di interventi infrastrutturali fondamentali per la crescita del Continente

Grazie alla sua posizione strategica, il continente africano è una delle principali destinazioni dei massicci progetti cinesi per la realizzazione di infrastrutture, investimenti e scambi commerciali nell’ambito dell’iniziativa One Belt One Road (OBOR), fortemente sostenuta dalla Cina. In un’impresa senza precedenti, la cui portata supera di gran lunga quella del Piano Marshall lanciato dagli USA in Europa nel secondo dopoguerra, Pechino si ripropone di collegare gran parte dei Paesi in via di sviluppo in diversi continenti, seguendo le rotte che dall’Oceano Indiano conducono alle coste africane. In quanto principale partner commerciale dell’Africa dal 2009, la Cina, che attualmente vanta un volume di scambi con i paesi africani due volte superiore a quello degli Stati Uniti, ha tutte le carte in regola per realizzare tale obiettivo. Con l’intensificarsi dei rapporti economici sino-africani aumenta anche l’importanza dell’Africa nella ricerca di sicurezza energetica della Cina, soprattutto in termini di approvvigionamento di petrolio. A differenza degli Stati Uniti, che negli ultimi anni hanno conosciuto un netto incremento della produzione interna di petrolio e gas grazie alla rivoluzione dello scisto, la Cina ha visto aumentare la propria dipendenza dalle importazioni di questi idrocarburi in maniera considerevole. Attualmente, infatti, due terzi del petrolio e un terzo del gas cinesi provengono dall’estero. L’Africa è ora il secondo fornitore di petrolio della Cina, superata solo dal Medio Oriente. Gli investimenti nelle risorse energetiche africane e la loro importazione hanno dunque un ruolo fondamentale nella pianificazione strategica di Pechino e per le compagnie petrolifere nazionali cinesi.

Continuare a investire nel settore energetico africano

L’Africa è stata una delle prime destinazioni degli investimenti cinesi nel settore energetico oltreoceano. Già negli anni Novanta la China National Petroleum Corp. (CNPC), la principale compagnia petrolifera nazionale (NOC) cinese, aveva fatto il suo ingresso nei giacimenti del Sudan. Nonostante le controversie riguardanti il conflitto in Darfur, la separazione del Sudan del Sud e la guerra civile, le NOC cinesi sono sopravvissute e hanno adeguato e consolidato la propria posizione nel Paese, raggiungendo un'elevata produzione di petrolio equity sia in Sudan che in Sudan del Sud: secondo alcune stime, controllano fino al 75 percento della produzione di petrolio sudanese. Prima della secessione del Sudan del Sud nel 2011, la Cina aveva investito oltre 20 miliardi di dollari nel settore energetico sudanese. Il recente calo dei prezzi del petrolio ha determinato una riduzione degli investimenti esteri della CNPC a livello globale, ma il Sudan ha continuato a costituire un’eccezione e nel 2015 l’ambasciatore Cinese in Sudan Li Lian ha promesso nuovi investimenti, nel tentativo di incentivare la produzione locale di petrolio. Nonostante l’apertura nei confronti delle compagnie petrolifere cinesi, oggi il Sudan gioca un ruolo modesto sia in termini di produzione di petrolio che di esportazioni verso la Cina. Le NOC e le società energetiche private cinesi si sono espanse nel continente e attualmente operano in Angola, Nigeria, Ciad, Uganda, Gabon e in altri Paesi produttori di petrolio. Il modello di investimento impiegato inizialmente in Sudan, incentrato sulla produzione upstream, è stato sostituito da diverse tipologie di investimento, una delle quali è la ben nota formula "infrastrutture in cambio di risorse". In Angola, tra i primi tre fornitori di petrolio della Cina insieme a Russia e Arabia Saudita, Pechino ha effettuato investimenti energetici integrati non solo nel settore upstream, ma anche in quelli midstream e downstream, come ad esempio il prestito di 2 miliardi di dollari per la costruzione di raffinerie. Il governo cinese ha inoltre concesso un prestito di 14,5 miliardi di dollari per costruire strade, aeroporti, porti e altre infrastrutture. Dal 2010 al 2016 Pechino ha versato nelle casse angolane circa 25 miliardi di dollari. La Cina è inoltre riuscita a recuperare terreno anche in Nigeria, il più grande produttore africano di petrolio e gas naturale, dove la maggior parte dei blocchi di esplorazione e produzione di petrolio e gas sono stati a lungo monopolizzati da compagnie petrolifere internazionali (IOC) occidentali. Ancora una volta Pechino pensa al lungo termine. Nel 2016, anno in cui l’economia del paese africano, colpito duramente dal prolungato calo dei prezzi del petrolio e del gas del 2014 e teatro di violenze e disordini interni, ha subito la prima contrazione in 25 anni, la Cina ha accresciuto il suo sostegno finanziario con un investimento infrastrutturale di 6 miliardi di dollari,  seguito da un memorandum d’intesa in materia di energia da 80 miliardi di dollari per potenziare le infrastrutture petrolifere e del gas del Paese. Sebbene l’attuazione di tali accordi richiederà del tempo, e nonostante alcune delle disposizioni potrebbero già essere state implementate nella primavera del 2017, si tratta indubbiamente di misure salvavita per un governo che dipende per più del 90 percento dai proventi del petrolio. Nel complesso, gli aiuti e gli investimenti esteri della Cina in Africa sono ora sullo stesso livello di quelli dei Paesi occidentali. Solo nel 2016 la Cina ha investito in Africa 36,1 miliardi di dollari, ovvero il 39 percento degli investimenti esteri totali. In un continente il cui settore energetico è stato dominato per decenni dalle IOC occidentali, le società petrolifere cinesi, ultime arrivate, hanno dovuto fare i conti con l’inesperienza dei Paesi ospitanti e con la mancanza di tecnologie avanzate e di know-how di gestione. Per colmare il proprio ritardo, hanno effettuato investimenti locali su vasta scala, in zone tradizionalmente trascurate dalle nazioni occidentali, garantendosi una solida presenza in molti paesi africani produttori di petrolio.

