Il declino del petrolio del Mare del Nord

Il declino del petrolio del Mare del Nord

James Hansen | Consulente di grandi gruppi italiani
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Preoccupano sempre di più le condizioni della produzione petrolifera nel Mare del Nord. A causa dell'aumento dei costi d'investimento le compagnie stipulano accordi di collaborazione oppure cercano una via di fuga

Il Mare del Nord è un posto terribile dove produrre petrolio e gas. È freddo ed è travolto dalla furia di onde che arrivano a misurare anche 30 metri d’altezza. Le raffiche di vento possono raggiungere la forza di uragani. In poche parole: si tratta di uno dei posti più inospitali - oltre che costosi - al mondo dove trivellare un pozzo. La produzione gas-petrolifera del Mare del Nord ha raggiunto il picco massimo nel 1999, con sei milioni di barili, scesi poi a meno della metà. Dal momento che i rendimenti sono calati, ma i costi sono pressoché identici, il Mare del Nord rappresenta oggi il bacino offshore più caro al mondo. Nel 2013, gli investimenti nella nuova produzione sono ammontati a circa £14 miliardi ($21 miliardi), mentre i costi di manutenzione e riparazione si sono attestati a £9 miliardi.
Fino a poco tempo fa, il gioco valeva comunque la candela. Il petrolio dolce a basso contenuto di zolfo, noto come "Brent", estratto dai giacimenti del Mare del Nord, è perfetto per la produzione di benzina e distillati medi, come il cherosene e il diesel. Inoltre, i giacimenti si trovano vicino ai mercati dell’Europa nord-occidentale, dove si svolge la maggior parte delle attività di raffinazione.

La crisi

Ora, però, l’industria petrolifera del Mare del Nord è in seria difficoltà. Il calo dei prezzi petroliferi ha reso necessari dei tagli alla spesa e ridotto la produzione a livello mondiale, ma i giacimenti gas-petroliferi offshore rimangono fra i più costosi al mondo. La produzione ha subito un declino costante nel corso degli anni e gli operatori hanno continuato a investire capitali affinché il crollo fosse meno drastico. Alcuni esperti del settore parlano di una “spirale di morte‘ del Mare del Nord, mentre il Financial Times ha recentemente dichiarato che i giacimenti del Mare del Nord "rischiano seriamente" di chiudere. Paradossalmente, il Mare del Nord potrebbe registrare i massimi livelli di produzione petrolifera dal 2012: infatti, i nuovi progetti pianificati da anni, sono stati finalmente implementati, come annunciato dall’agenzia Bloomberg.
Sfortunatamente, non si tratta di una notizia del tutto positiva per i titolari dei giacimenti dal momento che, come spiega l’Agenzia Internazionale per l’Energia, il boom della produzione sarà ascrivibile a progetti con prezzi petroliferi autorizzati superiori a $100 al barile. Lo scorso anno, in un contesto di persistente surplus della produzione globale, il Brent di Londra ha ceduto più del 50% e ha scambiato ultimamente a meno di $50 al barile. Ecco perché eventuali margini - se ne esistono - sono alquanto rasentati. Vista la necessità di risanare i debiti, anche le attività di pompaggio avverranno a prezzi a malapena economici, senza generare i tanto auspicati profitti. Inoltre, con le forniture dei giacimenti Brent, Forties, Oseberg, Ekofisk e del resto del Mare del Nord che raggiungeranno probabilmente i 2,1 milioni di barili al giorno, la nuova produzione potrebbe aggravare ulteriormente l’eccesso di offerta, con ripercussioni negative su prezzi già bassi. Come se non bastasse, la nuova produzione non modifica molto le prospettive a lungo termine di declino del Mare del Nord. Bloomberg descrive l’attuale aumento dell’output nella regione come un "sollievo temporaneo per un settore destinato a un calo a lungo termine della produzione in giacimenti sempre più vecchi e con costi operativi elevati".

Le reazioni delle aziende

Il collasso dei prezzi petroliferi ha costretto le società della regione a tagliare circa 5.500 posti di lavoro da fine 2014, come riferito dall’autorità di regolamentazione del settore, la UK Oil & Gas Authority. Il colosso petrolifero britannico, British Petroleum, ha venduto alcuni dei giacimenti più piccoli e costosi. All’apice delle sue attività nell’intero Mare del Nord, la società produceva circa 900.000 barili di petrolio al giorno - una quantità scesa a 160.000 barili all’inizio di quest’anno.
Il governo britannico è stato costretto - seppure con una certa reticenza - ad intervenire per tentare di aiutare il settore con una riduzione dell’imposizione fiscale, ma anche questo sforzo potrebbe non essere sufficiente. Oggi, molti operatori stanno già cercando una via di fuga. La Royal Dutch Shell (NYSE: RDS.A) ha annunciato quest’estate di voler ridurre la propria presenza nel Mare del Nord, mentre la francese Total (NYSE: TOT) ha dichiarato ad agosto di voler vendere gli asset nella regione per un valore di $900 milioni, per raccogliere liquidità. Sebbene alcuni facciano appello a una maggiore collaborazione fra le società per rallentare il declino - ad esempio condividendo i dati sui pozzi secchi - pochi produttori sembrano disposti a rinunciare al vantaggio competitivo per semplice spirito di cameratismo. Al contrario, l’eccessiva collaborazione potrebbe trasformarsi in uno dei maggiori pericoli da affrontare. La fragilità che caratterizza la situazione attuale deriva in larga parte dal modo in cui gli operatori collaborano per superare il problema degli elevati costi operativi nel Mare del Nord, ovvero stipulando accordi di condivisione di determinate strutture, come pipeline e impianti di trattamento. Ciò significa che, se una società dovesse chiudere e ritirarsi dal settore, il costo di mantenimento dell’intera struttura graverebbe sulle spalle delle altre società che ne condividono l’utilizzo.
A preoccupare è il possibile "effetto domino" che potrebbe scaturire dall’uscita di scena di alcune società e ripercuotersi sulle altre. L’abbandono di un numero crescente di giacimenti causa automaticamente l’aumento dei costi per gli operatori che restano, nonché dell’istinto ad abbandonare la regione. E questa fuga dal Mare del Nord potrebbe subire presto una rapida accelerazione, perché nessuno dei produttori è disposto a rimanere indietro, rischiando di essere l’ultimo ad andarsene e dover chiudere il sipario.