Cosa già insegnano le elezioni olandesi

Cosa già insegnano le elezioni olandesi

Geminello Alvi | Editorialista e scrittore
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Con i risultati delle elezioni olandesi si delineerà meglio lo scenario delle elezioni francesi: la coppia Rutte-Wilder ripete in fondo quella Fillon-LePen

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Un articolo del Neue Zuercher Zeitung del 7 marzo delimita alla politica gli effetti delle elezioni olandesi: i mercati finanziari vedrebbero infatti nelle elezioni olandesi soltanto un test per meglio definire l’esito delle elezioni francesi. Bloomberg, tra l’altro, il giorno prima riportava le previsioni elettorali più recenti che vedono in caduta i seggi del Partito di Wilders da 29 a 25 seggi in una settimana. E sottolineava, in particolare, il rifiuto, da parte del primo ministro conservatore Rutte - al quale i sondaggi danno circa gli stessi seggi- di collaborare con lui. L’agenda politica di Rutte appare del resto la più coerente a un governo di coalizione a cinque, la cui costituzione si presenta tuttavia laboriosa. Ma resta il fatto che Wilders ha cambiato l’ordine del giorno di tutta la politica olandese, e non solo perché nella precedente legislatura al suo partito erano toccati solo 15 seggi su 150. Si deve riconoscere la sensatezza della dichiarazione da lui rilasciata sabato scorso: ''Noi abbiamo fondamentalmente già vinto le elezioni, prima che siano iniziate, perché tutti si stanno muovendo verso di noi e le discussioni sono sul nostro ordine del giorno''. E infatti il primo ministro Rutte, che è di fatto l’antagonista di Wilders, qualche settimana fa ha già scritto una lettera aperta che invita chi non vuole integrarsi, e quindi accettare i valori della nostra comunità, a tornare nel suo paese. In Germania, per esempio, su Die Welt del 4 marzo, s’è dato poi risalto alla dichiarazione con cui Rutte ha definito ''non gradita'' la visita del ministro degli esteri turco Mevlüt Cavusoglu in Olanda del giorno successivo. Il crollo del partito laburista a 10 seggi nei sondaggi, ventotto in meno rispetto alle elezioni precedenti, è del resto sintomatico. Eelco Harteveld della Università di Amsterdam conferma questo scenario: ''...Wilders ha avuto il maggiore impatto sul nostro Paese: ha forzato il centrodestra moderato, e in qualche misura anche il centrosinistra moderato, a imboccare una direzione nazionalista. La lettera aperta di Rutte è, in effetti, servita al primo ministro per attrarre da destra molti voti destinati a Wilders''. E circa l’ipotesi di un’alleanza tra i due sempre Harteveld spiega inoltre che: ''Tutti i maggiori partiti hanno pubblicamente detto che non collaboreranno con Wilders. Il caso di Rutte è particolare, perché in passato lasciò aperta questa opzione, tanto che si alleò con Wilders fra il 2010 e il 2012. Ma anche se quest’anno infrangesse la promessa di non stringere un nuovo accordo, i due partiti insieme difficilmente avranno una maggioranza in Parlamento''. Anche lui prevede insomma un governo di coalizione a cinque dopo le elezioni, ipotesi resa sensata anche dal sistema elettorale che è un proporzionale puro con sbarramento simbolico allo 0,67%.

Il potenziale impatto sull'Europa

In conclusione, si può dire anzitutto che l’esito delle elezioni olandesi non avrà un impatto sensibile sull’euro o sull’Europa, paragonabile alla Brexit. Non si può escludere, malgrado gli ultimi sondaggi, che alla fine i voti di Wilders superino quelli di Rutte, considerato il tipo di campagna non convenzionale di quest’ultimo, e il fallimento dei sondaggi sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Ma la grande maggioranza degli olandesi dissente dalla linea di scissione dall’euro e dall’Europa, ovvero dalla Germania, propugnata da Wilders. Tuttavia, con i risultati delle elezioni olandesi si delineerà meglio lo scenario delle elezioni francesi: la coppia Rutte-Wilder ripete in fondo quella Fillon-LePen. E il successo di Wilder nel mutare l’ordine del giorno della politica olandese è comunque già un sintomo che la crescita della destra isolazionista avversa alla globalizzazione prosegue. La situazione olandese dà la maniera di intendere l’abilità con cui questa nuova destra stia usando i mutamenti della comunicazione. Geert Wilders è a capo, di fatto, di un partito virtuale, predica l’uscita dall’Unione Europea e annuncia di voler proibire il Corano comunicando mediante Twitter. Del resto appare poco in pubblico dopo che nel 2004 venne cacciato dai liberali che criticavano le posizioni anti-Islam che egli aveva abbracciato dal 2002, l’anno in cui Pim Fortuyn venne ucciso. Entrato nel programma di protezione della polizia, vive da allora sotto scorta, evitando pernottamenti ripetuti nello stesso luogo e trasferendo la sua presenza su internet. Di qui nasce il suo mito: diventa il simbolo nei nuovi media della lotta all’Islam e per la libertà del popolo olandese. Minacciato di morte ma nella mobilità più totale garantita da internet costruisce così il suo successo mediatico, e diventa capace di orientare, come nessun altro in Olanda, i trend della politica, percependo gli umori dell’elettorato, e travolgendo la politica consueta di quella nazione, con freddi calcoli. Meglio di Grillo e di Trump, egli può dirsi il prototipo della nuova politica.