Il lato oscuro della crescita

Il lato oscuro della crescita

Vaclav Smil
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I successi della Cina, seppure sorprendenti, hanno risvolti preoccupanti: l'utilizzo massiccio del carbone ha reso il Paese uno dei più inquinanti nel mondo e la nuova economia ha creato disparità di reddito. Il futuro del mondo dipenderà da queste enormi sfide

Nessun Paese ha aumentato il proprio consumo energetico in maniera tanto rapida e globale quanto la Cina a partire dagli anni Novanta. Per comprendere la velocità e la portata di tale progresso è però necessario conoscere almeno parte della sua storia.

L’antica Cina ha attuato due trasformazioni energetiche fondamentali: è stato il primo Paese, duemila anni fa durante la dinastia Han, a utilizzare il carbone da coke, nella produzione di ferro liquido (fuso) per aratri e pentole, e il gas naturale (estratto da pozzi perforati con utensili a percussione e trasportato in canne di bambù), per fare evaporare la salamoia e produrre il sale nella provincia del Sichuan, priva di accesso al mare. La Cina ha mantenuto la propria leadership tecnologica fino al XVIII secolo, quando la sua economia era ancora la più forte al mondo e il suo reddito medio pro capite e il consumo di energia erano paragonabili a quelli dei Paesi più ricchi dell’Europa continentale.

Quando la Cina era un'economia arretrata

La successiva stagnazione economica e i conflitti del XIX secolo (le guerre con la Gran Bretagna e il Giappone, le sommosse interne), il crollo del potere imperiale nel 1911 e i decenni di guerra (civile e contro il Giappone) hanno reso la nuova Cina (la RPC è stata fondata nell’ottobre del 1949) un’economia arretrata con un consumo energetico molto limitato.

Nel 1950 la disponibilità pro capite di energia non superava i 2,5 GJ (Gigajoule, in questo caso l’equivalente di appena 100 kg di carbone) e quasi l’intera popolazione cinese, ad eccezione di una piccola frazione, dipendeva da un approvvigionamento insufficiente di legna e paglia. La produzione annuale di carbone raggiungeva appena i 40 milioni di tonnellate (Mt), quella di petrolio le 200.000 tonnellate e l’estrazione del gas naturale e la produzione di energia idroelettrica erano irrisorie. L’industrializzazione maoista, basata sul modello stalinista, accelerò l’estrazione del carbone: nel 1957, al termine del primo piano quinquennale, la produzione di carbone era quasi quadruplicata. Gli anni successivi di pessima gestione economica, noti come il “Grande balzo in avanti” e la carestia che causarono tra il 1958 e il 1961, seguiti dalla Rivoluzione Culturale del 1966-1976, contribuirono ben poco a migliorare l’accesso individuale all’energia e a incentivare l’abbandono progressivo del carbone. Mao Zedong morì nel 1976, Deng Xiaoping assunse il potere nel dicembre del 1979 e le sue audaci riforme economiche vennero avviate lentamente a partire dal 1980. In quel periodo l’economia cinese era ancora prevalentemente rurale, alle prese con gravi carenze energetiche. Nel 1980, legno, carbone di legna e paglia fornivano non meno del 25 percento dell’energia primaria totale del Paese e coprivano il 70 percento del fabbisogno delle famiglie nelle campagne. Inoltre, 500 milioni di contadini (il 63 percento dell’intera popolazione rurale) dovevano far fronte a gravi carenze di combustibile che si protraevano per mesi. Il carbone (la produzione del 1980 era di circa 600 Mt) forniva il 72 percento di tutta l’energia primaria, mentre la produzione di greggio superava appena i 100 Mt e l’estrazione del gas rimaneva trascurabile.

Nelle zone rurali l’accesso all’energia è migliorato durante gli anni Ottanta, quando l’incremento della produzione delle piccole miniere locali e il ritorno della proprietà privata di piccoli appezzamenti boschivi hanno portato a un aumento dell’offerta energetica, mentre l’adozione in massa di stufe più efficienti ha ridotto le perdite di combustione. Nel 2000, l’utilizzo delle biomasse è sceso al 13 percento di tutta l’energia, ma in termini assoluti ha registrato un picco nel 2006, sfiorando i 200 Mt equivalenti di petrolio. Solamente la successiva impennata del consumo di combustibili fossili ha ridotto il contributo dei biocarburanti tradizionali a meno del 5 percento del totale nel 2015, una percentuale paragonabile a quella americana.