Prestiti in cambio di petrolio, un'arma a doppio taglio

Con l’aumento degli investimenti cinesi in Africa, in particolare nel settore energetico, il continente è diventato un importante esportatore di petrolio verso Pechino. Angola, Nigeria, Libia e Algeria sono, in effetti, tra i suoi principali fornitori di petrolio, anche se negli ultimi anni Luanda ha acquisito maggiore importanza. Tra i mesi di settembre e ottobre 2017 il Paese ha raggiunto la Russia al primo posto nella classifica dei fornitori di petrolio della Cina. Tra i dieci principali esportatori di petrolio verso il Paese asiatico figurano anche Congo e Gabon. Stando ad alcuni rapporti, l’incremento delle esportazioni da Angola e Arabia Saudita verso la Cina sarebbe stato determinato dall’impennata della domanda delle raffinerie regionali cinesi in espansione e dal calo delle importazioni da Africa e Medio Oriente da parte degli USA. Tuttavia, nel caso dell’Angola, un fattore chiave è costituito dall’accordo "prestiti in cambio di petrolio" stipulato con la Cina, il quale prevede che il debito venga rimborsato tramite la fornitura dioro nero. Di conseguenza, maggiore è il prezzo del petrolio, minore sarà la quantità necessaria per i pagamenti. Al contrario, quando il prezzo del petrolio cala, come negli ultimi anni, la quantità di oro nero che l’Angola deve fornire per rimborsare il suo debito aumenta. La stessa logica si applica agli accordi conclusi dall’Angola per pagare i servizi delle IOC nei suoi giacimenti. Per questo motivo il petrolio che l’Angola può vendere sul mercato libero per generare profitti e finanziare i propri programmi governativi è molto limitato. Altri Paesi che hanno concluso accordi simili con la Cina, come la Nigeria o il Venezuela, si trovano nella stessa situazione e se il calo dei prezzi del petrolio dovesse protrarsi a lungo, potrebbero essere sottoposti a maggiore pressione per ripagare i propri debiti. D’altra parte, un recente studio ha rivelato che, mentre il volume e il valore totali delle importazioni cinesi di petrolio dall’Africa sono aumentati sostanzialmente negli ultimi 15 anni, sia la quota di petrolio africano sulle importazioni cinesi di combustibile che la quota cinese sulle esportazioni africane di combustibile sono diminuite rispetto al picco del 2007-2009. Ciò è riconducibile al tentativo della Cina di diversificare le proprie fonti di importazione di petrolio, nonché alla rapida espansione delle esportazioni africane di petrolio verso il resto del mondo. I dati dimostrano anche che non tutta l’energia di concessione prodotta grazie agli investimenti cinesi oltreoceano nel settore energetico viene trasferita in Cina. In effetti, la maggior parte del petrolio e del gas equity prodotti all’estero, che sia in Canada o in Nigeria, vengono venduti sul mercato libero invece di essere trasportati in Cina. Tale atteggiamento si discosta profondamente dalla motivazione iniziale alla base della strategia energetica cinese denominata "go-out strategy", inaugurata più di un decennio fa. All’epoca i responsabili politici cinesi ritenevano che l’acquisizione di attività upstream all’estero e il trasferimento dei loro prodotti in Cina fosse il modo migliore per soddisfare il fabbisogno cinese di importazioni di petrolio. In termini di dinamica della domanda e dell’offerta, la crescente capacità produttiva downstream consente alle raffinerie cinesi, sia statali che private, di acquistare alcuni prodotti greggi massimizzando così i propri margini di profitto. Ad esempio, piuttosto che importare olio leggero dalla Nigeria, di alta qualità ma dal prezzo più elevato, le aziende cinesi preferiscono importare greggio di minore qualità ma ad un prezzo inferiore e completarne la raffinazione in Cina. E ciò malgrado i massicci investimenti di Pechino nel settore energetico nigeriano.

