Leader, politica e decisioni, tra media e piazza

Leader, politica e decisioni, tra media e piazza

Roberto Di Giovan Paolo | Giornalista professionista
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Le decisioni annunciate spesso sembrano fare a pugni con la pratica concreta e molto – troppo – spesso soffrono di eterodossia dei fini

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L’elezione di Donald Trump non è certo la prima di un leader facondo di giudizi ed opinioni dure e, a suo sentire, incontrovertibili; potremmo anzi dire che con lui, e per certi versi Emmanul Macron e Theresa May, il mondo di quelle che una volta venivano designate come "potenze democratiche occidentali" ha raggiunto un pieno confronto di linguaggio pubblico e mediatico, che  il leader russo Putin persegue da tempo, in maniera certamente meno "studiata", ma fortemente legata alla funzione che svolge in un ex Impero in transizione. Appare evidente che il Trump che dice che non implementerà, anzi uscirà dagli accordi di Parigi, è paragonabile alla Brexit cavalcata dalla May come alle  decisioni di nazionalizzare la Stx contro l’accordo con Fincantieri di Macron; e non mancano segnali di tipo simile anche in leader e comunità più piccole e meno significative dal punto di vista dei poteri internazionali. Questo, dal punto di vista mediatico, è facilmente catalogabile come la risposta comunicativa, a volte necessitata, ai molti e diffusi populismi, con negatività e psicodrammi annessi che danno vita ad un linguaggio forte e deciso.

I rischi di una politica degli annunci

Il problema che qui vogliamo affrontare è quanto resterà di queste scelte annunciate. Quante delle decisioni "irrevocabili", lo saranno davvero, nell’arena contemporanea della politica internazionale e dei suoi trattati. Molti di questi annunci, infatti, hanno certamente un impatto che oggi, grazie ai social networks, raggiungono picchi di conoscenza e commento in misura certamente globale; tuttavia, non è detto che siano davvero realizzabili e, comunque, non al prezzo di una semplice dichiarazione. Il che non può non incidere sul livello di gradimento delle leadership. La vicenda Trump-Cop21, in questo senso, è esemplare: l’aveva dichiarato da candidato. Non appena eletto, poi, si è affrettato a ribadire che gli Stati Uniti d’America sarebbero retrocessi "certamente" dall’accordo.

Ma è davvero possibile? E a quali condizioni? Per i trattati internazionali la Convenzione di Vienna del 1969, all’articolo 42, parla piuttosto chiaramente delle possibilità di recesso, rimandando esplicitamente alle cause di risoluzione di ogni singolo accordo. Cosa dice dunque l’intesa Cop21? Che le parti si impegnano a mantenere l’accordo fino al 2020 quando, singolarmente o collettivamente, potranno ridiscutere la propria partecipazione. Ciò significa che Trump potrebbe utilizzare questo argomento soprattutto in vista della prossima campagna presidenziale e sperare in una rielezione per mettersi finalmente al tavolino e ridiscutere la partecipazione degli USA. Fino ad allora non potrà. Situazione che, per la Brexit, parte dagli stessi presupposti legali: il 29 marzo scorso Londra ha invocato il famoso articolo 50 dei Trattati europei che prevede la secessione di uno Stato dall’Unione, con due anni di intenso lavoro comune.

La persona incaricata di confrontarsi con il Regno Unito è il francese Michel Barnier, negoziatore tenace, più volte Commissario UE e ministro nel suo Paese, il quale dovrebbe giungere, entro l’ottobre 2018, ad una bozza di accordo finale. L’intesa dovrà essere successivamente ratificata dal Parlamento europeo, dal Parlamento inglese e di tutti gli altri 27 membri dell’UE, per giungere, a marzo del 2019, ai saluti finali. Ci sarà ancora la May nel 2019?

Il gioco delle parti tra candidati ed elettori

Ed eccoci infine alla “grandeur” che contraddistingue la presidenza della repubblica francese, indipendentemente da chi abita all’Eliseo. Si può dire che, in controtendenza rispetto alla proverbiale pomposità d’oltralpe, Emmanuel Macron abbia giocato, con e nei media, sulla condivisione di sentimenti di timore, economico e sociale, della classe media francese, rivendicando una "marcia" (En  marche) dal basso, che lo ha portato  non solo all’Eliseo ma anche ad ottenere un Parlamento "suo" al 90 percento dopo le ultime elezioni legislative. Ad un inizio, giocato soprattutto in chiave interna, ha fatto seguito una scelta che ci tocca da vicino: la nazionalizzazione dei cantieri navali Stx che Fincantieri si preparava a scalare. Con questo fulmine a ciel sereno, in realtà, Macron si inserisce, a pieno titolo, in una politica di controllo del mercato e di privatizzazioni "alla francese", che sia gollisti che socialisti hanno sempre sottoscritto in nome della potenza statalista (e concorrenza del FN di Marie Le Pen). Anche qui, la mediaticitá prima di tutto.

Ma dal punto di vista realmente decisionale? La nazionalizzazione, che appariva come fatto incontrovertibile, si è rivelato un espediente per "trattare". Tanto è vero che si è giunti in soli due mesi, con una trattativa parallela, ad un accordo 50-50, con prelazione e comando “temporaneo” (12 anni) di  Fincantieri.

Tempi che imporrebbero più prudenza

C’è una morale da trarre da questo piccolo excursus? Non tutto ciò che produce un impatto sui vecchi mezzi di informazione (e sui "nuovi", insieme ai social), sortisce poi l’effetto previsto. Lo sapevamo già. Ma un’epoca di globalizzazione, e di multilateralità anche politica, impone, o meglio, imporrebbe, ai decisori, siano essi politici od economici, una misura e una prudenza impensate forse in passato. Sarebbe interessante eseguire una ricerca per verificare la percentuale di obiettivi raggiunti dai decisori politici, tra quelli esplicitamente dichiarati al di fuori dalle campagne elettorali. Se si esclude il campo della comparazione mediatica, quello che emerge è che la multilateralità prende atto della nostra vita in un mondo complesso e che, in tempi simili, le figure politiche, al di là della provenienza ideologica, tentano di semplificare le risposte offrendo immediato sollievo; si tratti delle rassicurazioni di Putin alla Grande Russia ferita dalla fine della potenza dell’Unione Sovietica o del linguaggio "pane al pane" di Trump per una America "bianca" (White Trash), che si sente "ultima" anche rispetto ai neri poveri colpiti da pregiudizi razziali, ma difesi da Obama. Ad ognuno i propri beniamini. Ma le decisioni annunciate spesso sembrano fare a pugni con la pratica concreta e molto – troppo – spesso soffrono di eterodossia dei fini, il che non garantisce nemmeno la certezza della rielezione, figuriamoci quella degli effetti reali a lungo termine.