Il peso del petrolio nel futuro economico del Medio Oriente
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La prospettiva di un greggio attestato su livelli di prezzo medi sta incoraggiando molti paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, a ridurre la dipendenza delle proprie economie dall'oro nero. Ma l'intreccio tra domanda ancora in aumento, rischio di disordini sociali interni e la necessità di promuovere nuovo sviluppo non è di facile risoluzione

Il Medio Oriente è di gran lunga la regione mondiale con il maggior quantitativo di risorse petrolifere accertate. Nel 2015, possedeva 803 miliardi di barili, ovvero più del 47% delle risorse di greggio accertate. Nello stesso anno, il Medio Oriente ha prodotto 30 milioni di barili al giorno (mbg), pari a circa un terzo della produzione mondiale. Sebbene nel 2016 la crescita della fornitura sia diminuita quasi ovunque a seguito del calo dei corsi del petrolio registrato a partire dal 2014, la fornitura dei Paesi del Medio Oriente membri dell’OPEC (Arabia Saudita, Iraq, Iran, Kuwait, EAU e Qatar) è aumentata di oltre 1,4 mbg. A differenza di molte altre regioni, il Medio Oriente esporta gran parte del greggio prodotto, per questo la regione detiene ancora una posizione dominante nel commercio internazionale di petrolio. Nel 2015, le esportazioni di greggio hanno in effetti raggiunto 879,6 milioni di tonnellate, più del 44% del petrolio importato a livello mondiale. Per alcune aree, come la regione Asia-Pacifico, le importazioni di greggio dal Medio Oriente rappresentano il 66% delle importazioni totali di petrolio. L’Arabia Saudita detiene storicamente la maggiore concentrazione di capacità inutilizzate a livello mondiale, il che ha permesso al Paese di fungere da swing producer, colmando i vuoti nei periodi di interruzione delle forniture di petrolio. Tuttavia, con la recente produzione saudita che sfiora i 10 mbg, le capacità inutilizzate sono diminuite gradualmente, in particolare se misurate come quota del consumo mondiale di petrolio. Le riserve del Medio Oriente sono inoltre tra le più economiche al mondo in termini di prospezione, sviluppo e produzione. Il divario tra i costi di produzione e i prezzi del mercato internazionale genera elevati introiti per i Paesi produttori di petrolio, i quali vengono poi reinvestiti nei mercati finanziari internazionali. Stando alle previsioni, il Medio Oriente è destinato a svolgere un ruolo fondamentale in risposta alla domanda mondiale di petrolio a medio e lungo termine, gran parte della quale dovrebbe provenire da Paesi asiatici non-OCSE. Per soddisfare questa domanda è necessario che i principali produttori del Medio Oriente mantengano un quadro stabile dal punto di vista politico, normativo e degli investimenti, nonché un settore petrolifero ben funzionante e adeguatamente finanziato per ampliare la propria capacità produttiva e aumentare il livello delle esportazioni. Instabilità politica, mancanza di sicurezza, un quadro normativo e di investimenti debole e sanzioni imposte dalle potenze occidentali limitano le possibilità dei produttori di espandere le proprie capacità di produzione.

