Il gioco degli opposti

Il gioco degli opposti

Mattia Ferraresi
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Esclusa dall'agenda elettorale dei due candidati alla Casa Bianca per molto tempo, l'energia è tornata brevemente a presenziare negli interventi di Trump e Clinton evidenziando due visioni antitetiche. Per il repubblicano indipendenza energetica "first" a costo di eliminare ogni bando alle esplorazioni offshore e onshore, per la democratica stop al carbone e corsa verso le rinnovabili

Gli incentivi contro il mercato, i combustibili fossili contro le rinnovabili, le regolamentazioni contro le esplorazioni a tutto campo, il rispetto dell’ambiente contro la corsa all’indipendenza dai pozzi stranieri: le visioni di Hillary Clinton e Donald Trump sul futuro dell’energia in America non potrebbero essere più lontane e contrastanti. Sono la tesi e l’antitesi in uno scenario geopolitico alla disperata ricerca di una sintesi. Chi l’8 novembre conquisterà la Casa Bianca potrà tentare di mettere in pratica le proprie convinzioni intorno a un tema che è stato largamente trascurato durante la campagna elettorale, perché c’era sempre uno scandalo a sfondo sessuale o qualche email trafugata dagli hacker russi a dirottare il dibattito. E’ stato soltanto grazie all’elettore indeciso Ken Bone, subito diventato un idolo della rete sempre in cerca di un nuovo meme, che i candidati hanno dedicato cinque minuti dei tre dibattiti presidenziali al tema. Sono bastati quelli per capire che dietro alle proposte sull’energia dei due candidati brillano concezioni del mondo contrapposte.

Trump, più idrorcarburi per raggiungere l'indipendenza

Coerentemente con l’approccio "America First", nostalgica forma di isolazionismo, Trump considera la "dominazione energetica americana" una priorità di politica estera. L’obiettivo del candidato repubblicano è diventare il prima possibile "totalmente indipendenti dal bisogno di importare energia dai paesi dell’Opec e da altre nazioni che sono ostili ai nostri interessi". Per farlo promette di "sfruttare i 50.000 miliardi di dollari che abbiamo nelle nostre riserve di petrolio e gas naturale, più centinaia di anni di autonomia garantiti dal carbone", eliminando tutte le moratorie sulle esplorazioni onshore e offshore, a partire dall’Artico e dal Golfo del Messico. Realizzare questo piano di sfruttamento intensivo delle risorse implica inevitabilmente la rimozione di tutti gli ostacoli politici e legali che si frappongono fra i player del mercato e le risorse. Il "Clean Power Act", la regolamentazione delle emissioni approvata da Barack Obama, va revocata, e va ritirata la partecipazione degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi, che prevede la riduzione delle emissioni di anidride carbonica dell’80% entro il 2015. Nei primi 100 giorni della presidenza approverà la costruzione dell’oleodotto Keystone che collega i giacimenti del Canada alle raffinerie del Texas, progetto bloccato da Hillary quand’era segretario di stato. Secondo Trump, il cambiamento climatico generato dall’uomo è "una bufala" e le energie rinnovabili non compaiono nemmeno nella sua agenda energetica. Quello che compare, invece, è il rilancio del carbone, un cavallo di battaglia del candidato che nella "coal country" americana raccoglie consensi anche fra gli operai storicamente legati al partito democratico. Benché l’industria del carbone sia in declino ormai da decenni, è ancora la prima risorsa – a pari merito con il gas naturale – per la produzione di energia elettrica per gli Stati Uniti, e il candidato è convinto che se il carbone americano si usa ormai in modo marginale per la produzione dell’acciaio è soltanto per via della competizione cinese. La promessa di creare nuovi posti di lavoro nelle miniere, sbandierata in campagna elettorale fra la West Virginia, l’Ohio e la Pennsylvania, è innanzitutto una manovra politica e simbolica: in America sono rimasti soltanto 83.000 minatori, e quando il candidato si rivolge a loro tenta di intercettare una più vasta fetta della working class che si sente tradita dalla classe politica. Il carbone è, in una certa misura, soltanto un pretesto elettorale. Con il suo piano energetico Trump promette di creare 500.000 posti di lavoro all’anno, con un rialzo del giro di affari pari a 30 miliardi di dollari.

Clinton, riconvertire le miniere e rispettare la Cop21

La filosofia energetica di Hillary è riassunta nella promessa che ha fatto mormorare la pancia dei democratici della rust belt e degli Appalachi: "Faremo fallire un sacco di compagnie di carbone e toglieremo lavoro a un sacco di minatori". Subito dopo la frase che ha destato un certo scalpore, Hillary ha illustrato il suo piano di riconversione delle aree del carbone in laboratori per le energie rinnovabili, un’ambiziosa iniziativa da 30 miliardi di dollari. Hillary promette di difendere le regolamentazioni messe in atto da Obama e di rispettare gli accordi internazionali sull’inquinamento. Il taglio delle emissioni del 30% entro il 2025 permetterà di stare al passo con gli standard dell’accordo di Parigi. Il taglio dei sussidi e dei crediti fiscali concessi alle compagnie petrolifere è in cima alle priorità della candidata democratica, che vuole invece nuovi investimenti pubblici e incentivi alle aziende per le infrastrutture del settore rinnovabile. L’obiettivo è la diversificazione delle risorse, che va di pari passo con la sostenibilità. La "Clean Energy Challenge", iniziativa da 60 miliardi di dollari per creare un ponte fra lo stato e gli enti locali, dovrebbe diffondere nel territorio il verbo del taglio delle emissioni, promuovendo città più pulite e a minor impatto ambientale. Per strizzare l’occhio agli elettori che la incalzano da sinistra ha mutuato dal vocabolario degli attivisti dell’ambiente la nozione di "giustizia climatica". La posizione sullo sfruttamento dello shale gas è probabilmente la più delicata per Hillary: è favorevole, in linea di principio, al fracking, ma sottolinea costantemente la necessità di rendere la pratica eco compatibile e difende il diritto degli stati e delle municipalità di mettere al bando la fratturazione idraulica. Forse quello delle autonomie locali è l’unico punto in cui gli universi paralleli di Trump e Clinton convergono.