Un avvenire incerto
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Produzione energetica, scambi commerciali e clima occupano l'agenda di Trump, ma ancora sono solo accennate le strategie che la nuova amministrazione statunitense adotterà in questi settori. Per questo gli esperti dei mercati di petrolio e gas presagiscono ancora un anno di incertezze

Con l’amministrazione Trump, i mercati del petrolio, del gas e delle energie rinnovabili si troveranno ad affrontare, nel 2017, elevati livelli di incertezza e, potenzialmente, un’instabilità estrema. Alcune di queste incertezze nascono dalle domande ancora in essere sulle politiche della nuova amministrazione riguardanti la produzione energetica, gli scambi commerciali e il clima. Altre, invece, scaturiscono dal ventaglio di rischi per la sicurezza nazionale che un nuovo Presidente degli Stati Uniti è destinato a ereditare. Tuttavia, sono le dichiarazioni di Trump su importanti cambiamenti nelle priorità della politica estera degli USA che, a breve termine, potrebbero influire maggiormente sulla domanda e sull’offerta di energia. L’impatto di tali incertezze, precedute da due anni di riduzione degli investimenti destinati al gas e al petrolio e di prezzi dell’energia bassi, potrebbe scoraggiare gli investimenti e gettare le fondamenta per un potenziale shock dei prezzi di gas e petrolio entro il 2020, se non prima.

La politica energetica interna

La raffica di ordini esecutivi, nomine e revoche delle normative dell’era Obama, ai sensi del Congressional Review Act, fornisce una chiara prospettiva delle politiche energetiche del Presidente Trump. La nuova amministrazione mira a una abrogazione generalizzata delle normative volte a ridurre le emissioni (e di conseguenza i costi) di gas serra (GHG) nel settore energetico. Tra i cambiamenti previsti vi sono lo smantellamento del Clean Power Plan, l’allentamento delle restrizioni imposte alle esternalità legate alla produzione di carbone, l’eliminazione dei test sui gas serra per le autorizzazioni di nuove infrastrutture, il rifiuto di imporre nuovi regolamenti alle fonti esistenti di emissioni di metano e, potenzialmente, il recesso dall’Accordo di Parigi e dagli accordi regionali per la riduzione dei gas serra. Servendosi del Congressional Review Act (CRA), il Congresso ha annullato normative che avevano meno di un anno di vita. Tra queste, vi sono il regolamento sui gas flaring e venting del Bureau of Land Management, il piano quinquennale sulle trivellazioni per la ricerca di gas e petrolio offshore e le procedure di controllo dei pozzi e prevenzione delle esplosioni del Dipartimento degli Interni. Trump mira a incrementare l’offerta energetica statunitense: a tal fine si è impegnato a destinare terreni federali al leasing del carbone e a espandere il leasing di gas e petrolio. Riguardo alla decisione della sua amministrazione su nuovi standard di efficienza dei carburanti, rimangono ancora delle domande. L’approvazione del Keystone XL e di altri oleodotti tra gli Stati Uniti e il Canada è un’altra priorità dell’agenda del Presidente; ma sebbene Trump abbia emesso un memorandum presidenziale riguardante questi oleodotti, è improbabile che i lavori di costruzione del KXL vengano avviati prima di aver risolto i problemi a livello statale, di aver stabilito il percorso e di aver ottemperato alle leggi ambientali nazionali.

