Riparte il dialogo tra Iran e Iraq
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Una nuova stagione di cooperazione tra Baghdad e Teheran sembra alle porte dopo i nuovi accordi per esportazione e raffinazione di petrolio siglati lo scorso dicembre. Centrale per la stabilizzazione economica iraniana sarà anche il rispetto, da parte dei firmatari, dell'accordo sul nucleare in vista della decisione del Congresso Usa di imporre nuove sanzioni contro l'Iran

Lo scorso dicembre è stato firmato un importante accordo che rafforzerà la cooperazione in tema di produzione petrolifera tra Iran e Iraq. L'intesa tra Teheran e Baghdad prevede la possibilità di raffinare in Iran il greggio iracheno, oltre a stabilire l'incremento delle esportazioni finali di petrolio raffinato dai porti di Bassora per quantità vicine ai 60 mila barili al giorno. Dopo l'instabilità politica regionale, determinata dal referendum per l'indipendenza del Kurdistan iracheno dello scorso autunno, l'estrazione di petrolio nella provincia di Kirkuk, nel Nord dell'Iraq, è ripresa a un ritmo di 90 mila barili al giorno dai pozzi di Avana e di  275 mila barili al giorno dai giacimenti di Bye Hassan.

Le intenzioni di Baghdad

Il sottosegretario al ministero del Petrolio iracheno, Karim Hattab, ha ammesso di avere come obiettivo principale l’incremento della produzione dei giacimenti di Kirkuk. Il ministro del Petrolio iracheno, Jabbar al-Luaibi, ha promesso un ritorno dei profitti dall'esportazione del petrolio ai livelli pre-crisi. «I ricavi dei giacimenti di Kirkuk torneranno nel bilancio federale», ha confermato poi Luaibi in riferimento alla crisi tra Baghdad ed Erbil innescata dal referendum per l'indipendenza.

Il governo di Baghdad aveva chiesto al Kurdistan iracheno di rimettere in moto le esportazioni attraverso la compagnia Oil Marketing Company (SOMO). E così con l'intesa appena siglata, l’Iraq riprenderà le esportazioni per mezzo di autocisterne sull’autostrada che collega il Kurdistan iracheno con la provincia curda iraniana di Kermanshah. Le autorità iraniane si sono anche impegnate per il trasferimento del petrolio raffinato e pronto per l’esportazione ai porti di Bassora, nel sud dell’Iraq. «L’accordo contribuirà ad aumentare le esportazioni petrolifere dell’Iraq e a rafforzare le relazioni economiche con i paesi vicini», ha assicurato il direttore generale della compagnia petrolifera irachena SOMO, Alaa Yasiri, che ha confermato di voler puntare sulla realizzazione di un oleodotto che favorirebbe gli scambi tra i due Paesi. Sia Teheran sia Baghdad hanno visto sfavorevolmente la richiesta di indipendenza del Kurdistan iracheno a cui aveva aspirato per tutta la sua carriera politica l'ex leader del partito Democratico del Kurdistan, Massud Barzani.

Il nucleare e gli effetti delle sanzioni a Teheran

Eppure, per la ripresa economica regionale, il primo banco di prova sarà il rispetto da parte di tutti i firmatari (P5+1) dell'accordo sul nucleare iraniano, siglato a Vienna nel luglio 2015. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha promesso di voler decertificare il rispetto dell'intesa da parte di Teheran, nonostante l'Agenzia internazionale per l'Energia atomica (Aiea) abbia assicurato il Paese stia rispettando i patti. Sarà il Congresso Usa ad esprimersi sull’argomento nelle prossime settimane.

Le sanzioni internazionali hanno prodotto un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità che, insieme all'approvazione della nuova legge di bilancio che prevede un aumento del 70% dei prezzi della benzina, ha innescato le recenti proteste scoppiate in alcune città iraniane. Lo scorso mercoledì, il generale dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha tuttavia dichiarato sconfitta la «sedizione» nel Paese. L’annuncio è arrivato dopo le imponenti manifestazioni pro-governative dello scorso mercoledì. Si è trattato di un movimento frammentato, con ampia partecipazione giovanile e delle città di provincia. La prima a mobilitarsi è stata la classe operaia locale con la richiesta di ottenere salari arretrati e contro gli alti tassi di disoccupazione. Jafari, in linea con le dichiarazioni della guida suprema, Ali Khamenei, ha parlato delle recenti proteste come responsabilità di agenti anti-rivoluzionari: Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Il presidente Usa Donald Trump aveva pubblicato alcuni Tweet in sostegno alle prime proteste, partite nelle roccaforti conservatrici di Qom e Mashahhad. L’inviato degli Stati Uniti alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha tuttavia definito le accuse iraniane contro Washington infondate. La stabilizzazione del Nord dell'Iraq sta riportando i livelli di produzione petrolifera ai livelli pre-crisi.