Una radicale inversione di tendenza

Una radicale inversione di tendenza

Lucia Perugini
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I cambiamenti ci saranno, così come la speranza di poterli gestire, ma questo richiede una profonda transizione verso economie sostenibili e a basse emissioni. Altrimenti gli equilibri ambientali, economici e sociali mondiali saranno compromessi

Gli incendi boschivi che hanno flagellato le foreste amazzoniche e siberiane durante l’estate, hanno attirato l’attenzione pubblica sull’importante ruolo che queste assolvono, soprattutto in relazione ai cambiamenti climatici. Gli ecosistemi forestali, oltre a fornire molte popolazioni delle basi principali per la loro sopravvivenza, come cibo, acqua, e molti altri servizi ecosistemici fondamentali, sono anche un importante “spugna” (o sink) di carbonio atmosferico, il principale gas serra. Le foreste, e in generale la vegetazione, assorbono dall’atmosfera il 30 percento dei gas serra emessi dall’uomo attraverso il processo di fotosintesi che trasforma la CO2 in tessuti vegetali (fusti, rami, foglie), utilizzando acqua ed energia solare e liberando ossigeno. Questa funzione è attualmente sotto minaccia più che mai. Vi sono chiari segnali che le foreste possano rallentare la loro capacità di assorbimento, arrivando al così detto punto di saturazione, anche a causa degli impatti del cambiamento climatico. Inoltre la deforestazione a livello mondiale ha ripreso ad aumentare dopo anni di riduzione, mettendo in serio pericolo il sistema climatico mondiale.

 

Lo stato precario del sistema terrestre

L’ultimo rapporto IPCC sull’interazione tra territorio e cambiamento climatico pubblicato ad agosto 2019, mette in guardia sullo stato precario del sistema terrestre, già in evidente stato di sovra-sfruttamento, in un mondo in continua evoluzione climatica, e con una popolazione in crescita esponenziale. Sono stati già osservati gli impatti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi naturali terrestri, il degrado del permafrost, la desertificazione, il degrado del territorio in molte aree e sulla sicurezza alimentare, e si prevede che questa situazione si aggravi ulteriormente, e in maniera irreversibile, se le emissioni in atmosfera dovessero continuare di questo passo. Attualmente la deforestazione, gli incendi, il degrado forestale e le attività agricole (inclusi fertilizzanti e fermentazione enterica dei ruminanti) sono responsabili di circa il 23 percento delle emissioni totali di gas serra. Quasi la metà di questo valore viene dalla deforestazione (circa 5 miliardi di tonnellate di CO2/anno). La Convenzione Quadro sui cambiamenti climatici dell’ONU (UNFCCC, 1992) riconosce il ruolo fondamentale delle attività del settore agro-forestale, includendole tra gli strumenti di mitigazione dei cambiamenti climatici, e offrendo la possibilità ai paesi industrializzati firmatari del Protocollo di Kyoto di utilizzare gli assorbimenti derivanti da tali attività per il raggiungimento degli impegni di riduzione assunti nell’ambito del Protocollo stesso. Era però chiaro, fin da subito, che un meccanismo di incentivazione limitato ai paesi industrializzati non sarebbe stato sufficiente a limitare le emissioni dal settore forestale, che si concentrano prevalentemente nei paesi in via di sviluppo, a causa dei tassi elevati di deforestazione in queste aree. A tal proposito l’UNFCCC, nel 2014, ha messo in piedi un meccanismo di premiazione per i paesi in via di sviluppo che dimostrino di ridurre la deforestazione attraverso politiche a livello nazionale, istituendo sistemi di monitoraggio robusti e fornendo informazioni sulla tutela dei diritti delle popolazioni locali e della biodiversità. Questo meccanismo è denominato REDD+ (Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado forestale, aumento degli stock di carbonio e gestione sostenibile delle foreste).  Il meccanismo ha una scala prevalentemente nazionale (scale sub-nazionali sono accettate solo se di natura temporanea) e la sua attuazione è strutturata in tre fasi: una prima fase preparatoria, che prevede l’istituzione di una strategia nazionale REDD+ e di capacity building; una seconda fase pilota, o fase di attuazione delle strategie nazionali, che prevede i piani d’azione e ulteriori attività di formazione e, infine, la terza fase di pagamento sulla base del risultato o fase di piena attuazione del meccanismo, che prevede misure di incentivi basate su riduzioni reali e verificate delle emissioni.

Il ruolo determinante del settore forestale

Nell’accordo di Parigi, il settore agro-forestale fa parte dell’obiettivo di mitigazione a lungo termine (Art. 4) che stabilisce, nella seconda parte del secolo, il raggiungimento di un equilibrio tra emissioni e assorbimenti (quindi tramite i sinks agro-forestali). Inoltre il settore occupa un posto di primo piano nell’accordo, essendo l’unico ad avere un articolo dedicato (Art. 5), nel quale s’invitano i paesi ad attuare azioni che conservino o aumentino gli assorbimenti e gli stock di carbonio degli ecosistemi terrestri e marini. In particolare si incoraggiano le nazioni ad attuare azioni per il supporto del REDD+, con particolare riferimento alla terza fase del meccanismo.