Il ruolo del carbone negli ultimi trent'anni

Il carbone ha sempre dominato l’approvvigionamento energetico della Cina moderna, ma l’impennata dell’attività estrattiva successiva al 1990 non ha precedenti storici. Durante gli anni Novanta, la produzione cinese è cresciuta di circa il 30 percento, ma nel primo decennio del XXI secolo si è registrato un aumento annuale di 2 miliardi di tonnellate (Gigatoni, Gt), per un totale di quasi 3,5 Gt. Nel 2013 la Cina ha stabilito un nuovo record di estrazione, sfiorando i 4 Gt, pari al 48 percento della produzione mondiale di carbone. Non sorprende, dunque, che ancora oggi in Cina circa il 60 percento di energia elettrica sia prodotta dal carbone e che questo picco storico abbia, in larga parte, alimentato l’impennata della produzione agricola cinese e un’espansione delle infrastrutture senza precedenti. Il carbone e gli idrocarburi sono stati utilizzati come combustibile e materia prima per accelerare la sintesi dell’ammoniaca. In effetti, dal 1979 la Cina è leader mondiale nell’utilizzo di fertilizzanti azotati e grazie alla loro applicazione intensiva ora può provvedere al fabbisogno alimentare dei suoi 1,38 miliardi di abitanti e fornire un approvvigionamento alimentare giornaliero medio pro-capite più elevato rispetto al Giappone. Al contempo, la Cina ha ridotto la propria dipendenza dalle importazioni di generi alimentari (ora di circa il 20 percento per i cereali, mentre il Giappone dipende per il 60 percento dalle importazioni).

Il carbone da coke ha consentito alla Cina di diventare il primo produttore mondiale di acciaio con 1,6 Gt/anno pari alla metà della produzione mondiale. La Cina è anche il principale produttore al mondo di cemento con 2,4 Gt nel 2016 su un totale di 4,2 Gt. Questa enorme disponibilità di acciaio e cemento ha permesso di realizzare il più grande progetto di urbanizzazione della storia (la percentuale della popolazione urbana è passata dal 20 percento nel 1980 al 56 percento nel 2015) e di costruire la rete autostradale a più corsie e la rete ferroviaria ad alta velocità più lunghe del mondo. Per capire meglio la portata di questa impresa, basta pensare che la Cina utilizza, ogni tre anni, una quantità di calcestruzzo per le proprie infrastrutture superiore a quella che gli Stati Uniti hanno utilizzato in tutto il XX secolo. La rete autostradale cinese ha raggiunto nel 2015 i 123.000 km, il 60 percento in più di quella degli Stati Uniti a quasi parità di superficie, mentre i collegamenti ferroviari ad alta velocità superano attualmente i 22.000 km.

Ma c’è stato un prezzo da pagare per questi progressi: le risorse di carbone si sono dimostrate una fonte di approvvigionamento certa e incrementabile rapidamente, ma le conseguenze ambientali e sanitarie sono state, come prevedibile, negative. I pericoli iniziano con l’attività estrattiva, prevalentemente in miniere sotterranee. Nel primo decennio del XXI secolo, gli incidenti mortali nelle miniere di carbone sono stati circa 40 volte superiori alla media registrata negli Stati Uniti, dove il carbone viene estratto prevalentemente in miniere a cielo aperto. Nonostante i recenti miglioramenti, gli incidenti mortali per tonnellata di carbone in Cina rimangono superiori di oltre dieci volte rispetto a quelli che si verificano negli Stati Uniti. L’inquinamento atmosferico ha raggiunto livelli senza precedenti nelle grandi città del nord dove, alle emissioni derivate dalla combustione del carbone si sono aggiunte quelle provenienti dai milioni di autovetture vendute di recente (un record di 28 milioni nel 2016, 10 milioni in più degli Stati Uniti).

Un indice di qualità dell’aria (AQI) inferiore a 50 indica che l’aria è pulita, mentre livelli fra 151 e 200 sono generalmente nocivi per la salute. Dal 2010, tuttavia, alcune città cinesi hanno registrato in certe giornate un AQI superiore non solo a 300, ma anche a 500 o addirittura a 700, mentre negli Stati Uniti l’AQI medio degli oltre 600 siti esaminati si aggira attorno a 30. Nel 2006, molto prima del previsto, la Cina è diventata anche il principale responsabile delle emissioni di CO2 derivate da combustibili fossili. Nel 2015 la Cina ne produceva più del doppio del secondo in classifica, gli Stati Uniti, le cui emissioni sono in calo grazie a una significativa virata dal carbone al gas naturale. Occorrerà del tempo perché la Cina riduca la propria dipendenza dal carbone. Nel 1980, il 72 percento dell’approvvigionamento energetico (eccetto i combustibili ricavati dalla biomassa) derivava dal carbone; nel 2015 la percentuale era ancora al 64 percento, mentre la produzione interna è leggermente diminuita dopo avere raggiunto un livello record nel 2013. Tuttavia, se da una parte i piani prevedono di ridurre le estrazioni di carbone di 800 Mt entro il 2020 (principalmente chiudendo le miniere obsolete), il consumo di carbone dovrebbe aumentare a 4,1 Gt entro la stessa data.