Il cambiamento nelle dinamiche di domanda e offerta

Il cambiamento delle dinamiche di crescita della domanda di petrolio, che si sta concentrando nei Paesi asiatici non-OCSE, implica che ci sarà maggiore interdipendenza tra Medio Oriente e Asia. Questo si rifletterà in legami economici e di approvvigionamento energetico più forti e eventualmente anche in nuove alleanze geopolitiche strategiche. Per quanto riguarda l’offerta, il crollo dei prezzi del 2015-2016 e la stretta collaborazione tra Russia e OPEC (in particolare con l’Arabia Saudita), sottolinea la crescente interdipendenza tra i membri OPEC e gli altri produttori. Tale interdipendenza è culminata in un accordo siglato nel novembre del 2016 per ridurre la produzione dei membri OPEC di 1,2 mbg e di undici paesi non membri di 0,58 mbg, Russia in testa con 0,3 mbg. Nonostante l’influenza dell’Occidente sia diventata meno preponderante, l’incremento repentino dell’offerta americana di scisto ha contribuito indirettamente, ma in maniera fondamentale, all’aumento dell’interdipendenza. La rapida crescita della produzione di scisto negli Stati Uniti ha, in effetti, provocato un’impennata dell’offerta che ha profondamente modificato i flussi di scambi commerciali mondiali di greggio. Rispetto ad altre fonti di approvvigionamento di Paesi non-OPEC, l’offerta statunitense di scisto è più sensibile ai segnali di prezzo dato il ciclo di investimenti a breve termine e la ridotta intensità di capitale dei progetti. Inoltre, i produttori americani di scisto hanno raggiunto grande efficienza, riuscendo in questo modo a piazzarsi a metà della curva dei costi del petrolio. Ma lo scisto americano non è che una piccola parte dell’offerta non-OPEC, che non può crescere a prezzi bassi, e costituisce solo una delle varie fonti necessarie per soddisfare l’aumento previsto della domanda. La recessione ha mostrato che con prezzi inferiori ai 50 dollari al barile la produzione dei principali giacimenti di scisto come Eagle Ford e Bakken è diminuita drasticamente e la produzione statunitense complessiva è nettamente calata rispetto al picco dell’aprile 2015. L’AIE prevede nel suo New Policies Scenario, che la produzione americana di scisto fornirà il maggiore contributo in termini di crescita tra il 2015 e il 2030, per poi diminuire tra il 2035 e 2040. Nel complesso, la variazione della produzione statunitense di scisto tra il 2015 e il 2040 dovrebbe raggiungere 2,1 mbg. Al contrario, nello stesso arco di tempo la variazione della produzione dei Paesi del Medio Oriente membri dell’OPEC dovrebbe raggiungere 8 mbg, aumento dovuto per la maggior parte a Iran, Iraq e Arabia Saudita. In sintesi, nonostante la “rivoluzione dello scisto” statunitense, il Medio Oriente manterrà il suo ruolo di primo piano nei mercati petroliferi, sia a medio che a lungo termine, soprattutto in un contesto caratterizzato da prezzi bassi. Tuttavia, il cambiamento strutturale dell’offerta dovuto allo scisto statunitense ha innescato il calo dei prezzi del petrolio, riducendo i proventi dei principali produttori del Medio Oriente. La curva relativamente elastica dell’offerta statunitense di scisto rende i tentativi dei Paesi produttori di gestire il mercato petrolifero e ottenere prezzi più elevati ancora più complessi, in quanto il costo dello scisto americano è sceso al di sotto dei loro costi di pareggio di bilancio.

L'adeguamento a un contesto caratterizzato da bassi corsi del petrolio

Sono due le questioni che si pongono nell’immediato ai principali esportatori di petrolio del Medio Oriente: capire se l’attuale calo degli introiti è temporaneo o strutturale e verificare la capacità delle loro economie di adeguarsi a un contesto caratterizzato da un calo dei prezzi. Indipendentemente dal fatto che il mercato del petrolio sia stato sottoposto a shock strutturali o meno e che il mondo sia entrato in un “nuovo ordine petrolifero”, è evidente che i prezzi del petrolio non possono essere mantenuti per molto tempo a 100 dollari al barile. Inoltre, evitare un’impennata dei prezzi è negli interessi a lungo termine dei produttori del Medio Oriente dotati di ampie riserve, in quanto i prezzi elevati determinerebbero forti reazioni di domanda e offerta, accelerando politiche di sostituzione del petrolio e cambiamenti del comportamento dei consumatori. A seguito del calo dei proventi petroliferi e del deterioramento delle finanze pubbliche, i principali produttori del Medio Oriente sono stati costretti ad adeguare le proprie economie implementando diverse misure, con più o meno facilità. Tali misure comprendono ad esempio tagli al personale del settore pubblico, incentivazione di fonti di reddito alternative al petrolio, ad esempio aumento delle tasse amministrative, introduzione di imposte fondiarie, razionalizzazione della spesa pubblica riducendo quella attuale, tagli alle sovvenzioni energetiche e ridimensionamento dei progetti di investimento. Un processo dunque doloroso risultato nel rallentamento delle economie dei Paesi interessati, in particolare per quanto riguarda il settore privato. Come nel caso dell’impatto dei prezzi del petrolio sul prezzo di pareggio dello scisto, queste misure hanno comportato il calo del prezzo di pareggio di bilancio dei produttori, riducendone così la vulnerabilità. Le misure implementate finora non sono state però sufficienti per far fronte ai problemi di bilancio a lungo termine e nuovi provvedimenti sono in dirittura d’arrivo. Nel corso degli anni, i principali Paesi esportatori del CCG hanno dato fondo alle proprie ingenti riserve di bilancio, alle quali non possono più attingere per far fronte agli shock strutturali.