La gestione forestale e agricola fa parte della contabilizzazione delle emissioni/assorbimenti verso il raggiungimento dei contributi nazionali determinati (NDC National Determined Contributions), i quali costituiscono gli impegni identificati dai Paesi per il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi.

Circa il 75 percento degli NDC include la gestione agricola e forestale e, dall’analisi di tali obiettivi,  risulta che il 20-25 percento degli impegni di riduzione siano attribuibili al settore forestale, soprattutto per i paesi in via di sviluppo, dove le emissioni da deforestazione coprono un’ampia fetta delle emissioni nazionali.

In quale misura e come il settore possa essere incluso nei meccanismi di mercato dell’accordo di Parigi sono aspetti ancora in corso di definizione, nell’ambito del negoziato relativo all’articolo 6 (Approcci volontari di cooperazione) che, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe vedere la sua conclusione nel dicembre 2019 a Madrid, alla COP25. Nel frattempo l’attuazione del REDD+ sta procedendo. Al momento, circa quaranta paesi hanno iniziato il processo formale per accedere alle retribuzioni in ambito REDD+ e presentato i loro livelli di riferimento delle emissioni forestali all’UNFCCC per la valutazione tecnica. Sette paesi hanno comunicato i risultati REDD+ all’UNFCCC per un totale di oltre 6 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente di riduzioni di emissioni, principalmente in Brasile. Il Green Climate Fund ha già reso disponibile nella sua prima fase 500 milioni di dollari per il pagamento dei risultati di riduzione di emissioni tramite azioni REDD+. Questa cifra si aggiunge ad altre iniziative come, ad esempio, quelle della Banca Mondiale (FCPF), dell’ONU (es.UN-REDD), nonché di singoli donatori (in primis Norvegia, Germania e Regno Unito) che, in varie forme, sostengono i paesi nel processo REDD+. 

 

Il concetto insufficiente del “ti pago se non tagli”

Seppur queste iniziative siano state fondamentali per stimolare i Paesi a rafforzare la loro governance forestale, sviluppare sistemi di controllo della deforestazione e di monitoraggio delle foreste, da solo il concetto “ti pago se non tagli” non può considerarsi sufficiente. Bisogna adottare un approccio sistemico che possa agire direttamente sulle cause della deforestazione in maniera duratura, come ad esempio strategie per limitare il commercio di prodotti agricoli e forestali che non siano “deforestation free”. In tale direzione, a livello internazionale, sono state nel tempo promosse altre iniziative che favoriscono l’aumento della copertura forestale e la conservazione delle foreste esistenti, come la Dichiarazione di New York sulle Foreste (NYFD). La NYDF è stata varata al Summit sul Clima dell’ONU nel 2014, ed è aperta alla partecipazione volontaria di Paesi, aziende e altri attori (ONG, rappresentanti delle associazioni indigene, ecc.) – contando al momento 200 adesioni – uniti dal principale obiettivo di dimezzare il tasso di perdita delle foreste naturali a livello globale entro il 2020 e cercare di fermare la perdita delle foreste naturali entro il 2030, in linea con l’obiettivo dei 2 °C dell’accordo di Parigi. La Dichiarazione mira anche al restauro forestale, a identificare e affrontare le cause della deforestazione e aumentare la finanza e la governance forestale. I risultati, però, stentano a palesarsi; purtroppo il trend di deforestazione dall’adozione della NYDF è tutt’altro che diminuito, con un aumento della deforestazione del 43 percento rispetto al periodo antecedente alla Dichiarazione (2001-2013), ed emissioni medie annue dalla firma del NYDF più alte del 57 percento rispetto al periodo precedente (aumentando da 3,0 a 4,7 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno).  Esistono, d’altro canto, numerose iniziative private e pubbliche per il contrasto alla deforestazione, ma spesso mancano di ambizione con il rischio di rimanere esperienze isolate. Nel complesso, le azioni per affrontare le cause dirette e indirette di deforestazione e i fondi a disposizione risultano inadeguati a catalizzare un cambiamento sistemico.

 

Una profonda transizione verso economie sostenibili

Ci troviamo quindi in una situazione di emergenza, in cui le concentrazioni di gas serra in atmosfera sono tali che solo attuando tagli rapidi e profondi delle emissioni in tutti i settori si potrà raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature a 2 °C (o meglio 1,5 °C) rispetto all’era pre-industriale. Bisogna ricordare che questi livelli sono stati valutati come la temperatura massima di aumento globale che permetta di adattarci a costi sociali, economici ed ambientali accettabili. I cambiamenti quindi ci saranno, così come la speranza di poterli gestire, ma questo richiede una profonda transizione verso economie sostenibili e a basse emissioni. Senza questa radicale inversione di tendenza gli equilibri ambientali, economici e sociali mondiali saranno seriamente compromessi, inclusa la potenzialità degli ecosistemi ambientali di poter contribuire all’assorbimento delle emissioni antropiche.

 


Lucia Perugini

È ricercatrice presso la Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (Fondazione CMCC). Dottorata in ecologia forestale, si occupa di cambiamenti climatici, agricoltura e foreste. Dal 2003 partecipa al negoziato ONU sul Clima, fornendo supporto scientifico alla delegazione italiana per le questioni relative ad agricoltura e foreste.