Israele al voto, il destino di Netanyahu legato al falco Liberman

Israele al voto, il destino di Netanyahu legato al falco Liberman

Monica Mazza
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Per la prima in 71 anni di storia lo Stato ebraico torna a voto dopo cinque mesi per eleggere i membri del parlamento. Su Netanyahu il peso dei due partiti rivali

Il prossimo 17 settembre circa 4,33 milioni di israeliani si recheranno alle urne che decreteranno i membri della ventiduesima legislatura della Knesset, il parlamento. Si tratta della prima volta nei 71 anni della storia dello Stato ebraico che gli elettori andranno al voto nell’arco di soli cinque mesi. Dopo le elezioni anticipate dello scorso 9 aprile, infatti, il premier incaricato e capo dell’esecutivo uscente, Benjamin Netanyahu, non è riuscito a formare la squadra di governo per le divergenze tra i due partiti alleati del Likud, il partito di Netanyahu: da un lato l’insieme dei partiti ortodossi; dall’altro il partito Yisrael Beiteinu dell’ex ministro della Difesa, Avigdor Liberman. A pochi giorni dal giorno delle elezioni, il ruolo di Liberman peserà non poco sulla formazione del nuovo esecutivo. Anzi, secondo i sondaggi Yisrael Beiteinu potrebbe essere addirittura l’ago della bilancia in favore dell’outsider Benny Gantz, leader della della coalizione Kahol Lavan.

 

Rivali in campo

A far saltare il tavolo la scorsa primavera era stata la divergenza di opinione tra i due potenziali alleati del Likud - Yisrael Beiteinu da una parte e la coalizione degli ultraortodossi dall’altra - sul servizio di leva obbligatorio per gli ebrei ultraortodossi (haredi). Netanyahu, non potendo contare sui seggi di Liberman, non era riuscito a creare una coalizione di maggioranza, seppur risicata. Sul versante politico opposto, l’outsider Benny Gantz, ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa, alla guida della coalizione Kahol Lavan (Blu e Bianco), pur avendo ottenuto soltanto circa 15 mila voti in meno del Likud, si era aggiudicato 35 seggi. Uno scarto di misura che aveva portato il capo dello Stato, Reuven Rivlin, ad affidare l’incarico per la formazione del governo a Netanyahu. I sondaggi delle ultime settimane vedono un testa a testa del Likud e di Kahol Lavan, che otterrebbero 31 seggi ciascuno. Tra gli altri sette partiti contemplati nell’ultimo sondaggio pubblicato dal quotidiano “Haaretz” spicca l’incremento delle preferenze del partito di Liberman, che passerebbe da cinque a 10,5 seggi.

 

Alla conquista di elettori difficili

Tenendo conto della campagna elettorale condotta da Gantz, che non è riuscito a capitalizzare il consenso e dell’accordo tra l’ex generale e Liberman per sommare i rispettivi voti di scarto ed avere eventualmente un seggio in più, il leader di Yisrael Beitenu sembra essere ancora una volta decisivo per gli equilibri politici di Israele. A tutto ciò si aggiungono anche i recenti fatti avvenuti lungo la linea di demarcazione con il Libano, oltre alla situazione sempre tesa con la Striscia di Gaza. Sull’elettorato peserà la percezione della sicurezza. Gli elettori saranno influenzati e potranno scegliere tra chi sostiene una linea dura, come il falco Liberman, e chi, come Netanyahu, ha finora scelto la via della diplomazia e della deterrenza.

Secondo il precedente ambasciatore d’Israele in Italia, Ofer Sachs, questa volta tutti i partiti adotteranno un approccio più pragmatico. La mancata formazione dell’esecutivo, ovviamente, incide sulla capacità del paese di prendere decisioni per il futuro. Tra queste, oltre alla gestione della sicurezza, anche il ruolo della componente ultraortodossa. Gli ultraortodossi stanno crescendo, ha dichiarato Sachs, e “come società dobbiamo trovare un modo per farli diventare una parte forte della catena produttiva israeliana”. “Abbiamo bisogno che siano più coinvolti nel lavoro, nelle attività accademiche”, al pari delle donne della comunità araba. “E’ una grande sfida, ma se non la risolviamo sarà un problema per l’economia semplicemente perché c’è bisogno di gente che lavori. Anche il ruolo delle donne delle comunità arabe e gli uomini ortodossi devono svolgere un ruolo nella forza lavoro altrimenti sarà difficile mantenere i dati economici di crescita del passato”.