Le riforme economiche in Arabia Saudita, un male inevitabile?

Gli adeguamenti e le misure di riforma menzionati suggeriscono che il tacito contratto sociale tra le famiglie regnanti e i cittadini (nel quale lo stato ha il privilegio e la responsabilità di estrarre, gestire e commerciare le risorse di idrocarburi del Paese e di distribuire gli introiti del petrolio in varie forme, tra cui il pubblico impiego e la fornitura di merci e servizi a buon mercato) non è così rigido come poteva sembrare originariamente. In effetti, contrariamente a quanto si crede, il contratto sociale si è dimostrato abbastanza elastico da consentire le riforme, seppur limitate, attuate finora. E a sorpresa l’opinione pubblica ha accettato le ampie riforme strutturali e le misure di austerità, compresi i tagli alle indennità di lavoro nel settore pubblico e l’incremento dei prezzi del combustibile per uso domestico e per l’elettricità, che partivano però da una base molto bassa. Ciò può essere spiegato dalla combinazione di una serie di fattori: bassi prezzi del petrolio, pressione fiscale, preoccupazioni circa le disfunzioni economiche e la sostenibilità di bilancio a lungo termine, incapacità della società civile di formare un’opposizione politica indipendente ed efficace, dinamiche geopolitiche, rivalità intra regionali, timore dell’espansione del caos che imperversa nei Paesi limitrofi e assenza di una qualsiasi alternativa credibile e realistica ai regimi attuali. Le crescenti pressioni demografiche e l’aumento del numero di coloro che si affacciano sul mondo del lavoro hanno inoltre ridotto le aspettative dei cittadini e contribuito all’accettazione delle riforme. Il contratto sociale potrebbe però non rivelarsi sufficientemente elastico da concedere ulteriori bruschi rincari dei prezzi dell’energia, riforme strutturali più veloci e profonde e svalutazioni della moneta senza l’introduzione di indennità compensative per controbilanciare l’impatto negativo sul benessere delle famiglie e sulla competitività industriale. Per questo, con l’accelerare delle riforme è probabile che i governi siano più limitati nelle proprie scelte, soprattutto considerato il fatto che i cittadini di questi Paesi sono estremamente consapevoli dei propri diritti. Fare marcia indietro sulle riforme attuali aumenterebbe il rischio di peggiorare i conti pubblici e minerebbe la stabilità macroeconomica dei Paesi, mentre ulteriori riforme potrebbero essere accolte da una forte opposizione da parte dell’opinione pubblica e portare alla perdita di credibilità e legittimità dei regimi.