Seguendo l'esempio americano

La crescita dell’estrazione di petrolio greggio, seppure ancora limitata (da 106 Mt nel 1980 a 162 Mt nel 2000) ha permesso alla Cina di essere un piccolo esportatore fino al 1994, grazie alla domanda contenuta di combustibili raffinati, dovuta all’assenza di auto private e a un’industria chimica basata principalmente sul carbone. L’aumento della domanda ha determinato maggiori importazioni: nel 2004 superavano i 100 Mt e nel 2016 erano di circa 380 Mt, solo il 3 percento in meno della quantità importata dagli Stati Uniti. La maggiore dipendenza dalle importazioni ha portato la Cina a seguire l’esempio americano e a creare una grande riserva strategica di petrolio. Tuttavia, l’aumento contemporaneo della produzione e delle importazioni non ha potuto impedire un leggero calo della quota di greggio nell’approvvigionamento di energia primaria: dal picco del 22 percento registrato all’inizio del XXI secolo si è scesi al 18 percento circa nel 2015.  Nel corso degli anni Novanta la produzione di gas naturale, partita da un livello basso, era quasi quadruplicata, ma nel 2015 la sua quota nell’approvvigionamento di energia primaria ha raggiunto solo il 6 percento, il doppio del livello del 1980.

La quota di carbone, nell’approvvigionamento di energia primaria, dovrebbe diminuire in conseguenza di un aumento della produzione interna di petrolio e dei programmi mirati a rendere il gas naturale una componente fondamentale dell’approvvigionamento energetico complessivo. Una nuova stima delle risorse potenziali di gas effettuata nel 2016 ha aumentato il totale stimato precedentemente di quasi il 160 percento: la quota di questo combustibile dovrebbe rappresentare il 10 percento dell’approvvigionamento di energia primaria nel 2020 e i livelli di estrazione del 2015 dovrebbero triplicare entro il 2030. Come altri Paesi dell’Est asiatico, dal 2016 la Cina è diventata uno dei maggiori importatori di LNG da Australia, Indonesia e Qatar. Tre gasdotti paralleli portano già il gas naturale da Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakistan alla regione del Xinjiang e nel 2014 è stato firmato un accordo a lungo termine con la Russia per importare gas naturale dalla Siberia orientale (giacimento di Chayanda in Sacha) e da Kovykta (a ovest del lago Bajkal) a partire dal 2018.

Oltre a incentivare l’estrazione del carbone, dopo gli anni Ottanta la Cina si è lanciata in uno sviluppo da record della produzione di energia idroelettrica: il suo potenziale è il più elevato del mondo. La produzione di energia idroelettrica è più che triplicata tra il 2000 e il 2010, il decennio che ha visto realizzarsi il colossale progetto della Diga delle Tre Gole (22,5 GW) sul Fiume Azzurro, collegata alle centrali sulla costa tramite trasmissione di corrente continua ad altissima tensione (± 500 kV). Altri imponenti progetti sono in corso o in fase di programmazione, a conferma che l’energia idroelettrica continuerà ad essere molto più importante di quella nucleare, con gli attuali 37 reattori attivi e i 20 in costruzione. Dati i livelli elevati di inquinamento atmosferico e le emissioni di gas serra (al CO2 si aggiungono il CH4 derivato dalla produzione di riso e l’N2O dai fertilizzanti azotati), non sorprende che la Cina abbia incentivato l’energia eolica e fotovoltaica. La loro quota nel 2016 superava quella dell’energia nucleare, ma era pari solo a circa un quarto della produzione di energia idroelettrica, più facilmente programmabile. A ciò si aggiunge il fatto che i sussidi e la fretta messi nella costruzione di nuove centrali hanno prodotto una capacità di carico inferiore: nel 2016 l’energia fotovoltaica prodotta in Cina aveva in generale un fattore di carico che si aggirava attorno al 10 percento.

