La via cinese della liberalizzazione energetica

La via cinese della liberalizzazione energetica

Elenoire Laudieri di Biase
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Nuove esigenze di crescita hanno incoraggiato il gigante asiatico ad avviare un processo di riforme anche in campo energetico che potrebbero a breve consentire l'accesso di compagnie straniere soprattutto nell'ambito della produzione e distribuzione di gas

Come previsto, il recente congresso del Partito Comunista Cinese ha riconfermato Xi Jinping nel ruolo di capo supremo del partito e della nazione, convalidando la linea politica riformista sul piano interno, e di crescente rilevanza su quello internazionale, che ha contrassegnato l’azione del suo governo da quando è salito al potere cinque anni or sono. La Cina di Xi Jinping è una nazione quanto mai sicura di sé e dell’enorme peso che esercita sull’economia globale, pur nella consapevolezza della complessità delle sfide che ancora l’attendono, specie in relazione all’intento, sin qui solo parzialmente riuscito, di coniugare un sistema politico fondato su uno statalismo monopartitico con i dettami dell’economia di mercato. Dal 1978, anno della svolta capitalistica impressa da Deng Xiaoping all’economia cinese, il Pil della Cina ha avuto un incremento vertiginoso, salendo da una quota annua di 147,3 miliardi di dollari a 11,2 trilioni di dollari (2016). Il ritmo di crescita, per lungo tempo mantenutosi sopra percentuali a due cifre, è diminuito negli ultimi anni assestandosi tra il 6 e 7 per cento, restando significativamente superiore all’aumento registrato dai paesi avanzati dell’Occidente, Stati Uniti inclusi. La grande industria cinese, ancora in massima parte controllata dallo stato, è andata espandendosi fino a raggiungere livelli di sovrapproduzione dovuti alla crisi finanziaria globale. Il costante aumento dei consumi interni ha, in buona parte, compensato gli effetti negativi sul Pil causati dal ridotto volume delle esportazioni.

Un'energia che punta sempre più sul gas

Tuttavia, a lato di un quadro economico generale che continua a rivelarsi solido, la Cina si trova di fronte alla necessità inderogabile di dare nuovo impulso ad una politica riformista che ampli il libero mercato soprattutto in settori fortemente dominati da aziende pubbliche. Questo è il caso del settore energetico che è attualmente sotto il controllo, pressoché totale, di tre colossi statali: la China National Petroleum Corp. (CNPC), la China Petroleum & Chemical Corp. (Sinopec), e la China National Offshore Oil Corp. (CNOOC). Nel periodo della grande espansione industriale, il grosso delle loro attività si è concentrato nella ricerca, produzione ed importazione di petrolio e minerali per l’industria, ma nell’ultimo decennio, per motivi legati al problema dell’inquinamento atmosferico e all’adesione della Cina al trattato internazionale sul cambiamento climatico, è stato spinto l’acceleratore sull’utilizzo di gas naturale e gas naturale liquefatto, così che la Cina è diventata il terzo più grosso consumatore di gas su scala mondiale. Il consumo è attualmente di 180 miliardi di metri cubi all’anno ed è previsto che salirà a circa 600 miliardi entro i prossimi trent’anni, ma per soddisfare una tale domanda la Cina ha bisogno di liberalizzare concretamente il mercato del gas aprendo le porte alle industrie private estere e alla libera concorrenza soprattutto tra i distributori.