Una gestione oculata delle riforme

Farsi strada fra le riforme è dunque un compito delicato non privo di ostacoli. Cattiva gestione delle riforme e strutture amministrative deboli possono intaccare la credibilità dei regimi al potere e aumentare il rischio di tensioni sociali, ma il passato insegna che le famiglie regnanti sono uscite indenni da periodi prolungati di bassi corsi del petrolio e possono sopravvivere a qualche battuta d’arresto strada facendo, soprattutto in assenza di gruppi d’opposizione organizzati e credibili e protetti da un sistema clientelare ben radicato in piedi da ormai diversi anni. Tuttavia, l’incapacità di adeguarsi ai prezzi più bassi potrebbe avere ripercussioni sulla stabilità politica, sociale ed economica di alcuni dei principali esportatori di petrolio, con un impatto diretto e indiretto sul settore energetico e sulle politiche energetiche, sulla capacità di investire e incrementare la propria capacità produttiva. Nella peggiore delle ipotesi, qualora le misure di adeguamento e le riforme provocassero tensioni sociali, malcontento popolare e maggiore insicurezza, ciò potrebbe addirittura comportare interruzioni delle forniture. In caso di un’estesa interruzione delle forniture, le scorte di greggio diminuirebbero rapidamente e i prezzi aumenterebbero. In altre parole, gli sviluppi dei mercati mondiali del petrolio sono strettamente interconnessi con i processi di adeguamento e riforma dei principali esportatori del Medio Oriente. C’è un’incongruenza interna fondamentale in uno scenario che contempla bassi prezzi del petrolio o prezzi bassi anche in maniera definitiva (come suggerito da New Oil Order), maggiore fabbisogno di investimento da parte del Medio Oriente per soddisfare una domanda mondiale in crescita (come suggerito dal World Energy Outlook dell’AIE) e l’aumento dell’instabilità politica, sociale ed economica dovuta all’incapacità dei principali esportatori di adeguare le proprie economie a proventi petroliferi inferiori (come suggerito da diversi analisti). Qualcosa dovrà venire a meno.

Lo scenario di un calo strutturale della domanda di petrolio

In caso di calo della domanda mondiale di petrolio dovuto a progressi tecnologici nel settore dei trasporti, evoluzione delle preferenze dei consumatori, e/o cambiamento climatico o politiche di sicurezza energetica mirate a rimpiazzare l’oro nero, si verificherebbe uno scenario nel quale il petrolio del Medio Oriente assume meno importanza. Nonostante le forti performance della domanda mondiale di petrolio negli ultimi anni, che ha registrato una crescita di circa 11 mbg dalla crisi finanziaria del 2008 (tra il 2009 e il 2016), un’ondata recente di studi ha previsto che la domanda di petrolio raggiungerà il picco entro i prossimi dieci anni. Ma anche in uno scenario con domanda in calo, il Medio Oriente continuerà a essere competitivo, in quanto rappresenta la fonte di approvvigionamento più economica, e la dipendenza degli importatori dal Medio Oriente potrebbe addirittura aumentare invece che diminuire. In tale scenario, i proventi del petrolio diminuirebbero, poiché una quota di mercato più elevata non basterebbe a compensare il calo dei prezzi. L’aumento della dipendenza dal Medio Oriente dei Paesi importatori sarebbe comunque meno problematico, in quanto rifletterebbe una maggiore dipendenza da un bene in declino con minore valore strategico. In uno scenario di calo strutturale della domanda dovuto a politiche sul cambiamento climatico o alla diffusione dei veicoli elettrici e a rapide evoluzioni nelle dinamiche dei trasporti, le opzioni degli esportatori del Medio Oriente sarebbero limitate. I produttori potrebbero decidere di limitare la produzione e aumentare il prezzo del petrolio per accaparrarsi finché possono una quota maggiore di proventi petroliferi. Tuttavia, i prezzi del petrolio elevati incrementerebbero il ritmo del calo della domanda, indurrebbero i governi ad accelerare le politiche di sostituzione e incentiverebbero l’aumento dell’offerta in altre parti del mondo.

