Un'intesa ancora in bilico
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Gli ultimi interventi del presidente statunitense Trump fanno presagire un cambio di rotta di Washington nei confronti dell'accordo nucleare con l'Iran, avallato anche da un irrigidimento di Parigi che chiede più garanzie. Si attende adesso la scadenza del 15 ottobre quando la comunità internazionale verificherà il rispetto dell'accordo da parte di Teheran

L’escalation militare tra Corea del Nord e Stati Uniti sta coinvolgendo anche il programma nucleare iraniano. Entro il 15 ottobre, il presidente americano Donald Trump dovrà certificare o meno al Congresso degli Stati Uniti il rispetto dei termini dell’intesa di Vienna da parte di Teheran. Finora non è stata annunciata alcuna decisione definitiva da parte di Washington, sebbene Trump abbia assicurato di avere già definito la sua volontà. Gli Usa, già lo scorso agosto, avevano approvato nuove sanzioni mirate contro Teheran che si sono aggiunte al pacchetto di misure votato dal Congresso nel gennaio 2017. Se Trump non dovesse certificare il rispetto dell’accordo di Vienna, il Congresso Usa avrà sessanta giorni per imporre nuove sanzioni contro Teheran. La vera novità delle ultime settimane è che anche il presidente francese, Emmanuel Macron, si è detto favorevole all’approvazione di nuove misure "in relazione all’instabilità della regione". La Francia è stata tra i primi Paesi europei, insieme a Germania e Italia, a tornare in grande stile ad investire in Iran dopo l’intesa raggiunta a Vienna nel 2015.

L'escalation balistica dell'Iran

In risposta alla possibilità che i P5+1 (Paesi del Consiglio di Sicurezza Onu e Germania) mettano in discussione l’intesa di Vienna, Teheran ha fatto passi avanti con il suo programma balistico. Lo scorso 22 settembre, le autorità iraniane hanno annunciato di aver testato un nuovo missile balistico a medio raggio. Il lancio del missile Khoramshahr (non è certo quando sia avvenuto), che può colpire un obiettivo fino a 2.000 chilometri di distanza, è stato mostrato dalla televisione di Stato iraniana. Si è trattato di un chiaro messaggio da parte dell’establishment post-rivoluzionario iraniano e del presidente Hassan Rohani che ha messo al centro della sua politica estera il rispetto dell’intesa di Vienna. Già la scorsa estate, il presidente moderato, rieletto a maggio per il suo secondo mandato, aveva assicurato che in caso di mancato rispetto degli accordi di Vienna, Teheran avrebbe ripreso la sua attività di arricchimento dell’uranio in poche ore. In linea generale, l’accordo di Vienna con la comunità internazionale non impedirebbe all’Iran di lavorare al suo programma balistico mentre sono vietati test che includano l’uso di testate nucleari. Si tratta quindi di manovre di avvertimento da parte iraniana in vista di una possibile decisione di non certificare il rispetto dell’intesa da parte di Washington.

Il discorso di Trump alle Nazioni Unite

L’intervento del presidente Donald Trump dello scorso 19 settembre alle Nazioni Unite ha fatto presagire una possibile nuova escalation nelle relazioni bilaterali con l’Iran. Se l’Unione europea, attraverso le parole dell’Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, ha confermato l’intenzione di Bruxelles di proseguire con il bando delle sanzioni contro Teheran, l’amministrazione USA sta andando su tutt’altra strada. Per un verso, l’Iran è stato inserito nella terza versione del così detto Muslim Ban, ovvero la norma che impedisce temporaneamente ai cittadini di otto Paesi (Yemen, Libia, Somalia, Siria e Iran, a cui si sono aggiunti Corea del Nord, Venezuela, Chad) di poter ottenere un visto. Dall’altra, nel suo discorso di fronte all’Assemblea Generale dell’Onu, Trump ha incluso l’Iran in un "piccolo gruppo di stati arroganti", definendo il governo di Teheran portatore di "morte e distruzione". Nella stessa occasione, il presidente USA ha definito poi l’intesa di Vienna con l’Iran "imbarazzante" per gli Stati Uniti. Non solo, molti esponenti repubblicani continuano ad accusare Teheran, che ha subìto un attacco da parte dei jihadisti dello Stato islamico lo scorso giugno, di sostenere il terrorismo internazionale. La reazione del presidente iraniano non si è fatta attendere. Rohani si è riferito al presidente Trump come "l’arrogante ultimo arrivato della politica internazionale" e ha deplorato le parole del presidente USA come "retorica ignorante, assurda e odiosa". Anche la guida suprema iraniana, Ali Khamenei, si è detto amareggiato per il popolo statunitense che a suo dire non meriterebbe un presidente come Trump. 

Una prospettiva che rimette in discussione i trattati internazionali

L’escalation verbale tra Stati Uniti e Iran potrebbe avere delle conseguenze immediate molto gravi per la fine dell’embargo contro l’Iran, deciso in seguito all’accordo di Vienna. Nonostante esista una risoluzione delle Nazioni Unite che dia valore legale all’intesa del 2015, gli Stati Uniti non hanno ancora scongelato milioni di dollari iraniani bloccati nelle banche Usa. Due fattori nuovi rendono possibile una nuova crisi tra Teheran e comunità internazionale: da una parte, l’aggressività della Corea del Nord facilita i discorsi anti-iraniani dei politici repubblicani negli Stati Uniti, dall’altra, l’atteggiamento della Francia, che anche in fase negoziale si era mostrata più esigente degli altri Paesi europei nei confronti dell’Iran, potrebbe favorire una revisione dell’intesa di Vienna. Questo però provocherebbe una dura reazione da parte iraniana, in particolare da parte dei politici radicali che indebolirebbe la politica estera moderata del presidente Hassan Rohani.