Un oligopolio che sta per essere infranto

Attualmente il 75 per cento del gas naturale è prodotto dalla CNPC che possiede quasi l’intera rete di gasdotti. La CNOOC fu la prima azienda ad importare gas naturale liquefatto ed è verosimilmente destinata a rimanerne la maggiore importatrice per lungo tempo a venire. Il governo ha gradualmente acconsentito all’ingresso di investimenti privati in queste aziende ma lo stato resta proprietario della quota maggioritaria del capitale azionario. Altre medie e piccole aziende operano nel settore ma hanno un accesso molto limitato al mercato del gas e sono fornitrici di un numero ristretto di utenti o costrette a vendere la loro produzione alla CNPC. L’importazione di gas naturale liquefatto tuttavia non ha restrizioni. Il settore "downstream" vede impegnati una varietà di distributori locali che, in genere, ricevono il gas nelle immediate vicinanze dei centri urbani tramite i gasdotti della CNPC e non hanno diretto accesso alle fonti di produzione. Questi distributori sono sotto l’assedio delle tre grandi aziende che stanno cercando di assumerne il controllo, riducendo così quel poco di concorrenza che riescono ad esercitare. Nel complesso, dunque, l’attuale situazione è tutt’altro che consona al libero mercato per raggiungere il quale occorre un più ampio numero di operatori privati e una più ampia concorrenza specie nella distribuzione del gas. L’esperienza dei paesi membri della IEA, l’Agenzia Internazionale dell’Energia, mostra che nei mercati dominati da una o poche aziende produttrici, è necessario che vi sia completa apertura a livello "downstream" in modo da stimolare l’ingresso nel mercato di più operatori e la concorrenzialità su prezzi e servizi. L’esperienza negli Stati Uniti dimostra come la riforma che nel 1985 sancì la liberalizzazione e il libero accesso ai gasdotti sia stata determinante per la creazione di un mercato del gas altamente competitivo.

Progetti di riforma per sbloccare il mercato energetico

Il governo e il partito comunista cinese (PCC) cui il governo fa capo, sono coscienti di ciò e, dopo una lunga incubazione, hanno rotto ogni indugio dando via libera ad un progetto di riforma finalizzato a sbloccare il mercato energetico. Una direttiva emanata il 21 maggio scorso dal Consiglio di Stato (principale organo amministrativo della Cina) e dal Comitato Centrale del PCC elenca una serie di misure "atte a dare al mercato un ruolo decisivo nell’industria [energetica]". Cardine della direttiva è il bisogno di attrarre investimenti privati nelle tre aziende statali sopra menzionate e di liberalizzare la distribuzione. Secondo quanto comunicato dall’agenzia stampa statale Xinhua, il mercato "deve svolgere un ruolo decisivo nella distribuzione delle risorse e il governo deve agire con maggiore incisività nell’assicurare i fabbisogni energetici della nazione, dare impulso alla produttività e venire incontro ai bisogni della gente". Indicazioni più dettagliate sulla riforma sono attese nei prossimi mesi ma è chiaro che per essere incisiva essa dovrà prevedere una ristrutturazione, socialmente dolorosa, delle tre grandi aziende energetiche statali la cui gestione ed efficienza operativa sono oltremodo appesantite da un esercito di dipendenti in buona parte assunti per dare manforte alla politica sociale del governo imperniata sull’occupazione. C’è poi la questione relativa alla cosiddetta "proprietà mista" promossa negli anni passati, la quale concede a investitori privati di acquisire interessi in aziende industriali statali purché il loro controllo rimanga in mano pubblica. Gli investimenti sono risultati di modesta entità e hanno pertanto avuto scarso effetto nel migliorare la prestazione economica delle aziende compartecipate.

Una trasformazione in attesa di risultati concreti

Resta, dunque, da vedere se la Cina di Xi Jinping saprà passare dalle parole ai fatti mentre non vi è alcun dubbio che c’è un serio impegno a ridurre l’utilizzo del petrolio e del carbone a fini energetici e aumentare sempre più quello del gas naturale. Una trasformazione del mercato dell’energia è chiaramente già in atto, tanto è vero che, nella sua prima visita ufficiale in Cina, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha colto la palla al balzo proponendo grosse forniture di gas liquido che, oltre ad andare incontro alle mutate necessità energetiche, riequilibrerebbe in parte l’enorme disavanzo sofferto dagli Stati Uniti nella bilancia commerciale con la Cina. In questo quadro rientra un’iniziativa intrapresa due mesi fa dall’Eni allorché ha stipulato un accordo di collaborazione con la CNPC. Il colosso energetico italiano non ha perso l’occasione di inserirsi tempestivamente nel processo di riforma cinese dichiarandosi pronto a operare con la CNPC in vari campi tra cui la ricerca e produzione di gas naturale. L’Eni, che ha una sede a Pechino, ha già altri rapporti di collaborazione con la CNPC fra cui la  compartecipazione al grande progetto per l’estrazione e liquefazione di gas nell’offshore del Mozambico, denominato Coral South LNG.

 

 


Elenoire Laudieri di Biase è Sinologist, Foreign Affairs Writer, Chief Analyst presso la Nato defense college Foundation, redattore capo di Segmento Magazine, Australia.