Altro giro a vuoto per l'OPEC?
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I rappresentanti dell'Organizzazione hanno deciso di estendere i tagli alla produzione per ulteriori nove mesi. Si tratta di una decisione di compromesso, probabilmente necessaria per evitare che si acuissero le già profonde spaccature in un gruppo che fatica a rimanere compatto
I produttori chiamati a decidere se continuare con i #tagli, i cui risultati si sono dimostrati sostanzialmente insoddisfacenti

Il 172° summit dell’OPEC, tenutosi lo scorso 25 maggio a Vienna, si presentava come un momento spartiacque per il futuro e la credibilità del Cartello. I produttori erano chiamati a decidere se continuare con la politica dei tagli, i cui risultati si sono dimostrati sostanzialmente insoddisfacenti in termini di riduzione delle scorte globali e di risalita dei prezzi. O, piuttosto, se intraprendere strategie alternative, dettate anche da priorità di natura domestica e da un quadro geopolitico in evoluzione. Alla fine, ha prevalso la linea della continuità (o dell’immobilismo), che pur testimoniando un certo livello di unità d’intenti all’interno del cartello, dimostra soprattutto quanto siano limitate le opzioni dei produttori in un mercato petrolifero che è sempre meno quello in cui erano abituati a operare.

Nulla di nuovo sotto il sole

In piena continuità con la decisione presa durante l’incontro dello scorso novembre, i rappresentanti dell’OPEC hanno deciso di estendere i tagli alla produzione – pari a un totale di 1,2 milioni di barili al giorno rispetto a ottobre 2016 - per un periodo di nove mesi. Esprimendo soddisfazione per i livelli di compliance registrati dai membri nel semestre appena trascorso (94% a febbraio, secondo i dati ufficiali), il cartello non ha tuttavia affrontato il tema di ulteriori aggiustamenti al ribasso dagli attuali livelli di produzione. Si tratta di una decisione di compromesso, probabilmente necessaria per evitare che si acuissero le già profonde spaccature in un gruppo che fatica a rimanere compatto (Iran, Libia e Nigeria rimangono tuttora esenti dall’applicazione integrale dei tagli), anche a fronte dei risultati sostanzialmente insoddisfacenti delle sue politiche. La strategia dei tagli intrapresa a novembre 2016, infatti, ha prodotto un aumento dei prezzi di proporzioni modeste, del quale hanno beneficiato soprattutto i produttori shale americani, che hanno ripreso di gran lena le loro attività non-convenzionali. E anche le reazioni all’estensione dell’accordo la scorsa settimana, che ha fatto scendere il greggio di un paio di dollari al barile, sembrano inesorabilmente indicare l’incapacità dell’OPEC di incidere in modo efficace sul funzionamento dei mercati.

La strategia dei tagli intrapresa a novembre 2016 ha prodotto un aumento dei prezzi di proporzioni modeste, del quale hanno beneficiato soprattutto i produttori shale americani

L'ago della bilancia: i non-OPEC

Una strategia che, per quanto deludente, il cartello sarebbe difficilmente in grado di mettere in atto senza la collaborazione del gruppo dei produttori non-OPEC guidato dalla Russia (e composto da Azerbaijan, Bahrain, Brunei, Kazakistan, Malesia, Messico, Oman, Sudan e Sud Sudan). Durante l’incontro congiunto che ha accompagnato il 172° summit, le parti hanno manifestato apprezzamento per i risultati sinora raggiunti, sottolineando l’impegno a cooperare per garantire la stabilità dei mercati. A tal fine, anche i non-OPEC estenderanno per nove mesi i propri tagli alla produzione.
In realtà, il gruppo è particolarmente eterogeneo, e la loro effettiva capacità di rimanere allineati è tutta da verificare. Infatti, provando ad andare oltre ai dati ufficiali, i tassi di compliance dei non-OPEC ad aprile si attesterebbero attorno al 69% rispetto a quanto pattuito a dicembre: sembra che la stessa Russia, garante dell’unità del blocco, abbia ridotto la produzione meno del previsto, mentre paesi come Kazakistan, Malesia e Sud Sudan avrebbero addirittura incrementato il loro output. Segnali contrastanti, di fronte ai quali a Vienna è stato difficile intraprendere strategie di taglio più ambiziose, ma che piuttosto impongono un monitoraggio attento e continuo dei comportamenti altrui.

L'OPEC ha una strategia che, per quanto deludente, sarebbe difficilmente in grado di mettere in atto senza la collaborazione del gruppo dei produttori non-OPEC guidato dalla Russia

Scenario politico in fermento

Il 172° summit si è tenuto in un momento di fermento politico sia all’interno di paesi chiave del Cartello, sia nello scacchiere internazionale. Il leader dell’OPEC, l’Arabia Saudita, da un lato si prepara alla storica privatizzazione della compagnia energetica nazionale Saudi Aramco, il cui valore (e quindi le entrate nelle casse saudite) sarà determinato anche dalle performance del greggio sui mercati internazionali. Dall’altro, va segnalato l’inaspettato riavvicinamento con gli Stati Uniti di Trump, i cui produttori non-convenzionali possono essere considerati i nemici numero uno del cartello (o quantomeno la causa principale della sua rovina). Quali saranno le implicazioni degli accordi tra Washington e Riad sul futuro della cooperazione in seno all’OPEC, e su quello dei rapporti con il cartello e i produttori guidati da Mosca? Proprio in Iran, rivale regionale dei sauditi, poco prima del meeting di Vienna è stato rieletto il presidente in carica Hassan Rohani, che ha potuto beneficiare della stabilità dei mercati petroliferi (e dell’esenzione dagli accordi di novembre) per strappare il secondo mandato nella sfida con i conservatori. Teheran ha ottenuto una seconda esenzione dai tagli previsti dal cartello e potrà continuare a produrre teoricamente fino a 3,8 milioni di barili al giorno: tuttavia, alla luce degli ammiccamenti tra Trump e i reali sauditi, potrebbe decidere di adottare un approccio meno cooperativo ed espandere la produzione oltre i limiti previsti. In ultimo, non può essere dimenticata la critica situazione politica, economica e sociale in cui si trova il Venezuela, primo paese al mondo per riserve petrolifere e quinto produttore OPEC (con circa il 10% dell’output totale). La crisi che attraversa il paese sudamericano potrebbe portare a esiti diametralmente opposti: da un lato le difficoltà socio-economiche potrebbero spingere il presidente Maduro e la compagnia nazionale PDVSA a spingere sulle leve della produzione, nonostante l’accordo, per poter ampliare la propria quota di mercato (e con essa l’output globale); dall’altro, la criticità della situazione potrebbe invece determinare un’ulteriore contrazione della produzione, creando un effetto restrittivo sul mercato favorevole alle necessità dell’OPEC, ma di fatto indipendente dal controllo del cartello.