La politica commerciale della Casa Bianca

L’impegno assunto dal Presidente Trump di imporre tariffe superiori alla Cina e al Messico, rivedere il trattato NAFTA, rendere sfavorevoli gli scambi commerciali regionali e di recedere potenzialmente dall’Accordo di libero scambio tra Stati Uniti e Corea del Sud (e persino dalla OMC) lascia presagire l’inizio di un periodo di estrema incertezza nel futuro degli accordi commerciali mondiali. I mercati energetici potrebbero subirne gli effetti in vari modi. Le esportazioni statunitensi di gas naturale liquefatto (GNL) potrebbero essere minacciate nel caso in cui la strategia commerciale non si orienti verso la riduzione del numero di paesi verso i quali le esportazioni siano considerate di interesse nazionale, piuttosto che richiedere maggior determinazione. Molte figure chiave di transizione dell’amministrazione Trump presso l’USTR, il Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti d’America, si sono opposte alla liberalizzazione delle esportazioni di GNL, sostenendo la teoria (largamente smentita) che le esportazioni avrebbero avuto un impatto negativo sui prezzi del mercato interno dell’energia elettrica. Trump potrebbe negare l’autorizzazione per nuove esportazioni, a meno che non esistano concessioni politiche asimmetriche ottenute dal paese in questione. In alternativa, il nuovo Presidente potrebbe incrementare il numero di paesi con uno status di libero scambio attraverso accordi bilaterali. Trump ha presentato una mozione per recedere dal NAFTA, una mossa che potrebbe bloccare gli investimenti nell’upstream in Messico e destabilizzarne l’economia, comprimendo la domanda verso gli Stati Uniti di prodotti petroliferi, petrolio leggero, gas naturale, servizi energetici e attrezzature di produzione energetica. Sebbene una rinegoziazione del NAFTA sia probabile, il recesso da questo accordo lascerebbe gli investitori senza tutela, scoraggiando gli investimenti statunitensi nelle acque profonde del Messico e nelle altre aste energetiche. Anche una compensazione fiscale alla frontiera sulle importazioni messicane potrebbe avere un impatto analogo, sebbene le prospettive politiche di questo provvedimento siano scarse.

Verso un'era di instabilità?

Le politiche e i risultati ottenuti da Trump saranno determinati dalla Casa Bianca e dalle agenzie, influenzati dal Congresso (con la presenza di Repubblicani a favore degli scambi commerciali e di un certo livello di tutela ambientale), mitigati dal sistema giudiziario statunitense, migliorati dalle previsioni di investimento a lungo termine e dalla tolleranza al rischio delle utility statunitensi, oltre a dover affrontare eventuali reazioni negative da parte di cittadini, nazioni partner e persino produttori di energia. Per questo motivo, è improbabile che le politiche interne dell’amministrazione Trump arrivino ad avere un impatto concreto sul mix di combustibili statunitense o sui mercati energetici globali nei prossimi quattro anni. Al contrario, queste politiche potrebbero avere un effetto devastante sulla partecipazione statunitense ai progetti di ricerca per le energie pulite, sul raggiungimento degli obiettivi del G-7 di decarbonizzazione globale entro il 2100,  sul rispetto dell’obiettivo dell’Accordo di Parigi di non superare di oltre 2 gradi il livello di riscaldamento globale rispetto ai livelli pre-industriali e sugli investimenti in climatologia. I fattori economici trainanti che hanno portato a dire addio alle centrali a carbone e a un maggior sfruttamento delle energie rinnovabili (il calo dei prezzi del gas e la drastica diminuzione dei costi delle apparecchiature eoliche e solari) hanno dato vita al Clean Power Plan (CPP). Con l’Investment Tax Credit (per l’energia solare) e il Production Tax Credit (per l’energia eolica) in vigore fino al 2020, i ventinove stati che hanno implementato il renewable portfolio standard (l’obbligo per i produttori di ottenere determinate percentuali di energia da fonti rinnovabili), la California e il nord-est, organizzati in un regime di scambio delle emissioni, e i nove stati che hanno aderito all’iniziativa Zero Emission Vehicle (veicolo a emissioni zero), gli Stati Uniti potrebbero raggiungere l’obiettivo dell’Accordo di Parigi già sulla base dello scenario vigente. La capacità dell’agenda presidenziale di influire sulla produzione di gas e petrolio è ancora incerta. La riduzione delle normative sui gas serra e il consenso alla costruzione degli oleodotti favoriscono la produzione statunitense (e canadese) di gas e petrolio, provocando però una tendenza al ribasso dei prezzi a livello globale. Gli operatori del gas di scisto e le società costruttrici di oleodotti devono ancora affrontare enormi difficoltà per ottenere le licenze necessarie a operare negli Stati Uniti. I recenti fallimenti dei progetti di oleodotti e gasdotti in New Hampshire, Georgia, Pennsylvania e, per ora, Dakota del Nord, sono dovuti all’opposizione esercitata a livello statale. Facilitare i permessi federali porterebbe soltanto a intensificare l’azione a livello locale. La produzione energetica non crescerà oltre la capacità di evacuazione delle infrastrutture. L’incertezza che aleggia intorno a queste politiche scoraggerà i nuovi investimenti destinati al petrolio, al gas e all’energia finché la direzione intrapresa non sarà più chiara o non si avrà un segnale più forte di crescita dei prezzi. È più probabile, invece, che i mercati energetici vengano perturbati dalla gestione del ventaglio di rischi per la sicurezza nazionale che la nuova amministrazione erediterà nei prossimi 12 mesi e dai riallineamenti di politica estera proposti da Trump.

