Iraq: i rischi economici e politici del referendum in Kurdistan

Iraq: i rischi economici e politici del referendum in Kurdistan

Giorgia Lamaro
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Dopo il largo consenso ottenuto, il voto sull'indipendenza curda non tarda ad innestare le sue ripercussioni. Si freddano i rapporti internazionali, soprattutto con la Turchia e i Paesi vicini, dove vivono milioni di curdi, traggono ognuno le loro conclusioni

Come ampiamente previsto, la stragrande maggioranza dei cittadini della regione autonoma del Kurdistan iracheno ha votato lunedì 24 settembre a favore dell’indipendenza da Baghdad, in un referendum che, oltre ad avere un altissimo valore simbolico, apre diverse questioni sul futuro di tutta l’area. Secondo i risultati preliminari del voto, il 92,73 per cento di chi si è recato alle urne si è espresso a favore dell’indipendenza, ovvero circa 2,861 milioni di persone.  I dati forniti dalla Commissione elettorale di Erbil includono anche i voti online espressi dai curdi iracheni che risiedono fuori dall’Iraq e quelli dei votanti nelle zone contese (con Baghdad) di Sinjar, nella provincia di Ninive, e Kirkuk. Handren Mohammed, capo della commissione elettorale di Erbil, ha detto alla stampa che il processo di voto si è svolto "con successo" e gli osservatori internazionali non hanno riscontrato alcuna violazione. L'affluenza alle urne è stata del 72 per cento. I risultati finali dovranno essere approvati dalla Corte d'appello curda, ma il presidente della regione autonoma, Masoud Barzani, ha già proclamato la vittoria a poche ore dal voto, senza nemmeno aspettare la comunicazione ufficiale della commissione elettorale. Barzani ha ricordato nelle sue dichiarazioni le persecuzioni subite dal popolo curdo in Iraq durante il regime di Saddam Hussein e ha lanciato un messaggio di apertura al governo federale e ai paesi vicini, invitando tutti alla calma e al dialogo.

Ripercussioni geopolitiche e nel settore energetico

Il referendum che si è svolto lunedì ha un valore consultivo, non è riconosciuto dal governo né dal parlamento iracheno ed è stato fortemente contestato da Turchia, Iran e Stati Uniti. Le conseguenze sui futuri rapporti della ricca regione petrolifera del Kurdistan con Baghdad e i paesi vicini sono però ancora imprevedibili. Un dato certo è che il prezzo del petrolio nei giorni successivi alla consultazione popolare è aumentato, come effetto delle preoccupazioni relative alla situazione del Kurdistan, con un picco di 59 dollari al barile per il Brent il 26 settembre e di 52 dollari per il Wti. Alcune della compagnie straniere che lavorano in Kurdistan invece hanno deciso di rafforzare le misure di sicurezza negli impianti petroliferi. Gazprom Neft Middle East, una divisione di Gazprom Neft attiva nella regione, ha annunciato di aver aumentato le misure di sicurezza nei suoi impianti. Il direttore generale di Gazprom Neft Middle East, Sergej Petrov, ha annunciato che tutte le unità del gruppo operano nel regime “di maggiore sicurezza e sono pronte a qualsiasi situazione". Petrov ha inoltre ricordato che nel 2014, al culmine della minaccia dello Stato islamico nella regione, la società trasferì tutti i suoi dipendenti dall’Iraq settentrionale. Al di là delle preoccupazioni relative alla sicurezza degli impianti petroliferi, ciò che però desta grande inquietudine è la posizione assunta dal governo turco che, pur se ai ferri corti con la folta comunità curda del Paese, fino a pochi mesi fa ha intrattenuto stretti rapporti economici con Erbil. Prima del referendum, il capo dello Stato turco, Recep Tayyip Erdogan, ha minacciato di chiudere l'oleodotto Kirkuk-Ceyhan che trasporta il petrolio prodotto dai giacimenti petroliferi situati nella regione autonoma del Kurdistan iracheno verso la Turchia e i mercati europei. Dopo il voto, invece, il premier Binali Yildirim, al termine di un colloquio telefonico con il premier iracheno, Haider al Abadi, ha fatto sapere che ora la Turchia intende trattare soltanto con le autorità federali di Baghdad per le esportazioni petrolifere. Yildirim però non ha chiarito come la Turchia intende affrontare la questione, dato che dall’oleodotto Kirkuk-Ceyhan transitano ogni giorno più di 500 mila barili di petrolio, provenienti sia dai campi petroliferi del Kurdistan che da quelli della regione di Kirkuk. Dopo l’avanzata dello Stato islamico nel nord dell’Iraq nel 2014, infatti, gran parte dei siti petroliferi dell’area di Kirkuk sono passati sotto il controllo delle autorità curde e delle forze Peshmerga. Per la Turchia, che dipende per quasi tre quarti del suo fabbisogno energetico dalle importazioni, non sarà facile rinunciare ai suoi accordi con Erbil.

La posizione di Iraq, Iran e Siria

Nel frattempo, li premier iracheno Abadi ha adottato una delle prime “contromisure” nei confronti della regione autonoma del Kurdistan, ordinando la sospensione di tutti i voli stranieri da e per Erbil. I vettori regionali, compresi Turkish Airlines, Egyptair e la Middle East Airlines di Libano avevano già annunciato che avrebbero sospeso i loro voli verso il Kurdistan iracheno. Parlando ai media internazionali, il direttore dell'aeroporto di Erbil, Talar Faiq Salih, ha criticato la misura imposta di Baghdad che avrebbe effetti sulla campagna militare contro lo Stato islamico sia nel Paese che nella vicina Siria, oltre a rendere più difficile l’invio di aiuti per gli sfollati. L’Iran, da parte sua, aveva annunciato già domenica 25 settembre di aver chiuso lo spazio aereo da e verso la regione del Kurdistan iracheno, in seguito al fallimento delle iniziative diplomatiche volte ad annullare il referendum. In Iran vivono tra i 4 e i 7 milioni di curdi per la maggior parte sunniti, concentrati nelle province del Kordestan, Azerbaigian occidentale, Ilam e Khermanshah. La teocrazia sciita di Teheran è sempre stata diffidente verso le minoranze. La lingua curda non viene insegnata nelle scuole e i curdi sunniti si sentono discriminati per motivi religiosi. E’ quindi comprensibile che il voto dei curdi iracheni possa creare qualche inquietudine anche nel paese vicino. Una reazione inattesa è arrivata invece dalla Siria, dove i curdi lo scorso anno hanno creato una loro regione “autonoma”, chiamata Federazione democratica del Nord della Siria. Il ministro degli Esteri di Damasco, Walid al Muallem, ha detto che il governo è pronto a discutere di "autonomia" per la regione curda del paese. "I curdi siriani vogliono l'autonomia all'interno dei confini statali", ha detto al Muallem dopo il referendum in Iraq, sottolineando come si tratti di una questione “negoziabile su cui si può aprire un dialogo”, una volta sconfitto lo Stato islamico. In Siria come in Iraq i combattenti curdi hanno svolto un ruolo determinante nella guerra al gruppo jihadista e non vogliono perdere questa opportunità storica per rivendicare le loro istanze.