Diversificazione economica e strategie dei prezzi

Un’altra possibilità che si apre ai produttori è quella di accelerare gli investimenti e aumentare la produzione (estrarre il più possibile), esercitando una pressione al ribasso sul prezzo del petrolio per mettere fuori gioco i produttori con costi più elevati e alimentare la ripresa del mercato mondiale. Tale strategia ha però un impatto limitato in termini di incremento dei proventi. L’aumento della quota di mercato non compenserà il calo dei prezzi, al quale potrebbe non associarsi un aumento della domanda, poiché l’impatto delle politiche di governo su quest’ultima potrebbe essere più forte dell’impatto sui corsi del petrolio. Di fronte a uno scenario di calo strutturale della domanda e dei proventi, l’unica opzione per i Paesi esportatori è quella di diversificare le proprie attività economiche e dunque le proprie entrate, per assicurare una crescita e un percorso di sviluppo sostenibili nel lungo termine, una questione centrale per Arabia Saudita e Oman e solo in minor parte per Kuwait e EAU. La diversificazione, se portata avanti con successo, consentirebbe inoltre di condurre una politica petrolifera più flessibile e una pianificazione della strategia energetica a lungo termine. I principali Paesi esportatori ne hanno da tempo colto l’importanza, come testimoniano i piani di sviluppo degli anni ‘70 e ‘80, incentrati su diversificazione, formazione di capitale umano, promozione del ruolo del settore privato e di piccole e medie imprese. I successi ottenuti finora sono però limitati. Nel contesto attuale di forte incertezza e di calo dei corsi del petrolio, i governi sono sempre più consapevoli dell’insostenibilità dello status quo e della necessità di riformare l’economia per raggiungere una stabilità a lungo termine. Ciò spiega il forte senso di urgenza nell’introdurre nuove visioni economiche e programmi di trasformazione, come Vision 2030 dell’Arabia Saudita. Ma anche in presenza di questi programmi ambiziosi, i proventi del settore petrolifero rimangono il vero fattore determinante per le riforme, in quanto permettono ai governi di investire in capitale umano e in altri settori, nonché di mitigare l’impatto delle riforme strutturali sui nuclei familiari a basso reddito, per assicurare un’agevole transizione verso un’economia più sostenibile. Il settore energetico potrebbe inoltre svolgere un ruolo di primo piano negli sforzi di diversificazione tramite l’estensione della catena del valore, investendo nella raffinazione e nei prodotti petrolchimici e potenziando settori affini come quello della plastica — una strategia che ha avuto un successo limitato finora.

Conclusione

La futura importanza del Medio Oriente dipende dunque in gran parte dal futuro ruolo del petrolio nell’economia mondiale, nonché dal successo relativo dei Paesi della regione nel diversificare le proprie economie. Mentre la giuria si deve ancora pronunciare sulla questione dell’imminente “picco della domanda di petrolio”, l’impatto delle riforme e delle misure di adeguamento sull’affidabilità degli approvvigionamenti, gli investimenti nel settore petrolifero e il ruolo della regione in quanto swing producer continueranno ad essere in primo piano finché gli idrocarburi rimarranno la principale fonte primaria di energia. Finora, quasi tutte le previsioni aderiscono ancora a questo presupposto, che si tratti di uno scenario con restrizione delle emissioni di carbonio o meno. Ad esempio, nel New Policies Scenario dell’AIE, la domanda di petrolio continua a crescere annualmente tra il 2015 e il 2040, anche se a un tasso inferiore alle medie storiche. Nonostante la domanda di petrolio stia ancora aumentando e che pochi siano coloro che prevedono un brusco calo nel futuro immediato, si è verificato un cambiamento di percezione da “carenza” a “abbondanza” e ciò sta avendo ampie ripercussioni sulle politiche di produttori e consumatori e le loro relazioni strategiche. Incorporare il presupposto dell’imminente “picco della domanda di petrolio” nelle politiche dei Paesi produttori potrebbe ad esempio condurre a diverse politiche di produzione, modelli di investimento e politiche di diversificazione affrettate e poco avvedute, che potrebbero compromettere la sicurezza dei futuri approvvigionamenti. Ciò risulterà inoltre nella riconfigurazione delle relazioni geopolitiche attuali, in particolare se l’Occidente continuerà a interessarsi al Medio Oriente solo nell’ottica del petrolio e se l’incorporazione del presupposto del picco della domanda darà origine a politiche fondate su supposizioni errate che sopravvalutano il ruolo dei combustibili alternativi agli idrocarburi nel futuro mix energetico e la velocità di transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, sottovalutando il costo di tale transizione e minimizzando il ruolo dei principali esportatori di petrolio del Medio Oriente nel rispondere alla crescita della domanda di petrolio negli anni a venire.