I rischi per la sicurezza nazionale

Le crisi geopolitiche influiscono sui mercati energetici interrompendo la produzione e i flussi di trasporto, aumentando i tassi delle coperture assicurative o riducendo la domanda. L’amministrazione Trump si trova di fronte a rischi di conflitto con la Cina, la Russia e la Corea del Nord. La Cina tende solitamente a mettere alla prova i nuovi presidenti statunitensi e Trump sembra volere, a sua volta, mettere alla prova, se non provocare, la Cina. Un tentativo da parte della Cina di creare nuove isole o piste di atterraggio potrebbe scontrarsi con un secco rifiuto, che metterebbe a rischio le rotte di navigazione. Taiwan è già un focolaio di tensione e la Cina potrebbe voler scoprire fino a che punto Trump sia disposto a spingersi per difenderla. Entrambi gli scenari avrebbero un impatto notevole sul transito di gas e petrolio. Il Presidente Putin, da parte sua, non ha fatto segreto del suo desiderio di espandere la sfera di influenza della Russia. Gli esperti di sicurezza europei si concentrano su un’eventuale mossa da parte della Russia per sfruttare i problemi di successione in Uzbekistan e Kazakistan, mentre gli esperti statunitensi si concentrano su una potenziale mossa di Putin nei paesi baltici. La Russia, infatti, potrebbe aver frainteso la retorica di Trump considerandola un via libera verso i paesi limitrofi. Il maggior rischio di conflitto è concentrato sulla Corea del Nord. Negli ultimi dodici mesi, il Paese ha testato una quantità di armi e missili nucleari senza precedenti, tra cui anche una supposta bomba a idrogeno, armi a corto e medio raggio dalle capacità sufficienti a essere rivolte contro il Giappone o la Corea del Sud e missili balistici lanciati da sottomarini. Uno dei rischi è che la tensione crescente con la Cina provochi una maggiore pressione in Corea del Nord. Allo stesso tempo, una dimostrazione di forza da parte degli USA potrebbe mettere a rischio i trasporti verso la Corea e il Giappone. Infine, è possibile che un mancato intervento porti a un’azione unilaterale da parte della Corea del Sud o alla nuclearizzazione dell’intera penisola. Le esportazioni di gas verso la Cina, la Corea e il Giappone subirebbero allora gravi danni. La nuova amministrazione rischia inoltre di subire un’interruzione delle forniture a causa di disordini interni in Venezuela, Nigeria e Libia. Un completo breakdown dell’economia venezuelana comporterebbe la perdita di 1,5 milioni di barili al giorno, con ricadute significative sull’economia dei paesi limitrofi. La Nigeria dovrà probabilmente far fronte ai crescenti attacchi contro le infrastrutture e a prospettive poco favorevoli per le riforme del settore energetico. Lo stato libico è affetto da divisioni politiche estremamente radicate. La produzione del petrolio è stata ripristinata a seguito del temporaneo accordo di pace tra le forze del generale Khalifa Haftar a oriente e le milizie a occidente; tuttavia la situazione resta precaria. L’amministrazione Trump potrebbe prendere in considerazione un riallineamento, schierandosi con la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti a sostegno di Haftar, "l’uomo forte" in grado di dare stabilità al paese e di sconfiggere i jihadisti. Una lotta per la leadership potrebbe riaccendere il conflitto civile, fermando nuovamente i terminali di esportazione libici e mettendo in dubbio la legalità delle esportazioni di petrolio.