Un Paese relativamente ricco

Tutti gli aggregati economici della Cina successivi al 1980 sono sorprendenti: dal 2009 il Paese è il più grande consumatore di energia al mondo e, quando il raffronto viene fatto in termini di parità di potere d’acquisto, è anche la più grande potenza economica mondiale (prima di UE e USA). Tuttavia, in termini relativi, il Paese è ancora lungi dall’essere ricco e appartiene chiaramente alle economie a medio reddito. In termini pro capite, in effetti, la Cina si posizionava solo al 79mo posto nel 2016, appena sopra il Brasile e dietro la Thailandia, rispetto al PIL pro capite italiano superiore di 2,5 volte e a quello tedesco superiore di 3 volte. L’aumento del consumo annuale pro capite di energia primaria è stato impressionante, passando da circa 25 GJ nel 1980 a quasi 40 GJ nel 2000, fino a 95 GJ (circa 2,25 tonnellate equivalenti di petrolio) nel 2015. Quest’ultimo dato è paragonabile alla media spagnola nel 1990 o a quella francese a metà anni Sessanta.

La ripartizione dei consumi energetici in Cina è molto diversa da quella che si riscontra di norma nell’UE e in Nord America. Il consumo energetico cinese è in effetti fortemente asimmetrico: secondo l’Ufficio di Statistica cinese, nel 2015, quasi il 70 percento del totale era dovuto alla produzione industriale. Questo dato non sorprende, vista l’enorme produzione di materiali infrastrutturali: la Cina è il più grande produttore mondiale di metalli di base, cemento, mattoni, vetro e materiali sintetici. Inoltre, a partire dagli anni Novanta Pechino è diventata “l’officina del mondo”, il principale esportatore di macchinari industriali e da trasporto (dalle grandi navi alle biciclette) e di un’enorme quantità di beni di consumo (dall’abbigliamento agli utensili per la cucina, a mobili e smartphone). Sempre nel 2015, solo il 10 percento circa del consumo energetico totale era dovuto ai trasporti e il 12 percento al consumo domestico, l’equivalente annuale di appena 10 GJ circa pro capite.

È importante considerare queste percentuali di fronte alle immagini delle moderne città cinesi (il Paese è il primo per numero di grattacieli) e quando si osserva il consumo esibizionistico da parte dei nuovi ricchi cinesi, in patria o all’estero. Lo sviluppo economico successivo al 1980 ha fatto uscire circa 500 milioni di persone dalla povertà (come definita dalla Banca Mondiale), un altro risultato senza precedenti. Tuttavia, persiste un notevole divario tra zone urbane e zone rurali (nel 2015 il 44 percento della popolazione era ancora rurale) e le nuove opportunità economiche hanno portato ad un incremento della disparità tra i redditi e ad elevati livelli di corruzione. La corruzione rappresenta oggi una delle principali preoccupazioni del governo: la classifica mondiale di Transparency International vede la Cina al 79mo posto al pari dell’India, con la Danimarca capofila e la Somalia fanalino di coda. L’ascesa della Cina non sarebbe potuta avvenire senza le centinaia di milioni di migranti che hanno abbandonato le proprie famiglie nei villaggi per vivere in condizioni spesso penose, mentre costruiscono le nuove città. Nel 2015 questa “popolazione galleggiante” (termine ufficiale cinese) ha raggiunto i 250 milioni di persone e sicuramente nessuno di loro può permettersi proprietà sulla costa all’estero o auto e quadri dai prezzi esorbitanti. Come per qualsiasi valutazione storica, osservando più da vicino si nota che straordinari successi hanno risvolti preoccupanti. Il carbone ha alimentato la crescita economica della Cina, ma il suo utilizzo ha comportato un prezzo molto elevato per l’ambiente e reso il Paese il più grande responsabile delle emissioni di gas serra. L’incremento del consumo energetico ha portato alla nascita di una nuova economia che ha permesso a milioni di cinesi di riscattarsi dai decenni della miseria maoista, ma le disparità di reddito prima inimmaginabili, e la corruzione presente a tutti i livelli, stanno intaccando le fondamenta sociali del Paese. Data l’importanza della Cina nell’economia globale e, ora, anche nel contesto geopolitico, il futuro del mondo dipenderà, e non in modo marginale, da come la Cina riuscirà ad affrontare queste enormi sfide.

 

 


 

Vaclav Smil è professore emerito presso l’Università di Manitoba, Winnipeg, Canada. Ha pubblicato 37 libri con particolare attenzione agli studi interdisciplinari dei progressi energetici e tecnici. È socio della Società Reale del Canada (Royal Society of Canada), membro dell’Ordine del Canada (Order of Canada). Nel 2015 ha ricevuto il premio OPEC per la ricerca.