Nel 2017, la comunità haredi ha superato il milione di abitanti, circa il 12 per cento della popolazione, che secondo le stime raggiungerà il 20 per cento nel 2040. Sebbene i dati positivi dell’economia del paese sin dalla metà degli anni 2000, con una crescita media del 3,7 per cento, l’ultimo rapporto il Fondo monetario internazionale raccomanda la necessità di innescare una produttività per sostenere gli incrementi nel reddito delle famiglie della “start-up nation”. Un altro dato che influenzerà il risultato del voto sarà l’affluenza alle urne che differisce nelle diverse comunità. Per esempio, nel 2015 gli arabi che si sono recati alle urne sono stati il 64 per cento degli aventi diritto, mentre ad aprile sono stati soltanto il 49 per cento. Tuttavia, la ricostituzione dell’alleanza dei partiti arabi potrebbe far aumentare la partecipazione degli arabo-israeliani. Inoltre, il voto degli arabi che costituiscono circa il 23 per cento della popolazione potrebbe andare a beneficio di Gantz.

La Lista comune, una coalizione politica formata da partiti che rappresentano gli arabo-israeliani, secondo i sondaggi otterrà tra i dieci e gli undici seggi ed è disposta a prender parte a un governo di centrosinistra nello Stato ebraico. L'apertura della Lista alla possibilità di formare una coalizione con partiti non arabi segna un punto di svolta nella prassi politica adottata finora dal gruppo. Il leader della Lista, Ayman Odeh, non ha escluso che un possibile partner di governo possa essere la coalizione di centro Kahol Lavan, guidata da Gantz. "Se vediamo che esiste una direzione comune - ha detto il capo della Lista - prenderemo seriamente in considerazione l'idea di unirci a lui".

 

Nodi da districare

Uno dei nodi delle prossime elezioni sarà il voto della comunità russofona, che nel 2017 era di 1,5 milioni di israeliani su un totale di 8.700.000 abitanti, circa il 17,25 per cento della popolazione. Per troppo tempo, evidenzia la stampa israeliana, il Likud ha affidato le risposte alle necessità della comunità russofona al partito di Liberman. Adesso Netanyahu sta cercando di attrarre i loro voti, parlando delle pensioni e incontrando i leader dei paesi dell’ex Unione sovietica e non è escluso che prima delle elezioni incontri il presidente russo, Vladimir Putin.

Nei risicati equilibri per la maggioranza all’interno della Knesset peseranno anche i voti andati ad aprile al partito Kulanu del ministro delle Finanze Moshe Kahlon, che aveva ottenuto quattro seggi. In cambio della riconferma come titolare del dicastero nel futuro governo, Kahlon ha deciso di non presentarsi alle elezioni del 17 settembre. Tuttavia, molti degli elettori del partito Kulanu non voteranno per il Likud finché Netanyahu resterà leader. Secondo i sondaggi, potrebbero votare per Yisrael Beiteinu, Kahol Lavan, Coalizione Labour-Gesher e Yamina, unico partito della coalizione di Netanyahu. Un’altra incognita rimane la partecipazione alle elezioni del partito di estrema destra Otzama Yehudit, che secondo i sondaggi non supererebbe la soglia di sbarramento. Negli ultimi giorni, Netanyahu avrebbe cercato di persuadere il partito a non prendere parte alle elezioni, garantendogli un ruolo nell’eventuale futuro governo a guida Likud, evitando di disperdere voti.

Gli scenari possibili sono molteplici e l’estio del voto è ancora incerto. Non si può escludere la possibilità che Israele possa anche cambiare leadership dopo 13 anni (non continuativi) di era Netanyahu, il primo ministro più longevo di sempre dello Stato ebraico: meglio di lui hanno fatto solo il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Rimane peraltro il nodo di una possibile condanna di Netanyahu per corruzione. Il capo del governo uscente è infatti coinvolto in tre distinti casi su cui il procuratore generale si pronuncerà poco dopo le elezioni. Un’altra possibilità tutt’altro che remota è la guida del governo affidata a Gantz con un ruolo di primo giocato dal “falco” Liberman, conosciuto per la sua linea dura nei confronti di Hamas e Hezbollah.