Le minacce al settore energetico

Lo Stato Islamico continua a rappresentare una minaccia globale. Esiste un rischio crescente di attacchi dell’ISIS alle infrastrutture irachene, che si ripercuote in Algeria e aumenta la pressione in Arabia Saudita. La minaccia di un importante attacco estremista in Arabia Saudita non ha mai cessato di esistere; il ministero dell’Interno saudita ha pubblicato di recente una relazione in cui vengono identificate 128 operazioni terroristiche negli ultimi quindici anni. Questo rischio potrebbe aumentare se Trump decidesse di abbandonare la dottrina Carter. In Turchia, il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato tolleranza zero nei confronti del dissenso e sembra aver abbandonato le iniziative di pace con i militanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il fallimento delle trattative di pace comporta molteplici rischi di interruzione delle forniture: da parte del PKK per gli oleodotti che attraversano la Turchia e da parte delle forze dell’ISIS nella Regione del Kurdistan. La capacità degli attori non statali di organizzare anche attacchi informatici devastanti è sempre più evidente. Lo scorso anno, l’Autorità Generale per l’Aviazione Civile saudita e i servizi di sicurezza tedeschi e sudcoreani sono stati vittime di un attacco malware. Data la vulnerabilità delle infrastrutture statunitensi agli attacchi informatici, questo tipo di minaccia da parte di attori non statali è destinata a continuare nella nuova amministrazione.
Il maggior impatto sui mercati energetici potrebbe risultare da un cambiamento nelle priorità della leadership statunitense e dal riequilibrio geopolitico. Qualora l’amministrazione Trump continuasse a mettere in discussione il valore della NATO, delle forze di proiezione in Asia e di una leadership morale, un tale cambiamento potrebbe incentivare comportamenti opportunisti. I maggiori produttori energetici a livello globale sarebbero spinti a stringere nuove alleanze e ad aumentare la spesa destinata alla difesa. Il cambiamento della politica statunitense nei confronti della Russia potrebbe portare all’egemonia russa in Asia centrale e a nuove sanzioni da parte del Congresso statunitense. In Medio Oriente, l’abbandono della Dottrina Carter potrebbe far precipitare la situazione, provocando la corsa agli armamenti. In Asia, il tentativo di raggiungere l’indipendenza energetica potrebbe spingere il Giappone e la Corea del Sud verso la nuclearizzazione e provocare una reazione ostile da parte della Cina. In America Latina e in Africa, gli investimenti da parte di altri giganti del settore, come il Rosneft russo o la China National Petroleum Corporation, apparirebbero sempre più allettanti.

Conclusioni

Il potenziale cambiamento di direzione nella leadership globale degli Stati Uniti, la gestione dei conflitti, i rischi legati agli Stati falliti e agli attori non statali e le eventuali ripercussioni nazionali e internazionali in caso di cambiamento della politica ambientale statunitense sono tutti fattori in grado di creare potenziali turbolenze all’interno dei mercati energetici mondiali. Sebbene gli esiti siano incerti, questa stessa incertezza potrebbe congelare gli investimenti lungo tutta la catena del valore del settore energetico. Dopo due anni di tagli agli investimenti di capitale, il mercato mondiale ha bisogno di maggiori, e non di minori, certezze. Se oggi rinunciamo agli investimenti, avremo un effetto dannoso sull’economia prima della fine del decennio. L’unica cosa che sappiamo con certezza è che ci troviamo in un periodo di estrema instabilità.