Esplorare nuove sfide e opportunità di crescita

Nonostante la Cina continui a rafforzare i suoi investimenti energetici tradizionali e i rapporti commerciali con l’Africa, le difficoltà non mancano. Gli stati africani sono caratterizzati da instabilità politica, disordini e guerre civili, assenza di un quadro giuridico definito e di politiche coerenti per dare vita ad attività stabili; la corruzione dilaga e l’implementazione dei progetti va spesso di pari passo con il manifestarsi di atteggiamenti di rent seeking. Inoltre, in alcuni luoghi vi è una forte resistenza alla presenza cinese. Sul piano internazionale, Pechino deve affrontare la concorrenza di altre NOC e IOC per l’acquisizione delle risorse energetiche. Inoltre, la stampa occidentale è critica nei confronti del comportamento della Cina, spesso accusata di neocolonialismo. A livello aziendale, le società cinesi si trovano ad operare in ambienti culturali, linguistici e sociali con i quali non hanno familiarità, di conseguenza la loro curva di apprendimento risulta ardua. Tali sfide, a cui si aggiunge una fase prolungata di bassi prezzi dell’energia, potrebbero costituire il motivo alla base della recente decisione di Sinopec di cedere le proprie attività in Nigeria e Gabon, un’idea impensabile solo qualche anno fa. Sinopec ha inoltre messo in vendita i suoi asset in Argentina, il che potrebbe significare l’inizio di un’era nuova e più complessa per l’impegno cinese all’estero in ambito energetico. Tra gli aspetti positivi, l’iniziativa One Belt, One Road del presidente Xi Jinping ha contribuito a dare un nuovo volto all’impegno cinese in Africa in ambito energetico. Nuovi investitori esterni alle NOC e alcune società cinesi hanno fatto il loro ingresso nei settori energetici dei paesi africani. Lo stesso vale per il settore energetico cinese, sul quale, grazie ad alcune riforme, si sono affacciati nuovi attori come imprese statali, investitori locali e aziende private, ora in concorrenza con le NOC. Secondo una nuova tendenza emergente, gli investimenti energetici cinesi in Africa non si limitano più ai tradizionali settori dell’oil&gas, ma riguardano anche le nuove fonti, come dimostrato dall’enorme progetto idroelettrico da quasi 6 miliardi di dollari avviato in Nigeria, Paese ricco di petrolio e gas. L’attenzione rivolta ai settori delle nuove energie rispecchia a sua volta la rapida ascesa della Cina come leader mondiale nel campo delle energie rinnovabili e alternative. Dal 2010 le imprese cinesi stanno penetrando a ritmo sostenuto nei settori delle nuove energie in Africa, avendo constatato che due terzi della popolazione della regione sub-sahariana non ha ancora accesso all’elettricità, nonostante l'enorme potenziale dei settori idroelettrico, solare ed eolico. Al mondo, cinque società su sei attive nell’ambito della produzione di energia solare sono cinesi e queste imprese hanno recentemente ampliato le proprie attività in Africa. Come documentato dal China-Africa Trade Research Centre, le società cinesi operanti nei settori solare, eolico e nucleare hanno partecipato con successo a gare di appalto per la realizzazione di progetti legati alle energie rinnovabili e alternative in Sud Africa, Kenya, Namibia, Etiopia e altri Paesi sub-sahariani. Nell’estate del 2017 a Pechino è stata istituita la China-Africa Renewable Energy Cooperation and Innovation Alliance (CARECIA) nel quadro del progetto OBOR. Dunque, al momento l’Africa non si limita ad essere una fonte di approvvigionamento chiave in termini di energia e di altre risorse per la Cina, ma è anche un mercato energetico in continua espansione, con una popolazione quasi pari a quella cinese. Proprio come i manufatti, i dispositivi elettronici e i servizi di telefonia mobile cinesi sono penetrati nel continente africano, con l’aumento del ritmo dello sviluppo economico e dell’urbanizzazione è prevedibile che anche i prodotti e i servizi energetici cinesi su larga scala entreranno nei mercati africani. Se la situazione sarà gestita bene da entrambe le parti, vi è una possibilità concreta che i crescenti interessi cinesi nei confronti dei settori delle nuove energie in Africa possano promuovere lo sviluppo economico locale, permettendo a molti Paesi di lasciarsi alle spalle l’attuale dipendenza dai combustibili fossili. In questo modo verrebbe garantito al miliardo di abitanti del continente un migliore accesso alle fonti rinnovabili e alternative, realizzando gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima sia in Cina che in Africa. Ma per raggiungere tale fine Pechino deve riflettere attentamente su come operare affinché i propri investimenti energetici portino vantaggi all’occupazione e alle economie locali e non si trasformino in avidi piani volti ad conquistare questo mercato emergente così redditizio.

 

 


 

Wenran Jiang è presidente del Canada-China Energy & Environment Forum e della sua conferenza annuale dal 2004, Senior Fellow dell’Institute of Asian Research presso la University of British Columbia, Global Fellow del Woodrow Wilson International Centre for Scholars e Special Advisor dell’Energy Council, organismo con sede negli Stati Uniti e in Canada.