Il futuro "green" del Big Oil
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Le major dell'Oil&gas investono sempre di più nella transizione verso un sistema low carbon energy, promuovendo le rinnovabili – in particolare l'eolico galleggiante in mare in acque profonde - e lo sviluppo tecnologico dei biocarburanti

Quella del petrolio è l’industria più efficiente, se si misura con il rendimento energetico di ciò che vende. Un chilo di benzina, il prodotto più venduto, contiene 10.500 chilocalorie, mentre il consumo di energia per portarla al consumatore finale, in tutto il ciclo di vita, oscilla fra le 500 e le 800 chilocalorie. Nessuna altra fonte energetica gode di così alto rendimento, il che spiega come mai, da oltre mezzo secolo, petrolio e gas contino sempre per il 60% dei consumi mondiali di energia.  Non si tratta di magia, ma semplicemente di tecnica. Potrebbe una simile industria rimanere estranea alla transizione energetica? Ovviamente no, e questo per diverse ragioni. La prima, quasi ovvia, è che questa transizione dovrebbe interrompere l’uso di quei fossili che loro sono così brave a produrre. Dovesse venire meno la domanda di petrolio, come molti auspicano o prevedono nell’arco di pochi anni, allora dovrebbero darsi da fare per trovare un nuovo mestiere. Le società petrolifere sanno fare energia, fino ad oggi soprattutto petrolio e gas e, cosa altrettanto importante, la sanno portare ai consumatori finali, di cui conoscono abitudini, necessità e capricci.

È il peso della finanza, bellezza

Il delirio della finanza è la seconda ragione che spinge le compagnie ad operare sulle rinnovabili. I loro azionisti, a volte gli Stati cui appartengono quote di maggioranza, vogliono, per una ragione o per l’altra, pressare le compagnie a comportamenti socialmente più responsabili, anche per quanto riguarda l’ambiente. Negli ultimi decenni, il grande cambiamento dell’economia globale, in particolare di quella dei paesi industrializzati, è l’enorme peso assunto dalla finanza che, con ritmo trimestrale, quello dei risultati di bilancio, pressa le società circa le loro strategie. Negli ultimi anni questa finanza è diventata più sensibile alla questione ambientale, un po’ perché il problema si è aggravato, un po’ perché non sa più dove investire l’enorme quantità di liquidità di cui dispone. Con rendimenti delle attività finanziarie tradizionali vicino allo zero, addirittura a volte negativi, è inevitabile che il valore dell’investimento diventi qualcosa di diverso dal semplice tasso di interesse. Ne segue che le scelte etiche e sostenibili assumono maggiore rilevanza nelle loro scelte. Da qui la pressione di molti investitori affinché le compagnie petrolifere in cui essi investono siano attente anche a destinare sforzi allo sviluppo delle fonti rinnovabili o della transizione. L’esempio della Total è quello più interessante, anche perché è quella, fra le grandi compagnie, che più ha sterzato sugli investimenti sulle rinnovabili, prima con l’acquisizione nel 2011 della Sunpower, grande produttore di pannelli fotovoltaici e, nel 2016, con l’acquisto della Saft, società leader nelle batterie elettriche. Tali scelte, gradite dalla finanza, sono state caldeggiate dal governo francese, che ha qualche difficoltà con la propria transizione energetica, perché incagliata nelle oltre 50 centrali nucleari da cui non potrà mai uscire.

L'avanguardia mondiale dei biocarburanti

Un’altra ragione per cui le compagnie stanno investendo nella transizione è di natura più tecnica, in quanto si trovano spesso su segmenti dove sono avvantaggiate nello sviluppo di particolari prodotti. Questo è il caso dei biocarburanti che, nonostante notevoli difficoltà, sono diventati una delle principali alternative ai fossili in questo ultimo decennio. I biocarburanti vedono un coinvolgimento diretto delle raffinerie di petrolio in quanto sono loro che li devono mischiare con le benzine o i gasoli da vendere poi agli automobilisti. La produzione mondiale di biocarburanti da valori di 0,1 milioni barili giorno di 20 anni fa ha oggi raggiunto un volume di 1,5 milioni barili giorno, volume pari alla produzione di un paese OPEC come l’Angola. Sotto questo aspetto vale ricordare quanto ha fatto la Neste Oil, società petrolifera finlandese, la cui maggioranza è detenuta dallo Stato e che ha l’avanguardia mondiale nei biocarburanti di seconda generazione, fatti, per ora, soprattutto con gli scarti alimentari. L’italiana Eni vanta un primato per essere stata la prima che ha riconvertito due importanti raffinerie tradizionali, quella di Marghera e quella di Gela, alla produzione di biocarburanti.

Eolico in mare, nuove frontiere

Nel mondo delle rinnovabili si sta definendo chiaramente che il futuro sarà soprattutto dell’eolico in mare, dove di recente si sta costruendo la maggiore capacità addizionale e dove i costi stanno scendendo a picco. Il Mare del Nord è la nuova frontiera e qui la Statoil sta diventando leader mondiale nello sviluppo delle pale su piattaforme galleggianti. La società norvegese, posseduta dalla stato per il 67%, ha come obiettivo strategico, voluto dal governo, quello della transizione e le sue competenze sviluppate nel Mare del Nord sulle piattaforme del petrolio e del gas le permettono di sviluppare nuovi progetti d’avanguardia. Meno spettacolare, anche perché con risultati spesso negativi, è l’esperienza della BP, che comunque ha importanti attività sia nell’eolico che nei biocarburanti. La storica sigla British Petroleum fu abbandonata nel 2001 per lanciare quella di Beyond Petroleum, slogan oggi ridimensionato, perché in questi 16 anni il passaggio si è dimostrato molto difficile, mentre i guadagni sono giunti sempre dalle attività tradizionali, che hanno compensato le perdite delle rinnovabili.  La Shell, che investì pesantemente, sempre a cavallo del 2000, sulle rinnovabili e in particolare sull’eolico, ha dovuto selezionare maggiormente le sue attività sull’elettrico, pur mantenendo uno sforzo costante. Ad ottobre 2107 ha fatto un importante passo nelle ricariche delle auto con l’acquisto, per una cifra ancora da definire, della NewMotion olandese, società che gestisce 30 mila colonnine elettriche in tutt’Europa.
Biocarburanti di seconda generazione, eolico galleggiante in mare in acque profonde, stoccaggio dell’elettricità, colonnine elettriche nei distributori di benzina sono cose che sembrano del futuro, ma su cui le compagnie petrolifere sono già presenti, per continuare a fare quello che sanno fare molto bene da molto tempo e anche per fare contenti quelli della finanza.